“Lady Bird” di Greta Gerwig. Commento di Angelo Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: Lady Bird

Dati sul film: Regia di Greta Gerwig, USA 2017, 94′

Genere: Commedia/Drammatico

 

 

Trama

“Lady Bird” è il bizzarro, originalissimo nickname che Christine Mac Pherson, ragazza diciassettenne di Sacramento (USA)  sceglie per sé. Lady Bird sogna di trasferirsi in una grande città della East Coast, ma i problemi economici della famiglia, nonché i suoi scarsi crediti curricolari, la costringono ad accontentarsi di seguire un corso di teatro del college cattolico che sta frequentando. Ragazza dal carattere ribelle, impulsiva, a tratti anarchica e in eterno conflitto con la madre Marion, non rinuncia alle sue grandi ambizioni e farà di tutto per trasferirsi a New York. Il film racconta questa fase di passaggio cruciale per un’adolescente, e in questo senso lo si può definire come la trasposizione cinematografica di un “romanzo di formazione”, che ci parla autobiograficamente della storia della stessa regista, alla sua opera prima.

 

Andare o non andare a vedere a vedere il film.

Vincitore di due Golden Globe (Miglior Film e Miglior Attrice: Saoirse Ronan) e candidato a cinque premi Oscar (tra cui Miglior Film, Miglior Attrice, Miglior Regia), “Lady Bird” narra, in modo non scontato, dello “strurm und drang” adolescenziale di una ragazza qualunque della middle-lower class americana. È un film che tratteggia con creatività il conflitto interpersonale tra figlia e madre, una Laurie Metcalf la cui interpretazione intensa permette a qualsiasi genitore di adolescente di identificarsi. Sono apprezzabili la cura per il casting e la fotografia che, a tratti, fanno tornare in mente la dolente tenerezza della fotografa americana Diane Arbus nel ritrarre l’umanità della provincia americana più povera ed emarginata. La regista tuttavia si spinge verso un’originalità che appare eccessiva, e da cui si fa prendere la mano: i contenuti tematici che mette in campo sono troppi, troppi gli ingredienti che poi non è in grado di “cucinare” con un’adeguata coerenza stilistica. Molte sequenze appaiono infatti risolte frettolosamente, anche a causa di un montaggio che non si sofferma sufficientemente sui contenuti raccontati come, ad esempio, le sequenze del primo rapporto sessuale di Christine. Si genera così un effetto di frammentarietà e superficialità generale che i vari comparti tecnici non sono comunque in grado di controbilanciare, come la pur ottima colonna sonora.

 

La versione di uno psicoanalista

Molti sono i film che ci parlano di adolescenza e sono in grado di trasmetterci l’intensità di un passaggio “iniziatico” ed emotivo così fondamentale per la crescita dell’individuo. Il film della Gerwig ha il pregio di soffermarsi su un’adolescenza femminile, potremmo dire sul versante dell’Edipo femminile e dei suoi aspetti identificatori/dis-identificatori con l’oggetto primario materno. I dialoghi tra Christine e sua madre, colti nella quotidianità del conflitto, negli alterchi e in quadri di vita familiare molti vividi e realistici, ci permettono di aprire finestre dalle quali possiamo certamente cogliere interessanti panorami emotivi della personale “fenomenologia” dell’adolescenza della regista. Si tratta tuttavia solo di scene, scorci, veloci pennellate poetiche, che forse potevano essere lavorate, attraverso il mezzo estetico cinematografico, con maggior profondità di analisi. La “materia prima” utilizzata dalla Gerwig è infatti molto buona, ma si perde in una frammentazione narrativa, potremmo metaforicamente dire in una “dispersione di personalità”, che non riguarda solo Christine “Lady Bird” MacPherson e la sua adolescenza, ma anche il film stesso.

 

Marzo 2018