Larry Charles’s Dangerous World of Comedy – Recensione di Anna Cordioli

Autore: Anna Cordioli

Titolo: Larry Charles’s Dangerous World of Comedy (Il pericoloso mondo della commedia di Larry Charles)

Dati sulla serie: regia di Larry Charles, USA, 2019, produzione Netflix

Durata: 4 puntate di 60′

Stagioni: unica

Genere: Documentario

 

“L’humour è il cammino più breve tra un uomo e l’altro”

(Georges Wolinski, ucciso nell’attacco a Charlie Hebdo)

 

Nel mese di febbraio 2019 è apparsa sulla piattaforma Netflix una breve serie di documentari girati dal leggendario Larry Charles, sceneggiatore e regista di “mocumentary” ironici che hanno fatto storia e scuola, come Borat (2007), Religiolous (2008) e Bruno (2009).

Alla base del “mocumentary” c’è l’idea di creare dei personaggi di finzione che, interagendo con le persone reali, rivelino i lati più spontanei e dunque meno censurati, dell’animo umano. La risata si basa spesso su uno svelamento, seguito da una illuminazione, come nei migliori witz ebraici (Freud, 1905).

Il regista, in questo suo nuovo progetto, pur mantenendo la sua finalità ultima, cioè capire di cosa ride la gente, cambia strumento e cornice.

Abbandona infatti ogni forma di made up scenico per darsi al documentario ma soprattutto sceglie di intervistare comici e persone che vivono in luoghi di conflitto bellico.

Quali sono le sorti dell’umorismo in quelle parti del mondo dove non esiste pace, dove la sofferenza spinge l’essere umano al limite? Di quali sfumature si tinge “il più eminente meccanismo di difesa” (Freud, 1927), quando la posta in gioco sono la propria identità o addirittura la propria vita?

Così le interviste di Larry si svolgono tra città bombardate, luoghi presidiati dai militari, centri di recupero per sopravvissuti; là dove si è patito il maggiore dolore psichico possibile, lui cerca la risata e i suoi destini.

Ed ecco che, nell’arco delle quattro puntate di cui è composta la serie, Larry Charles incontra persone in varie parti del mondo- dall’Iraq alla Liberia, dalla Somalia alle riserve indiane d’America- e a ciascuno pone le stesse domande: “qual è la tua storia?”, “cosa ti fa ridere?”. Il tono delle interviste è lieve, nonostante i contenuti siano spesso sconcertanti.

Capita così di ascoltare Ahmed Albasheer, comico iraqueno, che racconta con divertita intelligenza di quando è stato rapito e torturato dalle milizie di Saddam; capita che Bobby Henline, militare americano, mutilato e sfigurato da un’esplosione, faccia battute disarmanti sul fatto che il suo show per reduci sia una bomba; e capita di sentire gli “stand-up comedians” liberiani fare battute sulle morti da Ebola o da Aids.

Il primo livello delle interviste è facilmente intuibile: abbiamo bisogno di ridere delle cose che più ci hanno traumatizzato, di quelle circostanze penose che hanno provocato un dolore profondo e al quale l’Io cerca di ribellarsi, per non soccombere. L’umorismo funziona come un vero salvagente dell’identità perché è una affermazione di dignità, “non è rassegnato ma ribelle” (Freud, 1927) e a tratti diviene uno strumento di diritto di parola contro l’oppressore, interno ma anche reale.

Se Larry Charles fosse stato un sociologo si sarebbe concentrato sulla relazione tra fonti di discomfort e temi della comicità: in fondo è sempre interessante sapere di cosa ride la gente in giro per il mondo. Durante la visione di questi documentari, diviene ben presto evidente che il fine del regista non è dare un’occhiatina voyeristica alle sventure altrui, ma di capire lui stesso, e di far capire allo spettatore occidentale, perché una battuta sull’ebola possa davvero far ridere.

Il regista sa che questa comprensione non è sempre possibile ed è interessante vedere come crei comunque almeno le condizioni per un ascolto proteso ad avvicinarsi all’altro.

Una cosa che i comici sanno è che per fare ridere si deve dunque creare una connessione, una comunanza di emozioni, se non addirittura di vissuti, per questo una tecnica base della “stand-up comedy” è raccontare la propria storia o almeno una storia a cui l’altro può partecipare.

Per questa ragione lui chiede ad ognuno dei suoi ospiti, che non sempre sono comici, di raccontare la propria storia, che in alcuni casi è la microstoria di una Nazione.

È emozionante sentir parlare una delle poche comiche dell’Arabia Saudita o il ragazzo che rischia l’incarcerazione perché su di lui pende il dubbio dell’omosessualità.

Nel frattempo il regista, interpola le parole dell’intervistato con pezzi di trasmissioni televisive locali, documentari storici, informazioni chiarificatrici. Questa immersione, quasi ipertestuale, rende le interviste potenti strumenti di comunicazione umana, trascinando lo spettatore dentro “qualcosa” di spiazzante. La bellezza dell’intervista sta proprio nel suo carattere polisemico e insaturo, per cui si fatica a stabilire se siamo finiti nella vita di una comica nigeriana o negli occhi spalancati di Larry Charles Di certo, c’è spazio anche per noi spettatori. Accade così che la visione di questi documentari ci porti a continue oscillazioni prossemiche dell’alterità: talvolta non possiamo che sentirci distanti e un attimo dopo ci scopriamo estremamente vicini a colui che parla e non di rado è proprio in quel momento che irrompe il riso, come a dare nuove proporzioni ai vissuti.

Per la propria fatica emotiva -di addentrarsi in contesti pressoché disumani- lo spettatore viene ripagato con una risata, quella famosa “empatia risparmiata” (Freud, 1905) che, grazie ad uno spostamento dell’ultimo minuto o a una piccola pausa comica, interrompe l’affetto penoso e permette una diversa vicinanza.

Non si può certo dire che “The dangerous world of comedy” sia uno spettacolo spassoso, ma offre moltissime occasioni di stupore e riflessione: come per le migliori battute umoristiche, si ride cinque secondi e poi ci si pensa sopra dieci minuti.

La grandezza di questa serie di documentari risiede soprattutto nella capacità di evitare ogni prosopopea troppo bonificatrice: non ci si trova davvero a pensare che l’umorismo salverà il mondo (e l’Io), ma ci si trova perennemente perturbati di fronte a ciò che fa ridere l’altro. L’umorismo è “solo” un grido di esistenza e dunque anche un’offerta di compartecipazione.

Un secondo livello delle interviste ci conduce ben oltre, a contatto con la rottura deliberata dell’empatia o addirittura con l’uso della risata per rifiutare totalmente il legame con l’altro. Tra gli intervistati di Larry Charles ci sono anche un signore della guerra liberiano, vari miliziani dell’Isis e di Al Shabaab, i suprematisti bianchi, i troll antisemiti e svariati comici nigeriani che hanno fatto la propria fortuna con allegre barzellette sullo stupro e sull’omofobia: anche a loro il regista chiede la loro vita e cosa li fa ridere. Qualcuno non capisce il senso delle domande, altri entrano in una posizione volutamente beffarda, altri confessano candidamente quanto fosse spassoso deridere il nemico prima di ucciderlo, consegnare ai familiari la testa del congiunto, truccato da donna o di aver pisciato sui cadaveri dei miliziani dell’ISIS. Follia, ebbrezza, ripiegamento su di sé, estasi, impunibilità: “The dangerous world of comedy” non lascia fuori nessuna delle vertigini narcisistiche e in talune testimonianze appare chiaro quanto l’altro sia un nemico, “come un’eco, una copia” (Freud, 1927), da annientare tanto nella mente quanto nella realtà.

È difficile dire che effetto faccia ad uno spettatore occidentale sentire e vedere certe cose. Indubbiamente si vorrebbe dire una parola forte che distanzi tutto questo dal proprio Io, ma ciò che Larry Charles non ci permette è proprio il fatto di considerarci facilmente estranei a tutto questo. Nella stessa intervista ci possiamo sentire in diritto di giudicare quella persona e un attimo dopo, semplicemente, sentiamo che questo non ci aiuterà.

Appare chiara la differenza tra un “umorismo che accomuna” e la derisione che vilipende l’altro, ma su tutto vige un sentimento sospeso e perturbante, proprio di quando l’inconscio scorrazza bellamente nella scena. Il regista torna così alla sua poetica dello svelamento, lasciandoci con meno certezze, più stimoli ma anche con un sentimento di profonda compassione per le atrocità incontrate.

Vorrei concludere segnalando un’intervista ad un ex ragazzo soldato della Liberia che, vestito da militare, si esibisce in strada per racimolare qualche soldo. Attorno a lui si assembra una piccola folla di curiosi, poveri come lui, per cui ci si chiede se riceverà qualche obolo alla fine del suo spettacolo. È un mimo, si muove in modo sgangherato, come fosse un rissoso militare ubriaco che spara sulla gente, poi barcolla e il suo corpo sembra davvero risentire del rinculo del fucile. La gente ride, viene da pensare che stia prendendo in giro le milizie. E qui arriva Larry che, nel montaggio, intermezza le immagini dello spettacolino di strada con pezzi di documentari sulla guerra in Liberia: bambini soldato che sono troppo piccoli per sopportare il peso di un kalashnikov, sparano, incespicano, e tutti hanno imparato a fare degli strani passi di lato, come ballassero da ubriachi. Di punto in bianco, ci si accorge che ciò che sembrava una parodia è invece una riproduzione, come se il corpo di quel ragazzo non stesse mettendo in scena nulla di creativo ma ci mostrasse la memoria traumatica e coattiva. Vediamo lo stesso gesto, la stessa espressione, perché non è passato neppure un secondo da allora.

Di colpo io non rido più ma vedo la gente di Monrovia che ride, grata. Forse per loro il tempo invece è passato.

Anche questa è “commedia”.

 

Bibliografia

Freud S. (1905). “Il motto di Spirito”. O.S.F, 5.

Freud S. (1927). “L’umorismo”. O.S.F., 10.

 

Marzo 2019