“L’isola sbagliata” di Giorgio Magarò. Recensione di Angelo Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: L’isola sbagliata

Dati sul film: regia di Giorgio Magarò, Italia, 2017, 78’

Interpreti: Luigi Cori e Roberto Corona.

Genere: commedia/drammatico

“L’isola sbagliata” : il Cinema come “sogno della veglia”.

“Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia”.

Shakespeare

(Amleto: atto I, scena V)

 

Scarsamente distribuito nelle sale italiane, come spesso capita ai film di quei registi, come Giorgio Magarò, che amano il Cinema soprattutto come artigianato, come relazione con la crew, con gli attori, col pubblico, e non tanto il versante commerciale del cosiddetto mainstream cinematografico. Quest’ultimo lungometraggio del regista è molto interessante  da osservare come “oggetto evocativo” (Bollas, 2010) e contiene, da questo punto di vista, molte suggestioni psicoanalitiche, e di un certo tenore.

In una recente intervista alla rivista GQ Italia Magarò afferma significativamente: “Ho sempre fatto cinema con le persone, un lavoro non creato e diretto da me, ma condiviso. Utilizzo lo strumento video per permettere agli altri di raccontarsi (…). Ciò che mi interessa è fare comprendere i meccanismi del cinema. Non è il making of che vediamo tra i contenuti speciali di un dvd ma qualcosa di completamente diverso, per esempio il tipo di relazione che c’è tra il regista e gli attori (…). Ci sono cose che puoi capire solo vivendo l’esperienza di una produzione: il rapporto tra gli attori, le dinamiche esistenti nello scrivere una storia insieme, il lavoro di équipe e come si fa a portare a termine un lavoro che funzioni”.

Il lavoro di Magarò, iniziato negli anni ‘80 come documentarista, si sviluppa successivamente attraverso un’attenzione particolare verso il sociale e i suoi protagonisti più fragili e bisognosi di uno sguardo che li accompagni e che faccia sentire la loro voce: i disabili, gli adolescenti, i malati psichiatrici.

“L’isola sbagliata” è il quinto lungometraggio dopo “Halien” (2001), “Emoticon” (2006), “Nostalgia del futuro” (2011) e “Space Truckin” (2012), a dimostrazione della grande passione, della solida militanza artistica del regista. Il filo rosso che lega i suoi film e ne tesse la poetica è l’esplorazione del confine tra sogno e realtà, nonché dell’incommensurabile distanza tra questi due poli, peraltro centrali ed indivisibili, e insieme fondativi dell’essere umano. Il Cinema è forse il solo medium – sembrerebbe indicarci Magarò – capace di porsi come ponte onirico-rappresentativo a travalicare questa incommensurabilità, questo scarto fondativo che sta alla base del soggetto. Il Cinema è dunque, in un senso che ricorda quasi la visione bioniana dell’inconscio, come “campo emotivo emergente”, come “sogno della veglia” (Bion, 1962, 1972) in continua espansione, creazione e trasformazione, in grado di sostenere ed ampliare la funzione di “figurabilità psichica” della mente (Botella, 2001), forse più di ogni altro prodotto artistico.

Ne “L’isola sbagliata” Magarò decide di “sognare” l’incommensurabilità tra realtà interna e realtà esterna ponendo con enfasi l’accento sul rapporto tra Uomo e Natura, tema rischioso, perché facilmente declinabile secondo registri ricorsivi e già ampiamente visti nella storia del cinema (basti pensare al leggendario “Un tranquillo week-end di paura” di John Boorman,1972, passato sotto l’acuta lente psicoanalitica di Renée Kaës nel 2010). Consapevole di questi rischi, il regista opta per uno stile che oscilla tra l’ironia e il Perturbante, mettendo in scena la storia di due amici ormai di “mezza età”, Ricky e Giovanni, molto provinciali, che per tutta la prima parte del film gigioneggiano su una spiaggia di un’isola sperduta del Po sulla quale decidono di fare insieme un’escursione, finalmente lontani da impegni familiari e di lavoro. Il destino (la “realtà”) vuole tuttavia che la barca a motore che li ha portati fin lì si sganci dall’ancoraggio senza che i due se ne accorgano, lasciandoli soli come naufraghi a contatto con una Natura che all’inizio appare lussureggiante e accogliente, per poi diventare aridamente nemica.

Quello dell’amicizia è dunque uno dei temi centrali di questo film, un’amicizia-alleanza maschile che sembra diventare anche, se non soprattutto, estremo guscio difensivo rispetto alla consapevolezza della caducità. I protagonisti a tratti appaiono ai nostri occhi come due “vecchi adolescenti”, seduti davanti ad un falò sulla spiaggia a bere, a parlare di donne, a ridere, a ricordare gli amici di sempre. Ma l’isola “è sbagliata”, perché il tempo è sbagliato. È la coscienza del fluire del tempo ciò da cui i due uomini stanno fuggendo, un fluire che tuttavia si trovano implacabilmente davanti nella forma naturale del grande fiume Po che scorre imperturbabile accanto a loro. Da questo tempo, heideggeriano, inesorabile, non si può sfuggire, come non si può sfuggire dalla struttura darwiniana della Natura, architettura nella quale – non dobbiamo mai dimenticarlo, sembra sottolineare in modo deciso Magarò – anche noi uomini facciamo parte da sempre, al di là del nostro senso di illusoria onnipotenza, al di là della tecnologia superflua che sappiamo produrre (gli smartphone dei due amici perduti sull’isola non li aiuteranno affatto nel loro intento di inviare segnali d’aiuto). Sui rapporti tra visione freudiana e teoria darwiniana non possiamo fare a meno di citare l’importante ed esaustivo articolo di Fausto Petrella (1983) altro importante stimolo associativo che questo film ha generato in me.

Sul piano tecnico queste scelte di poetica narrativa sono rese molto bene dalle ampie visioni dall’alto, eseguite con un drone, che inquadrano a volo d’ uccello una natura vasta, eterna, che rimanda ad un infinito vertiginoso e inquietante. In tal senso in questo film l’Altro è la Natura stessa, un Altro che è dentro di noi, che “siamo” noi stessi, ma che, paradossalmente, possiede una sua distanza, una sua incommensurabilità. È possibile dare una “figurabilità”, una significazione, a tale paradosso, sembra domandarsi Magarò? Se stiamo sul versante psicoanalitico, viene in mente una lettera a Fliess del 6 dicembre 1896 in cui Freud scrive: “Attacchi di vertigine e crisi di pianto sono tutte cose dirette verso l’Altro, e per di più verso quel preistorico indimenticabile Altro che in seguito non sarà mai uguagliato da nessuno”. Ne “L’isola sbagliata” la Natura è questa Alterità, ma è anche, stilema caro al regista, il rapporto antinomico – e altrettanto incommensurabile – tra maschile e femminile, altro filone tematico centrale che attraversa tutto il film.

Questo “preistorico indimenticabile Altro” di cui ci parla Freud” cos’è infatti se non un oggetto primario materno che “non sarà mai eguagliato da nessuno”? Oggetto ambiguo dal quale siamo stati separati fin da subito per poter diventare Umani, attraverso una rimozione originaria che ci ha gettato senza che l’avessimo deciso nella direzione  dell’ordine saimbolico, fuori dal regno animale. Oggetto, la Natura, come la madre, insieme “terribile e sacro” (Bollas, 1987), una madre che dovrebbe aiutare il soggetto a passare da uno stato di indifferenziazione, ad esistere come individui separati, attraverso la mediazione del gioco, del sogno, della creazione di uno “spazio potenziale” (Winnicott, 1971). In molti casi questa madre, che doveva diventare M-Other (Winnicott, 1971), indicando il trattino quella “giusta” distanza abitata dalla funzione di mediazione, cioè una madre che si fa Altro, che non trattiene le spinte evolutive del Sé, e lascia spazio alla crescita del soggetto, del Vero Sé, questa stessa madre può diventare potenza potenzialmente distruttiva, favorente una regressione verso l’indifferenziato, che ripropone la minaccia di scomparire di fronte alla presenza dell’Altro. Tutti questi temi densi, “filosofici” in senso shakespeariano, vengono “sognati” dalla scrittura filmica e dalla regia di Magarò, facendoci toccare con mano un “sogno della veglia” (Bion, 1972).

Tutta la parte prefinale e finale del film procede infatti verso la direzione dell’onirico, del visionario, e si accentua il ruolo della Natura come metafora, per l’uomo, di Madre-matrigna-compagna, soprattutto nelle sequenze in cui un manichino dai capelli rossi, ritrovato sulla spiaggia dai due amici, si anima e si trasforma appunto in sogno, in visione, una ragazza dai capelli rossi, oggetto del desiderio. Possiamo immaginarci che per Magarò rappresenti le potenzialità insieme perturbanti e immaginifiche del Cinema stesso, come oggetto estetico tra i più capaci a rappresentare la realtà, e in particolare il radicale scarto che sta alla base del rapporto tra Natura e Cultura.

“L’isola sbagliata” è ciò che possiamo definire un “piccolo grande film”, di un autore che sa proporci stimoli di pensiero che poi producono vere e proprie, preziose, germinative “free associations” (Bollas, 2002).

 

Riferimenti bibliografici

 

Bollas, C (1987)., L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989.

Bollas, C. Free Association. Ideas in Psychoanalysis, Icon Books Ldt., Cambridge, 2002.

Bollas, C (2008), Il mondo dell’oggetto evocativo, Astrolabio, Roma 2009.

Bion W.R. (1962a). Una teoria del pensiero. In: Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Roma, Armando, 1970.

Bion, W.R.(1970), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

Freud,S. Lettere a Wilhelm Fliess (1887-1904), Boringhieri, Torino, 2008.

Käes, R. (2009) Le alleanze inconsce, Borla, Roma, 2010.

Menichella, F., Professione videomaker, Giorgio Magarò: non c’è solo Youtube, in GQ Italia, intervista del 22.11.2017. Link: https://www.gqitalia.it/show/cinema/2017/11/22/professione-videomaker-giorgio-magaro-non-solo-youtube/

Petrella, F., Freud e lo scenario darwiniano, in Critica marxista, 1983, n. 6, pp. 169-80.

Shakeaspeare, W., Amleto, Mondadori, Collana I Meridiani, Vol. III, Milano, 1994.

Winnicott, D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 2006.

 

Dicembre 2017