“Lou Von Salomè” di C. Kablitz-Post. Commento di E. Marchiori e C. Marogna

Lou Von Salomè

Autori: Elisabetta Marchiori e Cristina Marogna

Titolo: Lou Von Salomè

Dati sul film: regia di Cordula Kablitz-Post, Germania, Austria, Svizzera, Italia, 2016, 113’

Genere: bioptic, drammatico

 

 

“Nietszsche l’adorava, Rilke l’amava, Freud la ammirava”

Un Padre Eterno è per sempre: lo si può perdere e ritrovare, basta incontrare lo psicoanalista giusto, e Lou von Salomè incontra Freud.

Più che la biografa di questa pioniera della storia dell’indipendenza femminile, nata a San Pietroburgo nel 1861 e ultimogenita di sei figli maschi di una famiglia facoltosa e intellettuale di origine tedesca, questo film sembra raccontarci qual è la strada che porta una persona, una donna, a diventare psicoanalista. È infatti la storia individuale che porta a scegliere un mestiere così complesso e difficile, sempre a contatto con affetti dirompenti.

La regista Cordula Kablitz-Post ci presenta Lou ormai settantenne e malata, comunque affascinante e seduttiva, che racconta la sua storia al giornalista Ernst Pfeiffer suo grande ammiratore, il quale ne curerà le memorie, le volontà testamentarie e le edizioni postume delle opere. Avrebbe voluto girare un documentario, ma non esistono sufficienti immagini d’archivio e testimonianze, così di questo desiderio rimangono le cartoline colorizzate delle varie località in cui l’eroina appare in movimento in un décor fisso, con un’invenzione scenografica di grande effetto che serve a collegare le varie fasi della vita di Lou, tra San Pietroburgo e Berlino, tra Roma e la Svizzera. Ci fa pensare anche al dinamismo di una donna all’avanguardia in un mondo statico e rigido, che non le sta al passo.

Che tu possa diventare ciò che sei” è l’augurio più importante che un genitore possa fare ad un figlio e, nel caso di Lou, questo augurio paterno è in sé delizia e tormento: lei è determinata a realizzare il suo potenziale umano, in un periodo storico in cui essere donna significa essere “una fattrice”, studiare significa andare contro natura e implica ammalarsi gravemente.

Lou attira gli uomini che incontra, tra cui intellettuali di grande rilievo, in un’orbita gravitazionale fatta di forti passioni intellettuali e platoniche, imponendo – per una parte della sua vita – una rinuncia al piacere erotico nell’illusione di assaporare quell’intesa che, in un’ottica psicoanalitica, chiamiamo “psicosessualità” e viviamo quotidianamente nella stanza d’analisi, rispettando la regola fondamentale dell’astinenza.

Poche sono invece le donne intorno a Lou e una sola è sempre presente: la madre. Se ad una lettura superficiale sembra rifiutare la figlia per il suo spirito indomito e trasgressivo, capiamo nel corso degli eventi che, invece, è semplicemente una donna del suo tempo, preoccupata poiché non concepisce l’idea si possa, in quanto donna, essere indipendente dall’uomo, colta, libera: uno scandalo, una vera rivoluzione per il codice sociale della sua epoca. Ma come può una figlia essere così sicura di sé, se non avesse depositato da qualche parte un elemento transgenerazionale che sostiene la causa della liberazione del femminile? Capiamo l’intesa più profonda tra queste due donne, madre e figlia, durante un tè quando, con sguardo complice e seduttivo, Lou le dice: “lo sai che non sarò mai come tu vuoi che sia”. Sembra, in quel momento, consapevole di quel messaggio materno inconscio di libertà, che la porterà ad essere una femminista, una filosofa, una scrittrice e psicoanalista originale e stimata dallo stesso Freud.

Portato nelle sale grazie all’impegno della casa di distribuzione Wanted, è un film essenziale, a tratti didascalico, che predilige un registro melò piuttosto che di approfondimento delle motivazioni che portano Lou a fare le sue drastiche scelte, ma è anche una pellicola che ha il grande merito di riportare in scena la strenua lotta di una donna “per diventare quello che è”, e di una intellettuale che merita di essere valorizzata adeguatamente per la sua opera davvero rivoluzionaria

Ottobre 2019