“Mademoiselle” di P. Chan Wook. Commento di M. Antoncecchi

Autore: Maria Antoncecchi

Titolo: Mademoiselle

Dati sul film: Regia Park Chan Wook, Corea del sud, 2016, 139’

Genere: Drammatico

 

Durante l’occupazione giapponese in Corea negli anni trenta, Hideko, una giovane ereditiera giapponese, vive reclusa in una lussuosa casa di campagna con suo zio, collezionista di stampe e libri pornografici che ha intenzione di sposarla per potersi appropriare della sua eredità. Un giovane falsario di libri antichi, Fuiewara, cercherà di sedurla e prenderla in moglie con l’aiuto della sua dama di compagnia Sook-hee, una truffatrice coreana. Il progetto dei due malfattori è di derubare Hideko e farla rinchiudere in un manicomio ma la vicenda si complica e il finale non è scontato.

 

Ricco di colpi di scena, il film si divide in tre atti come un’opera teatrale, nei quali la storia viene raccontata da diversi punti di vista.  Un’opera poderosa curata nei minimi dettagli in modo quasi maniacale dal coreano Park Chan-wook e distribuita da Altre Storie. Il film è stato presentato al Festival di Cannes nel 2016 ma è arrivato nelle sale italiane in questi giorni. Il regista, noto a livello internazionale per i suoi precedenti film ( Old Boy, 2003; Lady Vendetta, 2005; Stoker, 2013) si è ispirato al romanzo inglese “Ladra” di Sarah Waters  spostando l’ambiente dalla Londra vittoriana alla Corea coloniale.

Una storia di intrighi, perversioni segrete e tradimenti che si svolgono, per la maggior parte del tempo, nell’elegante dimora di campagna dalla quale è difficile evadere. Una prigione dorata nella quale fantasie perverse, scene crudeli e di sesso sono incorniciate in una raffinata scenografia e impeccabile fotografia.

 

Le due donne, Hideko e Sook-hee ,sono le vere protagoniste del film: la prima algida ed elegante, apparentemente ingenua, è utilizzata da suo zio come oggetto sessuale per le sue letture erotiche; la seconda, vitale e sfrontata, abituata a vivere di espedienti, si  finge dama di compagnia e lentamente conquista la fiducia di Hideko.  I loro destini (l’una ricca giapponese e l’altra una povera  coreana) apparentemente così diversi e distanti finiscono con l’incrociarsi perché segnati entrambi da un’infanzia traumatica e da una  condizione di sudditanza. L’ereditiera giapponese è vittima, sin da piccola, di uno zio perverso e tiranno che l’ha obbligata a vivere lontano dal mondo e a leggere storie erotiche per solleticare la sua fantasia e quella dei i suoi ospiti.  Sook-hee povera, orfana di madre, circondata da malviventi, ha dovuto imparare molto presto il mestiere di ladra . Questo incontro serva- padrona, truffata e truffatrice  darà vita a nuovi sentimenti  che cambieranno il destino delle due protagoniste. Hideko e Sook-hee sembrano riconoscersi e rispecchiarsi intravedendo l’una nell’altra una condizione di schiavitù ed umiliazione. Succubi dei loro carnefici (ma carnefici a loro volta) riescono a trasformare gli eventi e a costruire un a via d’uscita verso la libertà.

 

Il film mette al centro della narrazione i rapporti di potere, il piacere patologico della sopraffazione e del possesso dell’altro. Hideko, viene privata, sin da bambina della sua vitalità e  della sua soggettività per diventare un oggetto sessuale ad uso e consumo dello zio e di un  pubblico di soli uomini. Anche Sook-hee deve lasciare la sua casa e lavorare per Fuiewara e portare avanti, senza possibilità di scelta, i suoi progetti delinquenziali. Il truffatore, infatti, ha raccontato di essere un conte e partecipa agli incontri di lettura erotica inseguendo il piacere segreto di ingannare tutti appropriandosi di ricchezze non sue.

Il film descrive dettagliatamente un mondo rinchiuso su stesso, un claustrum  all’interno del  quale i protagonisti del film sono imprigionati. Il piacere di sottomettere l’altro e il fascino erotico del potere domina  tutti i personaggi del film (giapponesi e coreani, servi e padroni, uomini e donne, oppressi e oppressori) identificando nelle figure maschili i suoi rappresentanti principali. Solo i due uomini del film, infatti, rimarranno intrappolati e annientati dalla furia distruttrice dei loro stessi desideri.

E’ ipotizzabile che il regista abbia voluto valorizzare la figura femminile, come lui stesso ha dichiarato in una sua intervista, ma credo che in realtà il film metta anche l’accento sulla facilità con la quale i ruoli di vittima e carnefice possono ribaltarsi per la fluidità dei meccanismi proiettivi.

Il film ha un forte impatto estetico e una narrazione accattivante ma rimane il dubbio se questo accurato esercizio di stile non finisca per raffreddare le emozioni dello spettatore.

 

Riferimenti bibliografici

De Masi F. (1999), La perversione sadomasochista, Bollati Boringhieri, Torino.

Freud S. (1919), Un bambino viene picchiato, O.S.F., Vol.8 Opere, Boringhieri , Torino

Intervista a Park Chan Wook su Mondofox

Khan M. (1982), Le figure della perversione, Boringhieri, Torino

Meltzer D.(1997) Claustrum, Cortina, Milano.

Settembre 2019