“L’amour flou” di Bohringer e Rebbot. Recensione di R. Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: L’amour flou

Dati sul film: regia di Romane Bohringer e Philippe Rebbot, Francia, 2019, 97’

Genere: drammatico

 

Giocando ironicamente sul titolo, questa garbata, piccola, divertente commedia francese, esplora il fatale destino dell’amore: da folle (fou), diventare floscio (flou).

Philippe e Romane, intorno ai cinquant’anni, con due amatissimi bambini, dopo dieci anni constatano la fine del loro amore, o meglio del loro innamoramento: logorati dalla quotidianità, ma ancora legati da un profondo affetto e dall’amore per i figli, decidono di separarsi. Ma come fare le cose al meglio, evitando ai bambini la fatica e la sofferenza di due case, due mondi distinti? Come rendere il tutto meno traumatico? Philippe e Romane hanno una brillante idea: acquistare un appartamento in cui saranno separati solo da un muro, collocando in mezzo, tra l’uno e l’altro, la camera dei bambini. A sinistra il papà, a destra la mamma: quello che i francesi chiamano un sépartement, e gli americani LAT, living apart together. Separati, ma non davvero separati; uniti, ma ciascuno al di là di una parete che dovrebbe proteggerne la privacy. Philippe e Romane sembrano aver realizzato il sogno che molte coppie mature coltivano in qualche angolo recondito della mente, l’inconfessabile magia di liberarsi dall’obbligo della convivenza senza perdere la calda consuetudine a starsi vicini, senza ferire i figli, senza sconvolgere le proprie vite. Ammirati dagli amici per l’originale soluzione e circondati da pochi altri, simpatici personaggi, i due iniziano la loro avventura che vuol essere immobiliare ma, ovviamente, i muri non sono che metafora dell’ambivalente situazione affettiva: separarsi senza perdersi, è sogno realizzabile?

La psicoanalisi ha da sempre ben indagato il sentimento dell’amore: Freud ci ha insegnato, nei Contributi alla Psicologia della vita amorosa (1910), che l’innamoramento contiene già i germi della sua futura caduta, in quanto basato sull’idealizzazione e sostanzialmente narcisistico: amiamo noi stessi nell’altro, o meglio proiettiamo in lui il nostro Ideale dell’Io, e amiamo quindi in lui o lei la versione idealizzata di noi stessi. Il fuoco su cui brucia quella breve fase iniziatica chiamata innamoramento, non è che un’illusione; di più, cerchiamo nell’altro l’oggetto perduto, il primo oggetto, affannati in una ricerca che non sarà mai paga, essendo strutturalmente mancanti, destinati a dei surrogati che si avvicineranno più o meno all’oggetto del desiderio senza davvero incarnarlo mai. È potente, l’amore umano che impegna la psiche così profondamente, e fallace al tempo stesso. Si può capire come, su tali fragili basi, anche l’innamoramento più folle, sia destinato ad afflosciarsi.

Ma non è di questo che si occupa il film. Merito di questa commedia tutta francese è di valorizzare un tema, e una fase della coppia coniugale, che non gode di tanto successo nel nostro tempo, tempo che premia l’ebbrezza e l’effimero, che vede la famiglia contemporanea smarrirsi nell’offerta di sempre nuovi godimenti, nella tentazione di opzioni plurime e sempre nuove rispetto alla fatica, probabilmente naturale per i nostri nonni, di sopportare un desiderio che si infiacchisce fisiologicamente. Nè questo è tema particolarmente affascinante per la filmografia, ossia quel tempo maturo, assediato da conflitti e nostalgie, che vede protagoniste le coppie non più giovani, che con molta naturalezza possono identificarsi nei nostri due personaggi. Si tratta di coppie legate da un affetto quieto e profondo, da un’impagabile amicizia che solo il matrimonio, qualche volta, riesce a dare, dalla sicurezza che ci procura conoscere ed essere conosciuti da un altro, un altro essere in questo mondo. Essere con il quale possiamo fare a meno di parola, di cui si è imparato a conoscere gli aspetti più sgraditi, ma nel tempo non più persecutori, con cui si è costruito un mondo, il personalissimo, singolare mondo che ciascuna coppia, per come ha potuto, ha costruito nel tempo come un puzzle tenace, imperfetto, a cui manca sempre qualche tessera, ma di cui è grande lo smarrimento se viene perduto. Mondo dii gusti, abitudini, memorie, dissapori, complicità.

Romane e Philippe, dopo qualche goffo tentativo di “libertà” e sogni ad occhi aperti di altri improbabili incontri, capiscono di non riuscire a rinunciare a quel mondo; sotto l’alibi, pur vero, dei figli, sui quali spesso si proietta la nostra dipendenza, sono loro a non riuscire a fare a meno l’uno dell’altro, sono loro a non riuscire a non varcare quel muro. Con un pretesto o l’altro, finiscono sempre “nella casa” dell’altro: l’ideale muro della separazione senza conflitto, cede sotto i colpi della loro rassicurante amicizia.

L’Amour flou è un piccolo film sull’amicizia coniugale, quel caldo, irrinunciabile, insostituibile sentimento, amore sublimato ma pur sempre amore, che lega le coppie mature, dove l’ambivalenza ha imparato ad integrarsi, l’idealizzazione ha lasciato il passo alla visione dell’alterità con tutta la sua umana imperfezione, con tutto quello che manca. “Perdonare il comportamento dell’altro – scrive Kernberg (1995, p. 247) -, ricominciare a seguito di gravi conflitti e del temporaneo predominio dell’aggressività sull’amore nella relazione, costituisce un rilevante indicatore di amore maturo”. Se appare un po’ pedagogico parlare di amore “maturo” (quando, come soggetti, possiamo dirci maturi?), certamente il film ribalta la comune e iconografica visione dell’amore, spesso cristallizzata all’innamoramento. Di quello che accade dopo, è assai più difficile parlare senza risultare noiosi come avrebbe potuto essere questo film: cosa c’è di più banale, oggi, di una separazione? Ma, ribaltando l’ottica, in cui i registi (di cui il film è opera prima) intendono con simpatia valorizzare proprio quello da cui, inizialmente, i due vorrebbero liberarsi, ecco che la separazione diventa esperienza di crescita, ritrovamento consapevole e pacato, lontano da ogni happy end,ma vicino al cuore di un vissuto con cui lo spettatore può facilmente identificarsi. Ci si ritrova non perché “rinasce l’amore”, ma in quanto nessun altro legame, nessun altro “nuovo”, dopo tanta vita, può eguagliare la loro complice amicizia. Poche imprese sono difficili quanto il matrimonio; anche quando non gravato da pesanti conflittualità, come per i nostri personaggi, ma solo segnato dall’appannarsi del desiderio, la contemporaneità che ha così mercificato e virtualizzato il mercato del desiderio, illudendoci che troveremo l’oggetto perfetto nel solipsistico mare della rete, non viene certo in soccorso. Occorre arrangiarsi da sé, inventare nuove formule, provare e riprovare, cadere e rialzarsi. Allo smarrimento di Romane che appare la più inquieta dei due alla ricerca di nuovi, giovani seducenti corpi (è noto che sono più spesso le donne a chiedere la separazione), lo scapestrato Philippe si fa soggetto portavoce del messaggio finale del film, quando è a dirle che a lui basta quell’amore lì, l’amore per i figli e per il loro mondo. Che non ce n’è, non ce ne sarà un altro migliore.

Qualcuno obietterà: rinunciatario? Il nuovo allora non è che una chimera? Tutte le identificazioni sono possibili. Nella mia personale visione del film, identificata con tutti gli sforzi di immaginazione a cui la coppia contemporanea deve sottoporsi per inventarsi nuove forme di famiglia, il percorso di Romane e Philippe rappresenta, al contrario, una conquista. Non promuoviamo forse un simile movimento con i nostri pazienti? La spinta a integrare, riparare, sublimare, in riferimento all’oggetto o alla pulsione, la capacità di perdonare senza denegare, di limare le idealizzazioni in favore dell’unica modalità con cui si realizza quel miracolo che Kernberg ha chiamato amore “maturo”, che io preferisco definire amicizia coniugale, ossia il riconoscimento dell’alterità. Posso amare un oggetto in modo durevole, senza crollare ad ogni incrinatura, solo se rinuncio a farne una protesi di me stesso, se lo spoglio dalla veste di idolo e lo vedo alla luce della sua intrigante alterità: è con me, ma è altro da me. In uno dei suoi consueti aforismi, Lacan rende assai bene l’idea quando dice che l’amore è sempre eterosessuale: l’amore, se è tale, è sempre amore per un altro.

 

Bibliografia

Freud S. (1910). Contributi alla psicologia della vita amorosa, OSF, 6.

Kernberg O. (1995). Relazioni d’amore. Cortina, Milano, 1996.

 

Settembre 2019