La vita oscena

Di Renato di Maria, Italia – Sezione Orizzonti

 

Commento di Rossella Valdrè

  

“Il dolore insegna.

Il dolore insegna che è inutile.

Il dolore dimostra che è brutto e cattivo. Che non c’è scampo fuori dall’illusione, dalla distrazione.

Il dolore ti inchioda alle cose.

Il dolore è l’unico maestro”.

 (Aldo Nove, La vita oscena)

 

Così scrive Aldo Nove, dal cui racconto autobiografico è fedelmente tratto questo film omonimo, durante gli anni più cupi del suo labirinto. Quale, il suo dolore? Quello di un ragazzino quattordicenne, che vive in una sorta di mondo ancora infantile incantato, in un piccolo paese, Viggiù, con l’amatissima madre e il padre. Ma la madre, donna eccentrica e vitale intorno a cui sembra ruotare il piccolo microcosmo famigliare, si ammala di cancro, ed è la fine dei suoi canti gioiosi, dei suoi bei capelli biondi. Morirà quattro anni dopo; il padre, non reggendo il dolore, la precede, morendo di ictus, prima di lei. Quello che segue, è il racconto interiore di questo ragazzino, Andrea nel film, che decide di smettere di pensare: pensare fa male, pensare fa ricordare. E’ molto facile per un quasi adolescente imboccare questa via, sempre lì pronta a portata di mano: droghe, alcool, sesso di corpi vuoti a pagamento, per sfinirsi, per farsi picchiare, violentare. Giornate che passano così, in una sorta di lunga allucinazione, senza progetto, senza pensiero, senza meta. Andrea-Aldo tuttavia ha una possibilità: ama leggere e scrivere, e un suo professore non manca di appoggiarlo facendo conoscere le sue poesie di ragazzo, e lo manda a studiare a Milano. Ma è ancora troppo presto; nella grande città, il bambino rimasto improvvisamente “completamente solo”, trova e cerca solo più spacciatori, solo più anonimato che lo nasconda e lo protegga tra la folla. Della realtà circostante, niente penetra in lui: lo spazio mentale è occupato da non-pensiero, che paradossalmente sembra acquisire la sostanza di un macigno, è percorso da immagini, ricordi (idealizzati? Di copertura? poco importa…) della madre, del suo volto unico, per lui, insostituibile. Ma il ragazzino deve essere abitato da una straordinaria forza vitale: sopravvive a un incendio, non muore neanche quando (apparentemente coscientemente) lo decide procurandosi tutta la cocaina possibile. Si risveglia sempre, e torna a sfrecciare per le vie di Milano sul suo skateboard, farfalla solitaria che attraversa il mondo, ignorandolo. Da uno di questi ricoveri, infine, si risveglierà per una risalita, che porterà il ragazzino all’autore del libro, un giovane poeta e scrittore, che come tipicamente nella letteratura diaristica adolescenziale, ripercorre ed elabora creativamente il suo lutto.

Su questo semplice, direi essenziale nucleo narrativo, sulle parole scarne, le frasi a periodi brevi e asciutti dell’auto-racconto di sé, Aldo Nove – che per puro caso, mi capitò di leggere alla sua uscita nel 2010 (ed. Einaudi), da brava appassionata di biografie di gente  qualunque – il regista tenta un ambizioso film, trasponendolo perfettamente sulla scena, affidandolo tutto alla voce narrante del libro, senza dialoghi, dall’esclusivo punto di vista del protagonista. Quella che vediamo, dunque, è un’ora e mezza di quasi-sogno, di esperienza puramente sensoriale che rinuncia alla parola, al discorso, per tutto affidare alla sensazione, alla sensorailità della percezione alterata da sostanze, ma anche da ricordi, rimozioni, ritorni del rimosso. Il risultato è un film che il pubblico, oggi alla prima, alla presenza di regista, attori e produttori, non ha gradito affatto. Non sono mancati i fischi, e poiché mi trovavo, di nuovo casualmente, seduta non lontano dai produttori che ho scoperto essere la coppia Scamarcio e Valeria Golino, non ho potuto evitare di notare la rabbiosa reazione del giovane Scamarcio, che visto il palese insuccesso si è lasciato scappare una parolaccia in mezzo romanesco. Atmosfera, insomma, un po’ triviale.

Ma lo abbiamo detto: ai festival si va al buio. Non ci sono critiche che precedono, bisogna osare. E non è detto che la gente di sucesso brilli per educazione e stile…

Io, tuttavia, salverei qualcosa da questo piccolo film. Dal punto di vista strettamente cinematografico, seppur malriuscito contiene pur sempre un tentativo di trovare una chiave di lettura: essere nella mente non-mente di Andrea, sentire come lui, percepire come lui, vedere la realtà dai suoi occhi alterati, dalla sua coscienza drogata. Un bagno di suoni, immagini che vogliono essere stravaganti e deformate, lo spettatore è calato in una sorta di vissuto psichedelico; qualcosa di simile, credo, a quello che il filosofo francese Jullier ha definito il “film-concerto” a proposito di certo cinema post-moderno. Sottrarre, cioè, al pubblico (prevalentemente giovanile) la classica narrazione che apparteneva al cinema moderno, per calarlo appunto in un “bagno di sensazioni”.

Sempre difficile tentare film del genere; noi tutti amiamo la narrazione, e l’eccesso di sensorialità (che pure rappresenta il mondo delle droghe) finisce per annoiare, apparire pretenziosa, puro gioco virtutalistico. Il surrealismo, insomma, è arte se affidato alle figure di Dalì, ma è ardua la trasposizione cinematografica; e ricordo, personalmente, un solo film del genere riuscito, ma poco noto, gli ultimi giorni di Kurt Kobain, leader dei Nirvana, in Last Days di Gus Von Sant.

 

Ma dal nostro punto di vista il film, che in fondo narra una vicenda tra le tante, comune a molti giovani, ha un suo interesse. Un mio paziente, oggi trentenne e giunto all’analisi molti anni dopo esserne uscito, ha spesso raccontato i suoi sedici anni trascorsi così: a letto, tutto il giorno, a farsi. Di qualunque cosa, pur di non pensare. Faticosa e lenta la risalita, le tentazioni sempre dietro l’angolo; “sono certo di non caderci più – disse in una seduta – ma quel periodo non lo rinnego, mi ha reso più forte. Solo, sono segnato”. Ecco, dal vaghissimo ricordo di un’apparizione di Nove in televisione di cui vidi solo pochi minuti (non immaginando certo, anni fa, mi sarei ritrovata qui a scriverne), cerco di estrarre un’impressione dalla memoria: un uomo poco più che trentenne, leggermente più imbolsito del ragazzino del film, un volto segnato. Credo anche lui non rinneghi quel periodo, dolorosa e insieme fascinante fase di elaborazione luttuosa, che può diventare mitica per il sé adulto, nel ricordo o, quando si ha la fortuna di Aldo-Andrea, essere all’origine della creatività. Di nuovo, ancora una volta, ancora una storia in cui la salvezza sta nel talento, in quelle poesie che il ragazzino continua a scrivere, e che si declineranno in una vera e propria produzione letteraria (il suo maggiore volume di poesie, tra le altre, è Fuoco di Babilonia!). Andrea, nonostante lo affermi, lo urli, non vuole davvero morire: ha della morte, come molti adolescenti, una fascinazione, è la dea bendata che gli ha rapito i genitori. No: in lui pulsa invece una forte vitalità, uno spirito indomito, che nessuna droga annienta, laddove alcuni soccombono ai primi tentativi. E’ in questa vitalità, in questa eccentricità il vero lascito materno, il prezioso oggetto interno di quella mamma dolce e anticonformista che sceglie una parrucca viola (non importa quanto sia realistico: così la ricorda il bambino) quando perde i capelli. La madre amata non è perduta, poiché nel lutto elaborato vive dentro di lui. Nelle sue poesie.

Forse è meglio affidarsi a queste, piuttosto che a questo film irrisolto e al rituale consunto del divismo nostrano, con le sue piccole volgarità ‘alla Scamarcio’ (davvero deludente in quello sbotto da bambino capriccioso). Il dolore si elabora, il successo va e viene: la poesia, credo, nell’anima di Andrea, resta.

 

                   “Inizi e morte.

                     E poi di nuovo l’inizio.

 

                    Come si esce dal fuoco.

                    Come si attraversano le fiamme.

                    Come oltre il fuoco ci sia un’altra luce.

                    Come dietro ogni perdita ci sia una rinascita.

                    Come il mondo continui ad apparirmi bello e completamente incomprensibile”.

 

  (Da: La vita oscena, corsivo mio)