“La vita invisibile di Eurídice Guismão” Recensione di R. Valdrè

La vita invisibile di Eurídice Guismão

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: La vita invisibile di Eurídice Guismão

Dati sul film: regia di Karim Aïnouz , Brasile, 2019, 139’

Genere: drammatico

 

 

 

 

 

Potente storia di un amore intramontabile, lucida analisi e accusa sociale al maschilismo, melodramma appassionato che tiene incollati allo schermo per più di due ore… tutto questo ed altro nello splendido film del brasiliano Karim Aïnouz, presentato a Cannes nella sezione “Un certain regard” e tratto dall’omonimo romanzo di Martha Bathala, grande successo in patria, al pari delle nostre Amiche geniali della Ferrante.

La vicenda parallela di Eurídice e Guida, le due sorelle protagoniste del film, appare però più forte, quasi magica, narrazione in bilico tra poesia e dramma sociale, raffinata introspezione femminile e affresco pulsante di vita e morte, come è tipico del Sudamerica, sotto una regia vigorosa che ne esalta il melodramma senza cadere mai nello stucchevole sentimentalismo.

Diverse ma complementari, legatissime, Eurídice e Guida vivono in una famiglia benestante della Rio de Janeiro anni Cinquanta; le prime inquadrature, metafora di tutto il film, ce le mostrano libere e piene di vita mentre si rincorrono nella foresta, senza trovarsi. I capelli al vento, i sogni giovanili, un anelito di libertà che verrà presto spezzato per sempre, dal destino e dalla crudeltà degli uomini. Eurídice, di due anni più grande, è timida, seria, ha un grande talento per suonare il piano e si esercita instancabilmente, sperando di essere ammessa al Conservatorio di Vienna. Guida, sensuale e in cerca d’amore, progetta una sera di fuggire con il suo amante, un marinaio greco, con la copertura della sorella, a cui promette che tornerà. La fuga è necessaria come unica via di una vita libera perché la famiglia, rigidamente conservatrice e dominata da un padre-padrone, non glielo avrebbe mai consentito. Ma il sogno d’amore di Guida si frantuma presto: il suo ritorno a casa, incinta ed umiliata, senza più un compagno, nell’oltraggiosa posizione di donna sola che porta in seno “un bastardo”, segna la svolta tragica del film.

Guida verrà cacciata di casa e troverà conforto solo tra le braccia amorevoli di una ex prostituta, Filomena, mettendo al mondo un bambino inizialmente non voluto, ma a cui poi grazie al ritrovare in Filomena una nuova madre rispetto all’assente e colpevole distanza della propria, si affeziona a lui, e immaginiamo che finirà i suoi giorni in quelle baraccopoli povere – ma a loro modo capaci di umanità – senza mai ritrovare in vita la sorella, che crede essere diventata una famosa pianista. Il destino di Eurídice, l’invisibile secondo l’adattamento nel titolo italiano, non è meno tragico: Eurídice non fugge, non si ribella, accetta dolorosamente il suo destino di donna di quell’epoca, destino tutto giocato nelle mani del padre e del marito (un qualunque marito), uomini opachi e violenti, la cui rozzezza è infinitamente lontana dalla struggente sensibilità del mondo femminile. Mondo femminile il cui destino è il matrimonio, la maternità, l’obbedienza all’ombra di un uomo. Eurídice si adegua, rinunciando persino al sogno della musica, unica forma di sopravvivenza per lei: “Quando suono sento di non esistere”. Il film lascia immaginare che in due, forse, si sarebbero sostenute, avrebbero pianto, lottato, gridato insieme; da sole, la loro vita è vita di sottomissione e rimpianto.

Idea geniale del film, tuttavia, è ciò che causa il mancato incontro, e come il regista riesce a narrarci la separazione. Eurídice e Guida non si perdono perché distanti nel mondo, ma perché volutamente i genitori non recapitano a Eurídice le innumerevoli lettere che Guida le scrive: il felice espediente della lettera, diventa così il tramite narrativo attraverso cui veniamo a conoscere dal di dentro, in profondità non solo gli eventi ma i sentimenti, le emozioni, i pensieri di queste due vite spezzate, che si credono al di là dell’Atlantico e sono entrambe sotto il sole accecante dell’accalcata Rio de Janeiro, ma che una volontà rozza e priva d’amore ha separato. Entrambe sotto lo stesso cielo, non si incontreranno mai più, o il destino avrà in serbo ancora un timido, ultimo contatto? Lasciamo la scoperta allo spettatore….

Due le tematiche centrali in questo film sontuoso e a tratti così doloroso da risultare quasi inguardabile: la condizione della donna, e l’amore tra sorelle. In un universo che volutamente il regista vuole scisso tra bene e male, maschile e femminile, amore e odio, non vi è dubbio che la possibilità d’amore, di sublimazione (la musica), di speranza, di sogno, di dignità, stia tutta nel femminile. Femminile sottomesso, quello delle due ragazze – a differenza della loro madre – eppure caparbio, tenace, capace di ultime piccole, fragili tenerezze: lo vediamo in Guida, che preferisce la miseria che piegarsi al padre, nella forza con cui Eurídice, pur nella rinuncia, mantiene la musica dentro di sé, nell’amore che riescono a dare ai loro bambini, mancando cosi di identificarsi con il femminile perdente, psicoanaliticamente potremmo dire castrato, della loro madre. In un film e in un mondo assolutamente fallocentrico (numerose e volutamente sgradevoli le scene di rapporti sessuali coniugali che sembrano stupri, indimenticabile la prima notte di nozze di Eurídice e il parto di Guida), lo spettatore si identifica ora con Eurídice intenta al suo piano, ora con le parole che Guida affida alle lettere: lettere che non arriveranno mai al destinatario, il cui destinatario è lo spettatore. Un film così potentemente femminile, invita ad una breve riflessione psicoanalitica sul femminile stesso, terreno, come è noto, impervio e controverso. Freud non ne negò mai il mistero, la “roccia basilare”, fino a riconoscere con umiltà che della donna ne capivano certo di più i poeti… ma la storia di Eurídice e Guida (e di tutte le Eurídice e Guida), sembra prestarsi molto bene alla complessa riflessione di Lacan. La donna non esiste, è il suo noto aforisma. Cosa vuol dire? Non esiste un significante femminile, vale a dire, così come esiste per l’uomo, il fallo; delle donne non si può fare un tutto, esse sono una, una donna, quella donna, ma non esiste il significante che designi la donna come universale. La donna è dunque per definizione mancante. Ma lo stesso autore rivolge in positivo questa ‘mancanza’, in un di più: essere quello che manca all’Altro. Privata dell’ingombro fallico, la donna sarebbe potenzialmente più libera, meno condizionata.

Senza addentrarci nel complesso linguaggio lacaniano (Soler, 2005), a me pare di cogliere molto bene il senso delle sue parole in ciò che il film, sul piano psicologico, vuole esprimere: apparentemente mancanti di ogni potere fallico, destinate a soccombere o a prestarsi alla ‘masquerade’ che l’uomo richiede, in realtà sono proprio Eurídice e Guida a spiccare, tra tutti, con la loro forza: la forza della passione, del legame perenne che le unisce, la forza sublimata data dall’amore per l’arte, la forza di diventare madri pur in quelle condizioni senza ripetere e far ripetere alle figlie il destino della loro madre. Mancanti, sì, emblema della castrazione, eppure piene, vive, ricche, pulsanti di desiderio, di rabbia, strenuamente fedeli. Come dimostrano quelle moltissime lettere, a cui mai è arrivava risposta, ma che Guida continuò fino alla morte a mandare alla sorella, per “paura di dimenticarti”.

 

Bibliografia

Soler C. (2005): Quel che Lacan diceva sulle donne. Psicoanalisi. Franco Angeli, Milano