“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” di S. Sibilia. Recensione di C. Nichini

“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” di S. Sibilia. Recensione di C. Nichini

Autore: Cristiano Nichini

Titolo: “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”

Dati sul film: regia di Sydney Sibilia, Italia, 2020, 117’

Genere: commedia

 

 

 

 

 

“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” è un film visibile sulla piattaforma Netflix dal 9 dicembre 2020. La storia narrata si colloca nella “calda” stagione della fine degli anni 60. Siamo a Rimini ed il giovane Giorgio Rosa si è appena laureato in ingegneria. I suoi genitori, figure semplici ma di solidi ideali, hanno fatto sacrifici per far studiare il figlio, che però sembra non volersi conformare alle aspettative paterne e della società. L’ingegnere, interpretato da Elio Germano, ha una spinta creativa che entra in attrito con gli aspetti normativi formali ed informali del contesto in cui vive. Ne è testimonianza l’automobile da lui progettata e creata, un oggetto bizzarro con un’estetica originale, che però viene precocemente bloccata dalle Forze dell’Ordine perché senza targa e non omologata.

Gabriella, la sua ex fidanzata, l’aveva lasciato proprio per questa sua incapacità di integrare la sua creatività con un piano di realtà che consentisse una progettualità più a lungo termine. È durante una discussione tra i due che la ragazza dice che l’unica possibilità per Giorgio è quella di costruirsi un “mondo tutto suo”.

L’ingegnere sembra prenderla alla lettera e con un gruppo di improbabili amici, tutti a loro modo in cerca di identità e realizzazione, progetta di costruire un’isola artificiale al limite delle acque territoriali italiane.

Sulla piattaforma, di circa quattrocento metri quadrati, prende progressivamente corpo una comunità che vuole differenziarsi e costituirsi come nuovo stato indipendente. L’epilogo della vicenda è noto a tutti: l’isola verrà distrutta ed i protagonisti portati a terra.

Ritengo che da un vertice psicoanalitico la storia narrata e le scelte delle modalità narrative di questo film (fotografia, musiche, dialoghi, silenzi, ecc.) siano una descrizione poetica e particolarmente efficace dell’esperienza adolescenziale.

Propongo tre punti di osservazione. Il primo riguarda i rapporti tra il nuovo territorio (la neonata isola) e lo stato italiano da cui è gemmata. Ci sono attriti che nascono dai bisogni di riconoscimento e di indipendenza del nuovo stato. Tali bisogni sembrano contenere il paradosso del “non sono te, ma ho bisogno che tu mi riconosca”. La genesi del nuovo stato vuole essere qualcosa di nuovo, di inedito che rivendica una sua originalità e libertà. Nel contempo sembra richiedere comunque la presenza e la testimonianza dell’altro, che convalidi e riconosca la novità. L’ingegnere Rosa si recherà al Consiglio d’Europa di Strasburgo per vedere riconosciuta la sua isola. La genesi del nuovo non può avvenire se non attraverso una relazione, che passa anche attraverso lo scontro. L’antico adagio del “Ci sarà pur un giudice a Berlino”, è diventato “Ci sarà pur un giudice a Strasburgo” e testimonia che la spinta di Giorgio non si alimenta solo di elementi distruttivi di contestazione, ma è anche sostenuta dalla speranza che qualcosa o qualcuno, fuori di sé, convaliderà la sua esperienza. Tutto ciò evoca con forza gli scritti di Winnicott, in particolare quelli che si riferiscono all’esperienza e alla costituzione di uno “spazio transizionale”.

Su questo tema il film offre l’efficacissima metafora delle acque extraterritoriali. Concetto giuridico controverso, soggetto di frequenti revisioni sia nazionali che internazionali che ha, tra gli altri, come tema la giurisdizione di porzioni di mare che si pongono nella zona intermedia tra le acque nazionali e quelle internazionali. Insomma un’area che sfugge alle classificazioni e alle definizioni definitive che ben si presta a rappresentare il “luogo dell’adolescenza”. “Un luogo”, come scrive Pellizzari (2010), “di riparazione creativa, che non ripristina ciò che è stato distrutto, ma lo ricrea…Questo luogo ideale, utopico, proprio per questa sua caratteristica può essere interiorizzato, diventare uno spazio interiore. Non ci si può infatti identificare a un tal luogo, si può solo esserlo”.

Qui si apre il secondo vertice di osservazione della vicenda che è quello più interiore del personaggio principale. Non è difficile riconoscere l’intima partita che l’ingegnere ha aperto con le due figure genitoriali e con la ex fidanzata. Il padre incarna bene il principio di realtà e il limite, non si sottrae allo scontro, ma rimane integro in filigrana il patto intergenerazionale che consentirà il passaggio di consegne finali (lo scontro con il padre sembra esitare nella costituzione di una funzione superegoica positiva e di supporto). Ben rappresentata dal Ministro dell’Interno italiano è invece l’istanza persecutoria e schiacciante di un genitore che rivendica le sue infallibili e immodificabili leggi (spassosa la telefonata minacciosa del Ministro a Giorgio, che sembra un genitore che non sa più che strategia utilizzare con un figlio intemperante). È invece Gabriella, la ex fidanzata, che svolge una funzione mediatrice tra gli aspetti megalomanici ed onnipotenti di Giorgio e il principio di realtà. Gli ideali non verranno sacrificati ma dovranno trovare una più efficace via di realizzazione. Una via di realizzazione fatta di fatiche, prove, fallimenti e confronto con opinioni diverse. È questo il tema del terzo polo di osservazione che proponiamo. La genesi del nuovo stato (Pellizzari intitola proprio “La seconda nascita” il libro che dedica all’adolescenza, non intesa come fase della vita ma come “posizione”, alla stregua dei concetti kleiniani di posizione paranoide e depressiva) pone sin dall’inizio dei problemi di organizzazione e di regole, tese ad evitare un caos ingovernabile. Il rischio del non pensiero, della negazione del trascorrere del tempo e del limite espongono alla possibilità di far permanere l’isola in uno stato di “infanzia” perenne. Gabriella, alla prima visita all’isola, dirà a Giorgio: “non hai creato un nuovo mondo ma una discoteca”. Quella frase rimarrà impressa al protagonista, come un segnale di risveglio da un mondo infantile che rischia di imprigionarlo. L’unica bevanda che circola sull’isola è il Cynar. Un solo gusto, una sola possibilità, un latte materno che da l’illusione di essere sempre disponibile (sull’isola verrà creata sin dall’inizio un’ingente scorta della bevanda) e di non deludere mai.

Ritengo che il film di Sydney Sibilia sia ben riuscito ed abbia avuto la capacità di differenziarsi dal racconto storico senza banalizzarsi in una semplice “favola”. La sceneggiatura, infatti, prende le mosse da un fatto realmente accaduto ma se ne differenzia in modo deciso, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche ed i progetti del protagonista Giorgio Rosa. Secondo Wikipedia, nella realtà, quest’ultimo si arruolò nella Repubblica Sociale Italiana ed il progetto dell’Isola aveva soprattutto una valenza commerciale. Le sue istanze indipendentiste, più che legate a motivi ideali o utopici, sembravano essere il tentativo di aggirare i vincoli burocratici e amministrativi italiani che rallentavano la realizzazione del suo progetto.

La trama film, pertanto, prende spunto da quell’esperienza ma se ne differenzia rapidamente assumendo una sua autonomia narrativa e di possibili significati, tale da  far scrivere a Gianni Canova: “Azzardo un’affermazione forte: secondo me L’incredibile storia de L’isola delle Rose è il più bel film italiano sul ’68 che io ricordi” (welovecinema.it, 14 dicembre 2020).

Ora la domanda è: che relazione c’è tra Adolescenza e Sessantotto ? Questa, però, è un’altra storia…

 

Bibliografia

Pellizzari G. (2010). La seconda nascita. Fenomenologia dell’adolescenza. Milano, Franco Angeli, 2010