“Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra. Recensione di Rossella Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: Le nostre anime di notte (Our Souls at Nights)

Dati sul film: regia di Ritesh Batra, Usa, 2017, 10’

Genere: drammatico

“Due anime sole”

Non ripercorro l’esile e, per certi versi, irrilevante trama del libro di Kent Haruf, di cui ho scritto nella mia recente recensione in questo sito, poiché il film, presentato alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia e ora su Netflix, vi è del tutto aderente. Il regista indiano Ritesh Batra (“Lunchbox”, 2013) riesce perfettamente a non aggiungere, a non sottrarre, lasciando agli interpreti la stessa forza essenziale che Haruf possiede nella purezza della sua scrittura.

“Le nostre anime di notte”, poetica, breve storia dell’amicizia profonda e quasi amorosa (nel senso vitale ed ampio del termine, non erotico) che due vedovi, Addie e Louis, interpretati da Robert Redford e Jane Fonda, entrambi Leone d’Oro alla carriera, instaurano da un giorno all’altro.

La regia preserva gli interni bui e raccolti delle due case, la bigotteria piatta e invidiosa della provincia, lo scorrere quotidiano del tempo nelle piccole cose, esiliato dal grandi eventi, come è nello stile narrativo di Haruf, e dunque il lettore si trova immediatamente a proprio agio in quelle calde, domestiche atmosfere di un imprecisato Midwest, dove gente comune conduce un’esistenza senza gloria, piena di rimpianti.

Il fascino del film regge completamente sulla coppia Redford – Fonda: dai tempi di “A piedi nudi nel parco” (1967), la bellezza prorompente, gli slanci dell’erotismo giovanile lasciano il posto al fascino immacolato di una bellezza, non solo estetica, che il tempo sembra esaltare, accentuando sfumature, sguardi, mezze parole, esitazioni tipici dell’età, sostenuti da una sorta di contenuta grazia senza tempo. Dolci e solenni dietro le rughe, non ci sentiamo di fronte a due vecchi, ma a due anime sole.

Cuore del libro e del film, idea geniale universale che ne farà una piccola opera senza tempo, è il valore della parola.

Addie non riesce a dormire, le notti sono lunghe in tanti anni di solitudine.

Una sera scende Louis, che avanza la più scabrosa delle proposte: vieni a passare la notte da me, a parlare. La notte è lunga da attraversare da soli, senza parole. Solo lievemente stupito, lui commenta: “che cosa ci diciamo?”. In tanti anni di vicinato, la vedovanza, le ferite e le colpe inutili di ogni matrimonio hanno pesato come macigni, e loro si sono guardati, così diversi dagli altri nella piccola comunità, senza parlarsi mai.

Lui sale, una notte, due, tutte le notti, che si popolano della salvezza umana che non guarda l’età, è indifferente alla decadenza, ci salva della gabbia del sesso diventato fatica, ci fa esprimere: la parola. La vita cambia. La scissione notturna va ad integrarsi con la luce diurna e iniziano a uscire, sfrontati di fronte alla comunità invidiosa e chiacchierona: ai vecchi è concesso il lutto, il bar, la nostalgia, non il desiderio.

Accolgono il nipotino di lei che unico, con la capacità dei bambini, sa sintonizzarsi e capire con il semplice ascolto del cuore.

Un giorno Addie cade, e niente come una frattura è per un anziano una condanna. Il figlio di Louis, rancoroso, rivuole la madre con sé e il sogno si spezza. Sono di nuovo soli. All’impotenza dell’anziano di fronte al potere dei figli, a volte mascherato per ‘aiuto’, lo scrittore e il regista inventano un delizioso, forse immaginifico, finale.

La vita reale li ha separati, diremmo il principio di realtà, ma il principio di piacere trova comunque una sua nicchia: le notti tonano ad essere lunghe. Non si dorme.

L’uno pensa all’altro, a quell’universo che ha perduto.

Squilla il cellulare di Louis, è Addie. Riprendono a parlare.

E di cosa ? Di qualunque cosa, del tempo … poi non si sa dove porterà. Parla con me.

Lo scrittore e il regista regalano ai personaggi la sola fonte di salvezza in questo mondo, la parola. Non saranno nell’intima giocosità dello stesso letto, non usciranno sottobraccio la domenica, ma parleranno.

 

Aggiungo che sono molti, sempre di più, i film autoriali sulla cosiddetta ‘terza età’, termine che trovo infelice ma, in attesa uno migliore, adotto al momento questo. “Le nostre anime di notte” è uno dei più belli.

La sua semplicità è complessa, la sua poesia è struggente senza infingimenti o eccessi, l’essenzialità del testo e la resa interpretativa di una coppia perfettamente fusa nei ruoli lo rende di facile immedesimazione e, al tempo stesso, dotato di un’aura magica. È puro cinema. Senza grandi denunce, ma usando la chiave poetica, in grado di arrivare a tutti, pone il problema sul quale brevemente mi soffermo: il cinema e la sua straordinaria capacità di indagare un’area, la vecchiaia, di cui si parla tanto (troppo) in termini medici, ma troppo poco nei termini che agli stessi anziani interesserebbe: il loro desiderio. Intendo qui desiderio di vita, esperienza, conoscenza, libertà, poter sbagliare, essere soli, essere con, comunicare. C’è un tetto oltre il quale, tranne pochi fortunati, subentrano improvvisamente gli altri a decidere.

Segnalo, a questo proposito, la deliziosa semiseria serie TV “Grace and Frankie”, sempre su Netflix, ancora con Jane e Lili Tolym e da loro stesse prodotta. Più fortunate in quanto cittadine benestanti della più evoluta California, le due amiche hanno comunque a che fare con le avventure di due settantenni piene di vitalità a cui il mondo non sempre risponde come farebbe se ne avessero venti di meno.

E termino con l’arguta commedia francese, al cinema, “Un profilo per due” (2017), di Stéphane Robelin, che attraverso una lieve rivisitazione dell’eterno mito di Cyrano de Bégerarc racconta una gustosissima vicenda, piuttosto favolistica nello svolgimento, ma assolutamente realistica nei contenuti e nei sentimenti.

 

Novembre 2017

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