“L’uomo invisibile” di L. Whannell. Recensione di A. Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: “L’uomo invisibile”

Dati sul film: regia di Leigh Whannell, USA, 2019, 124’.

Genere: thriller, horror, fantascienza

 

 

 

 

 

Interessantissimo thriller sci-fi che riprende il mitema letterario (H.G. Wells,1897) e cinematografico (Whale, 1933, Smart, 1958, serie tv) de “L’uomo invisibile”, declinandolo in chiave contemporanea e inserendolo in una vicenda di stalking perpetrato da un uomo, Adrien (Oliver Jackson-Cohen) ai danni della sua compagna Cecilia (Elisabeth Moss). Un ulteriore elemento innovativo del film consiste nel fatto che il regista decide di svincolare quasi completamente la sceneggiatura da ogni riferimento fantascientifico, spostando invece tutto il baricentro della narrazione sul tema del controllo sado-masochistico in una relazione sentimentale, e sul tentativo disperato della protagonista di spezzare la catena della dipendenza dal suo amante-carceriere. Ne scaturisce un thriller fortemente attraversato da un clima paranoideo che Whannel ci fa magistralmente toccare con mano attraverso un uso del sonoro e dei movimenti di macchina che evocano molto bene l’”invisibilità”, mostrando il vuoto di spazi che non contengono un vero, tangibile nemico. Gli spazi inquadrati, vuoti ed enormi, delle case, rendono infatti molto più presente della sua presenza “reale” questo nemico, nelle atmosfere generate dall’allestimento del set, come “fantasma inconscio”, pericoloso e molto ben operativo nella sua distruttività. Il film vuole portare avanti una denuncia sociale forte e chiaramente espressa nei confronti del maltrattamento domestico, fisico e psicologico, tema divenuto ancor più attuale in questo presente, dominato dalla convivenza forzata da quarantena. La pandemia in atto ha, infatti, certamente esacerbato e rese critiche quelle relazioni coniugali già caratterizzate da soprusi da parte di mariti violenti e abusanti nei confronti delle loro mogli e compagne.  Questa denuncia si esplicita soprattutto attraverso l’uso tecnico di un’alternanza di campo e controcampo nel montaggio, mediante il quale la costante e incombente specularità del vedere e dell’essere visti genera inquietudine nel protagonista tanto quanto nello spettatore. Il montaggio “obbliga” in qualche modo lo spettatore a identificarsi gradualmente con Cecilia e con il senso di vuoto e solitudine che il compagno stalker le crea a poco a poco intorno, poiché in fondo lo spettatore stesso è l’unico testimone, insieme a lei, di ciò che sta accadendo. Chi guarda il film vive dunque molto intensamente l’impotenza di una donna che la società americana non protegge sufficientemente, così come non sostiene i diritti di una femminilità spesso soggiogata al potere sociale, e soprattutto economico, maschile. Questo è il messaggio centrale e inedito della nuova versione de “L’uomo invisibile” di Whanell. La sceneggiatura è inoltre ottimamente costruita su avvitamenti successivi di colpi di scena ben calibrati, e mirati a mostrarci una protagonista alla quale, lentamente, nessuno più crede. La potenza di questo film sta probabilmente proprio in questo espediente stilistico: sottolineare il potere intimidatorio di uno stalker, che utilizza con modalità parassitarie tutte le fragilità psicologiche di una donna che ritiene un suo possesso esclusivo. Fine ultimo di Adrian, il compagno “invisibile”, è quello di dimostrare al mondo che Cecilia è pazza e che la vera vittima è lui stesso, in un capovolgimento di prospettiva sottilmente architettato, che raramente abbiamo visto reso così mirabile al cinema. Whannell è in grado di caratterizzare le relazioni tra i personaggi con grande profondità psicologica, basti ricordare gli intensi dialoghi tra Cecilia e sua sorella Emily. La scelta di Elisabeth Moss è poi estremamente felice: come lei stessa afferma in una delle sequenze più toccanti del film, Cecilia è una “ragazza di provincia”, sedotta durante una festa in cui ha conosciuto Adrian, ricco e intelligentissimo ragazzo del quale diventerà la prescelta, per poi imporre su di lei il suo incontrastato dominio. Whannell è molto bravo anche nel non scivolare in un banale action movie, tentazione che la materia narrativa maneggiata dal regista avrebbe probabilmente potuto indurre. Al contrario Whannel utilizza anche, spesso, inquadrature fisse, modalità tecnica poco usuale in generale, e quanto mai rara in un film come questo, che si pone al confine tra thriller e horror, senza mai superarlo in modo evidente.

In un’ottica psicoanalitica il film senza dubbio evoca il tema del Perturbante, dal momento che chiama in causa l’ambiguità di un Heimliche, inteso qui come “familiare”, che mostra ben presto il suo lato oscuro, Unheimliche, nella sua declinazione relazionale manipolatoria e virata fortemente al sado-masochistico e al sopruso.

 

Aprile 2020