“L’atelier” di L. Cantet. Commento di Elisabetta Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: L’atelier

Dati sul film: regia di Laurent Cantet, Francia, 2017, 113’

Genere: drammatico

Trama

 

Quattro ragazzi e due ragazze, con pregressi “problemi scolastici”, partecipano ad un laboratorio di scrittura creativa condotto da una scrittrice di successo, Olive, durante un’estate a La Ciotat, sulla costa meridionale della Francia, proprio là dove i fratelli Lumière immortalarono l’arrivo del treno in stazione, nel 1896. L’obbiettivo è quello di scrivere un thriller e pubblicarlo, facendo lavorare insieme ragazzi che hanno avuto problemi scolastici, ambientando la storia in quel paese noto per un grande cantiere navale smantellato a metà degli anni ’80, che portò non solo una crisi sociale ed economica, ma indusse al suicidio molti operai. Nel gruppo spicca Antoine, un ragazzo di talento che si segnala per i suoi modi provocatori e per la violenza dei suoi scritti il quale, con i suoi interventi, mina la serenità dei rapporti sin dall’inizio e ingaggia Olive in una relazione intrisa di seduttività e di difficile gestione. Nelle ultime sequenze il film accelera il ritmo lento tenuto per quasi due ore, e porta lo spettatore ad un epilogo spiazzante.

 

Andare o non andare a veder il film?

 

Il regista francese, che nel 2008 ha vinto la Palma d’Oro a Cannes con “La classe” ripropone l’idea del “laboratorio” e prende spunto da vicende reali per proporre un film difficile sul presente di una generazione di giovani che si scontra con le difficoltà del quotidiano, il confronto con il passato, l’incertezza del futuro. Un presente svuotato di senso, pieno di paure – il terrorismo può colpire in qualsiasi momento – di diffidenza – l’altro è nero, è arabo, è “diverso” – di conflitti con i coetanei e con gli adulti, lontani e incapaci di avvicinarsi ai ragazzi. I conflitti interni emergono con violenza negli scambi tra i personaggi, minati dalla sospettosità, dall’impazienza, dalla difficoltà a pensare

La sceneggiatura, scritta di Robin Campillo e dallo stesso Cantet, pur debole a tratti per i dialoghi un po’ scontati, si fa forte nell’intensità di scambi non verbali e gli attori, giovani esordienti, incarnano personalità differenti con profondità ed efficacia. Olivia, nel gestire il gruppo, è costretta a mettersi in discussione e comprende quanto i personaggi dei suoi libri siano poco convincenti rispetto alla realtà emotiva che quei giovani le mostrano con forza, in particolare Antoine. È lui che dice che si può uccidere per il gusto di uccidere, che non serve un movente, che si può uccidere per noia, perché il vuoto intorno e dentro di te ti uccide. Vivi così come il protagonista di un videogioco, hai bisogno “di una vita”, altrimenti muori.

 

La versione di uno psicoanalista

 

“L’atelier” è un film che necessita di un tempo di revisione e riflessione e sono molti i vertici psicoanalitici a cui offre un aggancio per approfondire tematiche importanti.

Ad un primo impatto quel senso di confusione e difficoltà a tessere insieme i molteplici fili che ne intrecciano le vicende può lasciare allo spettatore con un senso di inquietudine profonda. A ripensarci, forse è uno degli obbiettivi del film, portarci dentro l’anima dei protagonisti, quei giovani che sono potenziali terroristi, confusi, incerti, in lotta con gli altri e con se stessi, per indurci a cercare di comprendere, per portarci, come prova a fare Olivia, a pensare ad un modo per aiutarli. Ogni adulto dovrebbe fare uno sforzo per “esserci” per questi ragazzi, malgrado tutto, e dimostrare di sopravvivere e di non avere troppa paura, per accompagnarli, anche se si avvicinano e si allontanano quando meno te lo aspetti: ti possono provocare, minacciare, farti perdere la fiducia e la speranza.

Ognuno di loro si porta appresso una storia che conoscono poco, sembrano vittime di traumi transgenerazionali inelaborati, sono difficili da agganciare, ma non è un’impresa impossibile

Lo sguardo del regista, libero delle ingenuità e dei patetismi di tanto cinema italiano, non si lascia travolgere da una storia che potrebbe sfociare in tragedia, né sedurre da risposte banali. Non pecca di autocompiacimento ma al contrario rimane agganciato ad una realtà sin troppo crudele, e non perde la fiducia, cerca di trovare un senso.

La cura della parola o, meglio ancora, il prendersi cura delle parole, il riuscire ad esprimersi associando liberamente – cosa c’è di più difficile? – l’ascolto reciproco, sono tutti elementi necessari a imparare a pensare, a costruire un rapporto con gli altri e con sè stessi, a rimanere vivi anche se si diventa adulti.

Questo è un processo evolutivo che richiede pazienza, tempo, accettazione dei tempi dell’altro. Il risultato è che si può costruire una storia, riappropriarsi della propria storia, sentire di possederla, di farne parte. È questo uno degli obbiettivi che il regista suggerisce e che, come psicoanalisti, possiamo condividere appieno.

 

Giugno 2018