“L’ufficiale e la spia” di R. Polanski. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo del film: L’ufficiale e la spia (J’accuse)

Dati sul film: regia di Roman Polanski, USA, 2019, 136’

Genere: drammatico, storico

 

 

 

“La Storia siamo noi, attenzione,

nessuno si senta escluso”

(F. De Gregori, 1985)

Al titolo originale potente ed efficace dell’ultimo film di Polansky “J’Accuse…! “, vincitore del Premio per la Miglior Regia alla 76esima edizione della Mostra del  Cinema di Venezia, è stato purtroppo preferito dalla distribuzione italiana quello più vago del romanzo di Robert Harris, co-sceneggiatore, “L’ufficiale e la spia”. Quel “J’accuse” fa eco al titolo dell’editoriale scritto dal giornalista e scrittore francese Èmile Zola al Presidente della Repubblica francese Felix Faure e pubblicato il 13 gennaio 1989 da “L’Aurore” a denunciare pubblicamente lo scandalo del processo Dreyfus. Come spiega anche Wikipedia “la locuzione j’accuse! è entrata nell’uso corrente della lingua italiana per riferirsi a un’azione di denuncia pubblica nei confronti di un sopruso o di un’ingiustizia”, non c’era pericolo che qualcuno non capisse.

“L’ufficiale e la spia” smorza l’idea di un film di grande forza politica e dirige maggiormente l’attenzione sul contrasto tra due personaggi, di cui uno a primo acchito pare buono, e l’altro cattivo. Invece non è la solita storia, questa di Polanski, per quanto adattata al cinema d’Autore, è La Storia, evento specifico avvenuto nel passato ma dal significato profondo, che si riconnette a tanti altri eventi che si ripetono nel corso del tempo e riecheggiano nel Presente.

Il film riprende lo storico “affaire Dreyfus”, dal nome dell’ufficiale dell’esercito francese di origine ebraica condannato nel 1895 come spia e traditore e deportato sull’Isola del Diavolo nella Guyana francese in completa solitudine. Si è trattato di un clamoroso caso di errore giudiziario che è diventato il più grande conflitto politico e sociale della Terza Repubblica francese, innescando un dibattito culturale importantissimo.

Polanski accende i riflettori sul tema della giustizia e della sua corruzione dal punto di vista dell’accusatore: il protagonista è infatti Georges Picquart (Jean Dujardin), l’uomo diventato capo del controspionaggio che per primo aveva volto i sospetti sull’ufficiale Dreyfus (Louis Garrel). Quest’ultimo, quando comprende di aver accusato un innocente, decide di lottare per la verità e la giustizia contrapponendosi all’esercito, in una lotta impari, di cui vengono messe a fuoco con estrema lucidità le storture e le ingiustizie di un percorso giudiziario inquinato dal pregiudizio razziale e dalla volontà, da parte dei politici, di detenere il potere a qualsiasi prezzo. Per incastrare Piquart viene anche data in pasto al pubblico la relazione clandestina fra  Picquart e la moglie di un militare, interpretata dalla straordinaria Emmanuelle Seigner. Ma quello che è davvero autentico, pare dirci il regista, non cede alla vergogna e alla brutalità.

È un film da vedere “Jaccuse”, in questi tempi dove lo scontro tra quella che è la realtà e le sue “versioni” manipolate, tra la verità e le fake news è sempre più duro: Polanski racconta – attraverso il suo sguardo – un evento storico partendo dai fatti e ne fa intuire la genesi e le conseguenze per la Storia dell’Europa, con l’inquietante antisemitismo che prende piede e ancora oggi nutre di odio tante persone.

È recente notizia che il tema di Storia sarà ripristinato all’Esame di maturità, dopo polemiche e raccolte di firme e petizioni da parte di chi riconosce l’importanza della conoscenza di una materia che colloca l’Uomo in un percorso evolutivo, fa comprendere che gli eventi non accadono per caso e non è solo il “destino” che li determina.

È un film da vedere anche perché mostra come il registro della Storia sia fortemente legato alle storie personali degli uomini, a loro volta determinate dal momento storico, politico e culturale che vivono e, soprattutto, dalle loro vicissitudini personali, dalla loro classe sociale, razza (non si potrebbe più dire) e morale, dalle dinamiche consce e inconsce più profonde, che giocano a determinarne pensieri, affetti, comportamenti.

Polanski usa tutte le sue abilità e il suo genio di regista, trattenendo le emozioni attraverso una ricostruzione lucida dei fatti e uno stile classico perfetto, rifiutando ogni coinvolgimento personale, lasciando allo spettatore la responsabilità di riconoscersi come protagonista della Storia.

Novembre 2019