Manglehorn

Di David Gordon Green, USA, In Concorso

Commento di Rossella Valdrè

“…Vorrei poter accusare il mondo per quello che non sono riuscita a fare, ma il fallimento – il fallimento che a volte mi travolge in un’ondata di rabbia, così violenta che mi viene da sputare – è tutto mio, alla fine. Sono stata io, io sola, a rendere insormontabili i miei ostacoli, a consegnarmi alla mediocrità”.

                                                                                                            (Claire Messud)

Valeva la pena di tanta fatica, la visione di Maglehorn. Piccolo privilegio di aver visto la prima del film più atteso del Festival, non per la sua qualità in sé, ma per la presenza della star dell’anno, Al Pacino.

Una piccola premessa, visto che siamo in tempo ‘reale’ e anche la partecipazione all’ambiente credo faccia parte, in qualche modo, della recensione. Perché parlo di fatica? Nonostante l’accredito, occorreva il biglietto numerato per accedere alla visione; biglietto da prendersi, però, sottoponendosi ad altra inattesa coda alle 8 del mattino, ben prima quindi dell’inizio formale delle proiezioni. Alla fine ce l’ho fatta, rimediando il poco rimasto, una terza fila che mi ha costretta a una visione con praticamente lo schermo sulla faccia, col collo così all’indietro che c’è voluto un po’ a farlo tornar diritto. Poco male. Al Pacino (che mi aveva confidato una guardia, arrivato in mattinata) arriva attesissimo sul famoso red carpet, quel tappeto rosso scintillante che vediamo, anche nelle cronache, davanti al Palazzo del Cinema, che ospita i film di più grande richiamo. Da un lato accalcati fotografi vestiti di nero lo attendono, pesanti macchine sulle spalle (poveretti, penso…), dall’altro le transenne trattengono il pubblico, oggi più numeroso ma che è lì tutti i giorni, le ragazzine in attese cocenti sotto il sole anche per ore, per il sorriso o la rapida firma del loro divo di turno. Pacino arriva accompagnato da due splendide fanciulle (immancabilmente, una bionda e una bruna, i cui ruoli mi sono ignoti), animale da palcoscenico a suo agio tra la folla, nella evidente stanchezza e confusione, sorridente, il saluto e la mano per tutti, i capelli nero tinto in una bizzarra mise da adolescente o cantante pop. Quello che si dice, un bel vecchio. Ma è la stessa, la piega obliqua sulla faccia, che le rughe non fanno che avvalorare, che abbiamo amato ai tempi di Scarface o del giovane ne Il Padrino. Un grande dalla carriera lunga, lineare, anche teatrale. I preamboli mondani portano via più di mezz’ora, ho un minuto di ansia: quando uscirò da qui? Altro tempo per l’ingresso in sala, accompagnato dal giovane regista e l’altro attore, nella parte del figlio che vedremo, Chris Messina, essendo vicenda dai pochissimi personaggi, che poggia unicamente sul suo talento. Occhiali da sole immancabili, quando entra in sala, e poi quando ne uscirà, la standing ovation è solo per lui. Meritata, sentita.

Veniamo al nostro film, che è ciò che conta.

Angelo Manglehorn, da cui il tiolo, è un vecchio ferramenta, l’angusta e sporca bottega sommersa di chiavi, viti e bulloni porta il suo nome, in una piccola città della provincia americana dove tutti si conoscono, gli vogliono bene. Schivo, rabbioso, trasandato e solitario, è però gentile con gli estranei del suo piccolo mondo, incontri meccanici e rituali, come la cassiera della posta di ogni venerdì, che costituiscono un rassicurante e non intrusivo minimo contatto umano. Ha un unico vero affetto, la gattina Fannie. Quando la vede ammalarsi, suo unico interesse è farla operare: chissà come, la gatta ha ingoiato una delle sue molte chiavi (significante, la chiave, che tornerà) e per una settimana resterà del tutto solo. In quella settimana, privato di Fannie, accadrà qualcosa in lui…

Ma Manglehorn non è sempre stato questo di oggi, un reduce della vita, uno sconfitto. E’ esistito un altro Angelo, che veniamo scoprendo soprattutto dalle lettere che incessantemente scrive a Clara, donna amata, ammirata, con cui ebbe un amore fuori dal matrimonio, e che fu lui stesso a lasciar andare via, a non saper trattenere. Lettere in realtà scritte a se stesso, impilate nella vecchia casa puzzolente a migliaia, insieme a foto, ricordi, lettere a cui naturalmente non vi è risposta: tornano tutte indietro. Il dramma, la rabbia in cui si è auto-imprigionato Manglehorn, per ragioni che, purtroppo – ed è il limite del film – il regista non esplora a sufficienza, limitandosi ad accennarle – le comprendiamo bene: esiste un dolore peggiore di quello per il quale non possiamo incolpare nessuno? Né la società, né il fato, né un nemico. Solo noi stessi; la nostra mancanza di coraggio (lasciare la moglie, pur non amata? Prendersi in mano la responsabilità di un vero cambiamento?), la nostra umana, umanissima paura all’ignoto (come sarà Clara, una volta uscita dal recinto idealizzato dell’amore clandestino?), e mille altre sfumature ancora. Di quell’antica responsabilità mancata, direi una responsabilità negativa, l’anziano e incarognito ferramenta non si perdona. E la sua vita scorre in giornate tutte uguali, rabbiose, tenute in piedi solo dal filo del ricordo, da quello che comunemente si chiama rimpianto, emozione, io credo, molto più complessa.

Rimpianto è l’emozione straziante di un lutto per il sé, non solo per l’oggetto perduto, ma soprattutto per il sé: quello, sì, è sentito come irrecuperabile. La rabbia verso il mondo non è che la rabbia contro di sé proiettata; ma non apporta sollievo. Come nella citazione iniziale della brava scrittrice Claire Messud (relativamente poco nota in Italia), sia che si tratti di aver rinunciato a una carriera, a un’ambizione, a una persona come nel caso del nostro personaggio, non poterne incolpare nessuno se non noi stessi, è una trappola mortale che ci consegna alla mediocrità e al perpetuo ricordo. Ostinatamente legato al suo lutto, abbarbicato ad esso attraverso le lettere, per la prima metà del film (che è la migliore), Manglehorn si racconta. Preziosità per lo spettatore italiano, la splendida voce di Pacino (che, non dimentichiamo, è anche attore teatrale). Roca, profonda, sofferta. Da sola, insieme alla sua faccia, alle sue spalle curve, alle sue dita annerite di uomo alla deriva, mi ripaga della fatica della giornata.

Tutto il film, estremamente ben confezionato come sa fare il grande cinema americano, poggia interamente sul suo mostro sacro: e, almeno per me, dopo i tanti film ‘particolari’ del Festival, una classica prova attoriale in grande stile, pur sorretta da un’esile trama e da un film assai facile, è rassicurante, piacevole e sufficiente.

Ma qualcosa accade durante il ricovero della gattina per l’operazione. Prendono campo gli altri due personaggi, a cui, inizialmente con molta riluttanza, Angelo si avvicina. Il figlio, un cosiddetto ‘yuppie’ che il padre detesta (forse perché frutto di un legame con una moglie non amata?), di cui non condivide le scelte di vita ma che, di fronte a un’improvvisa bancarotta, essendo anch’egli un uomo solo, va a rivolgersi al padre. Non chiede denaro, che il padre non avrebbe: chiede un Padre. Di quelli che incoraggiano, di quelli che non ti confrontano con gli altri come deve aver sempre fatto lui, figlio svalutato, come pagasse il prezzo di venire da un accoppiamento che non era quello voluto, quello scelto. Ma Angelo non ha solo perso Clara: fra i lutti di Maglehorn ne esiste un altro altrettanto importante. Non è sempre stato un oscuro robivecchi affossato in una bottega sporca a incastrare bulloni; prima, nella vita precedente, era un affermato allenatore di baseball, stimato da tutti, un riferimento. Coach, coach, lo chiama ancora, invano, un ex-allievo che lo ammirò al tempo e non lo dimenticò mai… Il coach e l’amante di Clara, sono le parti di sé che Angelo ha perduto. Ripetiamolo, poiché è il cuore emotivo del film: non è stato abbandonato, non è una cosiddetta ‘vittima’. Peggio: è lui che ha abbandonato se stesso, le sue passioni, le sue spinte migliori, come se una volta persa l’una, a quel punto non valesse più la pena tenere nulla. In effetti, accade nella vita proprio così; per una sorta di contagio negativo (così come ne esiste uno opposto, positivo), quando lasciamo andare qualcosa di importante, cui sentiamo legata la realizzazione di noi stessi, anche il resto perde di senso, di valore: e allora, piano piano è il deserto.

In questo deserto, come detto, la settimana senza Fannie lo costringe a fare i conti con una solitudine insopportabile; accanto al conflittuale ma rivitalizzato dialogo col figlio, Angelo si accorge che c’è una persona con cui non si arrabbia, con cui conversa piacevolmente. La donna del venerdì, next Friday, la dolce impiegata postale, anche lei sola, giovane, sensibile. Scambiano due parole, lui si sente in pace con lei. Se il primo appuntamento si rivela disastroso (benché sia la scena, a mio avviso, più interessante del film), con un Angelo ancora attaccato al ricordo, incapace di calarsi nel nuovo tavolo di ristorante al quale siede di fronte a un volto diverso, il film lascia ben presagire che i futuri saranno diversi… Da qui, infatti, il film imbocca la via tradizionale che vede il protagonista impegnato in un progressivo recupero di sé: la gattina, che è ovviamente parte di sé, torna sana e salva di nuovo piena d’appetito dopo che le viene estratta la chiave ingoiata, un corpo estraneo che le impediva di assimilare il cibo. Chiaro il parallelo, la metafora che il film non nasconde: “siamo simili, noi due”, le dice all’inizio vedendola sofferente, e il percorso di guarigione di Fannie sarà lo stesso di Angelo.

Liberarsi di quel corpo estraneo che gli si è incastrato dentro e che solo l’intervento chirurgico del nuovo incontro (con se stesso e quindi con l’Altro), può estirpare: non si può far da sé, ci vuole un bravo veterinario, che operi, che estragga, che vada dentro, in profondità, nelle viscere (l’intervento a Fannie è, infatti, descritto in dettaglio).

Col ritorno a casa di una Fannie liberata dalla sua ostruzione, anche Angelo può ricominciare a nutrirsi di cose buone: così come elimina il cibo-spazzatura di cui si ingolfava, butta via le foto di Clara, le inutili lettere, tutto. Il passato, i sé perduti, perduti e basta. Si torna alla normalità, dice la sua bella voce in sottofondo.

Trama facile ed esile, dicevo, perfettamente confezionata nella formula del grande cinema americano dei buoni sentimenti, del recupero, della commozione, della perdita a cui c’è rimedio attraverso l’amore: è un film sull’amore, dopo tutto. Amore di sé, a partire da un Angelo che si guarda con occhi nuovi, e dall’amore di sé è possibile il germe di un amore per l’altro.

In una fantasia del film che non è stato, a partire dalla conversazione del primo, infelice appuntamento con la nuova amica, si sarebbe potuta prendere una piega più drammatica, realistica, profonda. Lì, in quel primo appuntamento (non riuscito agli occhi del nuovo incontro, ma riuscito per la sincerità di Angelo verso se stesso), lui racconta la sua verità: non solo era innamorato di Clara, la ammirava, da lei imparava cose che non sapeva, “qualunque cosa le chiedessi, la conosceva”, aveva più cultura, forse più vitalità, era “una forza della natura”. Un senso di inferiorità, forse, gli fece abbandonate un oggetto tanto desiderabile? La profonda sensazione di non essere all’altezza, emotivamente e non certo per la cultura, di fronte a qualcuno che amiamo ma che sentiamo avere più risorse, più vitalità, quel qualcosa in più di misterioso ma che distingue una persona dall’altra, gli ‘uomini senza qualità’, che pure non hanno fatto nulla di male, da quelli che invece, questa qualità, la hanno. Poiché il film ci lascia la traccia, ma non approfondisce, come psicoanalista mi sono presa la libertà di andare in là con le mie associazioni.

Si può essere attratti, eppure dolosamente a disagio, con qualcuno che sentiamo più vitale, quello che acutamente lo psicoanalista Michael Eigen definisce l’essere “troppo dotati”. Benché egli si riferisca a casi tra analista e pazienti (o meglio, trae spunto da un caso tra analista e supervisore), credo si possa estendere a qualunque coppia ove vi sia sufficiente intimità. Ho trovato non di rado queste situazioni nella mia esperienza e, come nel film (a differenza di quanto avveniva in passato, almeno apparentemente), è più spesso l’uomo a soffrire di questo complesso sentimento che sarebbe riduttivo chiudere nella formula dell’inferiorità. Scrive Eigen 1996) che, nella coppia (sempre, inevitabilmente, asimmetrica):

“ (…) alcune delle difficoltà derivano dal fatto che all’interno della coppia uno dei due sembra troppo dotato per l’altro (…) il tema della vitalità, del potere e dell’abilità invidiati è molto antico”, e fa qui riferimento a come già Freud, soprattutto agli inizi, fosse molto attento ai differenti “livelli di energia” tra le persone (per usare un termine più ‘datato’), quelli che chiamò i “capricci dell’energia”(1915).

“Quanta vitalità si può tollerare?” – è ciò che si chiede Eigen e che raccolgo e propongo, in questa personale lettura (puramente associativa, a ‘caldo’), che il film non porta avanti ma che si coglie in quella conversazione centrale, amara, autentica, da cui poi il film sceglie di virare verso un più facile lieto fine. Manglhorn sa, sapeva che non ce l’avrebbe fatta a ‘reggere’ Clara: non basta amare una persona, per tollerarla. Paradossalmente, anche per tollerarne la vitalità. Non basta amare una professione, il baseball, per portarlo avanti: la vita richiede un’incredibile energia. Forse, di quest’energia, e ne è consapevole, Angelo non era dotato, o lo fu solo in una parte della vita…

Ma, nonostante prenda questa piega un po’ facile, ripeto: la fatica tra coda, attese, red carpet, collo all’indietro e tutto il resto, è valsa la pena.

I film visti finora sono film per pensare; questo, perfetto prodotto della miglior tradizione americana per grande pubblico, è un film per sognare. Che la vita riprenda, che i lutti si sanino estraendo la chiave che noi stessi, e non un altro, portavamo imprigionata dentro, garbata allusione psicoanalitica, non credo consapevole al regista: la chiave è dentro di noi.

Nella pancia della piccola Fannie, nelle mani di Angelo…questo è il vero lieto fine del film. Non tanto i recuperati accoppiamenti – col figlio, la ragazza, le parti di sé – ma con la chiave che risiede in se stesso, e non nelle lettere a una Clara che non esiste in più, se non in un ricordo idealizzato.

E’ grazie a Pacino che un film ben fatto, ma nell’insieme un po’ scontato, assume qualità. La sua voce roca che lo percorre dall’inizio alla fine, la sua faccia disillusa ma intelligente, lo sguardo di chi è consapevole anche dei propri dannati limiti, lo smarrimento di fronte al nuovo, i piccoli gesti che così bene ripetono la nostalgia, l’abitudine alla nostalgia, ne fanno davvero il mostro sacro che il pubblico, alla fine applaude.

Mi si contenta ancora una piccola nota di costume, ma poiché ero lì…dopo lo sgradevole sbottò di Scamarcio (di cui non ho letto traccia sui giornali: ero lì vicina solo io e pochi altri? Uno scoop?), non può non rincuorare l’eleganza del vecchio divo che affettuosamente saluta il pubblico, non si risparmia qualche stretta di mano, la gratitudine per una carriera tanto fortunata.

           “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.

 

                                                                                             (Samuel Beckett)