“Lontano da qui” di Sara Colangelo. Commento di Rossella Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: Lontano da qui (The kindergarten teacher)

Dati sul film: regia di Sara Colangelo, USA, 2018, 96’

Genere: drammatico

“Ho una poesia”

(Jimmy)

 

Se c’è qualcosa che non si può sottrarre, imitare, fare proprio, è il talento. Il successo può a volte abbracciare, nel suo andirivieni, chi non lo merita, o ignorare chi lo meriterebbe, ma il talento no. Esso è una pietra preziosa che alcuni hanno, fin da piccoli, da custodire e coltivare con cura, che può destare invidia o ammirazione, tesoro solo di chi lo possiede.

È il caso di Jimmy, un bambino che frequenta la scuola materna, tra molti altri, ma eccezionalmente diverso: è un poeta. Nascono spontaneamente dentro di lui versi, bellissimi versi che raccolgono subito l’attenzione, quando li scopre, della sua sensibile maestra, Lisa. Sui due protagonisti, Lisa e Jimmy, sulla portata del loro intimo e difficile legame, sulla preziosità del talento e sulla tristezza dell’esserne privati, sull’ignoranza che porta a non saperlo valorizzare, è costruito questo film. Il titolo italiano non rende, a differenza di quello originale (letteralmente “la maestra d’asilo”) la centralità del personaggio, Lisa, uno dei più belli che mi sia capitato di vedere da tempo.

Donna sensibile che insegue il sogno di imparare a scrivere poesie attraverso un corso per dilettanti, Lisa vive internamente il profondo dissidio tra la sua vita “normale” (“un’ombra”, la definisce) di maestra, moglie e madre, e il rimpianto di non avere studiato, non avere coltivato quel talento che spera le lezioni possano suscitare in lei, ma non succede. Il suo destino è restare una dilettante, aspirare ad un’atmosfera di curiosità intellettuale che lei sola desidera in famiglia; per gli altri, la vita scorre normale, i sogni sono semplici, i figli adolescenti non la rappresentano, il è marito un affetto sicuro, ma non coinvolgente.

Quando scopre i meravigliosi versi che Jimmy, un bambino indiano, riccioluto, orfano di madre, produce con la spontaneità con cui Mozart componeva a quattro anni, inizialmente li fa suoi per recitarli al corso dove ricevono grande attenzione. Allora la sua vita cambia. L’approvazione del pubblico le conferma di avere nella sua classe un bimbo “prodigio”, che possiede quello che lei non ha: il tesoro del talento. Si adopera quindi in ogni modo per farlo studiare, sfidando il padre che si oppone, arrivando a portarlo via con sé. Tuttavia, quest’affannata protezione del talento di Jimmy non avrà buon esito.

Lisa non si appropria, come avrebbe potuto, delle poesie di Jimmy; il suo è atto d’amore folle e generoso, poichè lei sola ha consapevolezza – perché lo rincorre da tutta la vita – di cosa significa possedere il dono che ha Jimmy. Prendendosi cura di quel bambino, cerca di curare, proiettivamente, quella parte di sé mancante.

I due protagonisti sono l’uno per l’altra qualcosa di prezioso, di speciale, l’uno incarna ciò che l’altro non possiede: Jimmy non ha più la madre, Lisa non ha il talento. Potrebbero formare la coppia perfetta dove l’uno nutre l’altro, sfuggendo da una vita, da un mondo “che ti riduce a diventare un’ombra”, se non possiedi nulla di speciale o se lo possiedi e non lo coltivi. Un mondo, il piccolo ambiente che li circonda, che sembra spaccato in due: gli appassionati allievi e il maestro del corso, e le placide esistenze senza ambizione della famiglia di Lisa e del padre di Jimmy che vuole per lui una vita “normale”.

Molto delicato e profondo è il perfetto ritratto psicologico di Lisa, in cui lo spettatore facilmente si immedesima per la passione pura, la solitudine interiore, la magia con cui vive l’incontro con Jimmy, che rappresenta da un lato il figlio che avrebbe voluto e dall’altro, che mi pare l’aspetto principale, ciò che lei non ha potuto nè avere nè essere. Occuparsi di Jimmy è rinascere alla vita e al desiderio, per lei; e sappiamo che senza desiderio non c’è vita. Desiderio di veder crescere un talento e averne cura, di evadere da una vita asfittica, di vivere in Jimmy e con Jimmy il piacere profondo che le procura la poesia. Il mondo, la realtà non darà ragione a Lisa, che finisce paradossalmente nel ruolo di colpevole, di ladra di bambini (e qui sorge l’associazione con un film che è un altro gioiello, “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio), eccentrica in un ambiente che non solo non la asseconda, ma le è ostile. Struggente il finale.

“Lontano da qui”, remake americano di un film israeliano diretto da Nadav Lapid, è un raro film su uno dei dolori di cui poco si parla e che perseguita molti individui, anche nella nostra stanza d’analisi: la mancanza di talento, lo scarto doloroso tra l’Io e suo Ideale, particolarmente frequente in quest’epoca dove l’asse della sofferenza si è spostato dalla colpa alla fragilità narcisistica, dal Super-Io all’ Ideale dell’Io, non meno tiranno. È anche un film che denuncia la sordità del mondo in cui viviamo rispetto alle cose preziose dell’uomo, del bambino, alla mercé di adulti che ne programmato un futuro convenzionale, gregario.

Nella mia visione, è anche un film sulla solitudine del femminile; Lisa è un magnifico ritratto psicologico, contemporaneo ma anche eterno, in cui credo molte donne possano riconoscersi, costrette a reprimere una sensibilità che non trova interlocutori.

Ed è anche un film sulla tragedia dell’infanzia, quando il bambino non può ancora capire e quindi proteggere il suo sé, e gli adulti che ha intorno non sono in grado di farlo in sua vece, non lo vedono e non lo comprendono.

È un film sulla magia potenzialmente vivificante dell’incontro creativo e sulla sua mancanza, che rigetta l’una alla sua solitudine, l’altro a recitare al vuoto le sue poesie.

 

Dicembre 2018