The Last Dance – Commento di G. Miotto

Autore: Giovanni Miotto

Titolo: “The Last Dance”

Dati sulla serie: creata da Michael Tollin, USA, 2020, 10 episodi (50’) Netflix

Genere: docuserie sportiva

 

 

 

 

“The Last Dance” è una docuserie riguardante l’epopea di una squadra di basket, il cui campione principale, Michael Jordan, è diventato un’icona pop, un logo, al pari della Coca-Cola, di Madonna e, per certi versi, anche di Freud. Cosa c’entra il basket con la psicoanalisi? Forse più di quanto si potrebbe pensare, se due analisti come Stefano Bolognini (2010) e Theodore Jacobs (2013) vi hanno dedicato bellissime pagine di narrativa.

Sono due i vertici osservativi che, intrecciandosi, donano profondità alla serie: la storia dell’uomo e la dinamica del gruppo.

Jordan, terzo maschio, quarto di cinque figli, non nasce con le stimmate del campione: i fratelli sono più bravi nello sport e più amati dal padre, durante il liceo fa molta panchina. Sarà questo il leitmotiv della sua carriera: un’infinita ricerca di carburante per ravvivare la ferocia agonistica, il divorante impulso a competere contro tutto e tutti, a volte contro anche i propri compagni. Nel basket però è un individuo, per quanto dotato, è solo parte di un ingranaggio: si tratta di uno sport molto fisico, di una guerra in cui cinque uomini, dalle più diverse corporature, funzioni e personalità, devono interagire armonicamente per poter vincere.

Entrano qui in gioco: Phil Jackson, allenatore guru, tra filosofie orientali e di gioco, fautore di un metodo chiamato il “triangolo”; i gregari non sempre disposti ad accettare il loro ruolo o in grado di reggere la tensione; una dirigenza che da un lato funge da parafulmine ma che dall’altro non vede l’ora di smantellare una squadra ormai troppo “ingombrante”.

Per aspera ad astra: non vi sono scorciatoie per raggiungere l’Olimpo e la squadra sembra vivere costantemente sull’orlo del baratro e dell’imminente disgregazione, dopo dieci anni di dominio: l’epicità è acuita dalla consapevolezza che sarà per davvero l’ultima danza.

Impressiona rivedere le immagini di un basket diverso, più “crudo” e romantico rispetto al basket odierno, ed è facile immedesimarsi nei vari membri del gruppo: non siamo noi stessi un gruppo?

Tra i pregi il montaggio incalzante, che rende il prodotto godibile anche ai non avvezzi a questo sport; tra i difetti? A volte si scade nell’agiografia, da un lato perché il protagonista è stato coinvolto nella produzione, dall’altro perché celebrare implica anche, almeno per un istante, distogliere lo sguardo dalla labilità del confine tra agonismo ed agonia.

 

Bibliografia:

Bion W. R. (1961). Experiences in Groups. London: Tavistock

Bolognini S. (2010). Basket City, in “Lo Zen e l’arte di non sapere cosa dire”, Bollati Boringhieri, Torino.

Jacobs T. (2013). The Year of Durocher. IP Books.