L’infanzia di un leader

The Childhood of a Leader (L’infanzia di un leader)

Di Brady Corbet – Gran Bretagna, Ungheria, Belgio, Francia 2015-09-05

Sezione Orizzonti – In concorso

Commento di Rossella Valdrè

Non essere stato un bambino desiderato, importante solitudine affettiva, crudeli punizioni, intelligenza e spirito ribelle sembrano essere, attraverso il racconto dell’infanzia del piccolo Prescott, le principali caratteristiche che faranno di un bambino un futuro leader tiranno. A questa tesi psicologica iniziale, sulla quale il giovane regista Corbet costruisce tutto il film, non fa fede però, purtroppo, un’altrettanto felice coerenza narrativa.

Siamo alla fine della prima guerra mondiale e una importante e conflittuale famiglia americana si stabilisce nella campagna francese: il padre, diplomatico di spicco del Presidente Wilson, è coinvolto nei negoziati di pace che porteranno al Trattato di Versailles, la giovane moglie una donna frustrata, che avrebbe voluto una vita libera dalla maternità e dal matrimonio, e il piccolo Prescott un bambino solitario, affezionato unicamente a una tata che gli verrà tolta, in odio contro un padre che non lo comprende e una madre che, nonostante sia una cristiana devota, non lo ama. Prescott soffre lo sradicamento, cerca nella tata e nell’insegnate di francese quel tenero riferimento materno che gli manca e, non potendolo avere, da bambino intelligente e tenace quale è, supplisce con lo studio e una solitudine piena di rabbia e rancore. Mi vendicherò, è come se pensasse. Non subirò più alcun comando, alcuna vessazione: sarò io a comandare.

E così avverrà Mentre la tranche de vie del film riguarda la breve infanzia (o meglio, l’assenza di infanzia) di Prescott, mentre si consumano i frenetici giorni della fine della guerra, lo ritroviamo adulto, nella scena finale, futuro dittatore degli avvenimenti che ben più duramente sconvolgeranno il cuore dell’Europa.

Sembra che il regista abbia liberamente attinto a molte biografie di importanti leader politici e, prendendosi un’ampia licenza poetica, ne abbia poi tratto la vicenda narrativa del film; ma perché parlo di un film non riuscito, nonostante la buona idea di partenza? Troppo ambiziosamente, i registri esplorati si sovrappongono creando l’effetto di una gran confusione, da un lato, e di una certa incongruenza dall’altro. Lo sfondo storico è descritto con estrema precisione e vuole essere parte essenziale del film, ma non si capisce poi come e dove, alle soglie della seconda guerra mondiale, un giovane americano diventa dittatore, così come l’eccessiva definizione del titolo polarizza lo spettatore ad aspettarsi qualcosa di troppo preciso, quasi attendendosi il resoconto circa i prodromi e la nascita del Male. Meglio sarebbe stata una vicenda di pura fantasia, pur ispirata a una delle tante biografie di questo tipo, ma non vincolata a cosi precisi riferimenti storici che poi non tornano, oppure optare per una biografia vera e propria: ancora una volta, l’eccesso di mescolanza e di pretese, non ha giovato né all’esplorazione psicologica, né alla ricostruzione storica.

Dal punto di vista del montaggio, inoltre, appare ugualmente infelice la scelta di suddividere in capitoli, con stile da cinema nordeuropeo, quelli che vengono chiamati i primi “scatti d’ira” del bambino, quasi a ‘fissare’ possibili segnali di una futura tendenza all’aggressività.

Fatta questa importante premessa che ha motivato, a mio parere, gli incerti applausi della sala, e mettendo da parte il pur ingombrante sfondo storico, i momenti migliori del film si rintracciano in alcune scene, nell’interazione tra Prescott e gli adulti intorno a lui, nella crescente irritazione che lo porta alla scenata finale, a tavola con tutti gli illustri invitati del padre, quando urla che lui “non crede più nelle preghiere”: vale a dire, non crede più nella madre. Veniamo spesso a contatto con relazioni madre-bambino disfunzionali: è come se Prescott ‘sentisse’, quale oggetto incarnato, l’odio della madre. Se è vero, come scrive Winnicott, che ogni madre attraversa momenti di fisiologico odio, “objective hate”, per il suo bambino e lui per lei (in analogia a quando accade tra analista e paziente), è anche vero che quando le cose funzionano sufficientemente bene questa fase è plastica, transitoria, consapevole, è un conflitto emozionale in cui si passa, l’avvicendarsi dell’amore con l’odio. A volte, invece, come in questo ed altri infelici casi, l’odio si fa struttura, permane, e il bambino non ha vie di fuga. Avrebbe potuto morire per quella gravidanza, la giovane bella madre, ed è un po’ come se le avesse, in effetti, ucciso la vitalità: donna severa, aspra, sottrae a Prescott momenti di gioco, licenzia la tata che lui ama, e appare lei stessa una vittima di una società dalle poche possibilità per una donna. Impossibilitato, inoltre, a identificarsi con un padre troppo distante e severo (e che avrebbe voluto una bambina), lo irrita ancora di più con le sue ribellioni, con i capelli lunghi da finta femmina, con l’ostentata indifferenza; il percorso edipico di Prescott è reso molto difficile. Una volta persa la tata, non gli resta che chiudersi in camera a fare da sé, rinunciando anche alle lezioni di francese da una gentile maestra che era capace di prenderlo: dipendere da qualcuno, ha presto imparato, fa soffrire. Quel qualcuno può sparire, come la tata. Ribaltando il passivo in attivo, Prescott si assicura il controllo totale sugli oggetti, la futura indipendenza e l’immensa solitudine. Non ha amici, non ne vuole, solo austere figure adulte intorno a lui. Non si confida, ha imparato che anche confidarsi è un pericolo: la sua forza sarà il segreto.

Anche nello sguardo finale, che lo vede giovane adulto sfilare tra una folla di popolo che malauguratamente lo seguirà, gli occhi sono gli stessi occhi tristi del bambino.

Se vi è una cifra nell’infanzia del futuro leader, si direbbe essere la tristezza. Una tristezza antica, inconsolabile.

Forse un po’ presuntuoso, credo, assumere tutto questo a modello dell’infanzia di “ogni” tiranno; è noto che Hitler (cui credo il film volesse molto liberamente ispirarsi) soffrisse invece pesanti complessi di inferiorità, cosi come Stalin, e molti casi diversi. Una cosa forse è certa, se la guardiamo non cercando l’esatta corrispondenza storica ma per il nostro interrogarci psicologico: la genesi del Male non può originare dal bene, ed è verosimile ipotizzare che il dittatore sia colui che ribalta in attive e proietta nell’altro le ferite subite, i rifiuti, gli smacchi narcisistici.

Cinema, psicoanalisi, filosofia e scienze sociali non smettono di interrogarsi sulla genesi della tirannia, sulle radici psicologiche che portano un singolo individuo ad incarnare il modello infausto, come Freud aveva per primo esattamente delineato in ‘Psicologie delle masse’, recipiente dentro cui masse bisognose di idee forti, sicurezze e appartenenza proietteranno le loro aspettative, abdicando al pensiero e alla critica. Se tiranni vi sono e vi sono sempre stati, l’Europa a cavallo tra le due guerre ha certo visto nascere la più maligna delle radici dell’odio.

Il film di Corbet, tuttavia, che pure non manca di buone interpretazioni e una certa potenza visiva, per i motivi a mio avviso suddetti non riesce a rendere l’idea che voleva coerente tra questa mistura, questo intreccio che ha determinato la nascita di leader nazi-fascisti: il trauma delle loro infanzie e precise concomitanze storiche.

Resta il dato vero, e non così raro nella vita psichica di molti sadici, dell’essere venuti al mondo non voluti e non amati, deprivati di un’infanzia, e di aver impostato le successive difese nel segno di non dipendere più da nessun oggetto d’amore, ma di distruggere tutti quelli che da lì in poi si incontreranno.

Per il paradosso della coazione a ripetere, i legami danneggiati – come scrive in acute parole Michael Eigen, “the damaged bonds” – non solo si ripeteranno, ma renderanno impossibile ricevere qualcosa di buono.

                                                   La segretezza è il principio della tirannia.

                                                                                                                        (R.A. Heinlein)

6 settembre 2015