Mister Universo

Recensione di Maria Antoncecchi

Titolo: Mister Universo

Dati sul film: regia di Rainer Frimmel, Tizza Covi, Italia, Austria, 2017, 90’

Genere: drammatico

Trama

Mister Universo, presentato al Festival di Locarno nel 2016, racconta la storia di Tairo, giovane domatore di tigri e leoni e membro della dinastia circense dei Caroli, che smarrisce il suo portafortuna, una sbarra a forma di ferro di cavallo che teneva con sé e lo rassicurava prima di ogni spettacolo. L’aveva ricevuto in dono da bambino dal campione Arthur Robin, primo Mister Universo di colore (anno 1957), durante una sua esibizione. All’epoca Tairo era un bambino e al rientro dallo spettacolo, al quale aveva partecipato con la famiglia, ha un brutto incidente. Rimangono tutti miracolosamente illesi, motivo per il quale Tairo attribuisce all’oggetto un valore speciale. Il film ci accompagna lungo il percorso che Tairo intraprende per cercare il mitico campione nella speranza di riavere in regalo un nuovo portafortuna. I motivi di crisi in realtà sono di altra natura: il circo vive una fase di decadenza e anche la sua vita attraversa un momento difficile, un leone è morto e anche la leonessa è ormai anziana e malata, e le sue sicurezze sembrano vacillare come i suoi animali vecchi e stanchi. Il viaggio si svolge dalla periferia romana alla campagna piemontese.

Andare o non andare a vedere il film?

Tizza Covi e Rainer Frimmel nascono come fotografi e documentaristi e sono diventati una coppia di registi al loro terzo lungometraggio (dopo “La pivellina” e “Il brillio del giorno”). Hanno creato uno stile narrativo personale che oscilla tra il documentarioe la fiction. Si definiscono ”documentaristi di cuore”, in quanto interessati prevalentemente a raccontare la realtà e, partendo dall’osservazione, riescono a costruire un filo narrativo lasciando gli attori liberi di esprimere se stessi. Come curiosità, è da segnalare che la troupe è formata solo da loro due, che girano i loro film in breve tempo, in media sei settimane. Tairo Cairoli, il protagonista, interpreta se stesso, così Wendy, la contorsionista e molti altri personaggi del film.

La versione di uno psicoanalista

L’evento cruciale del film è la perdita, da parte di Tairo, del suo talismano, la cui scomparsa sembra rappresentare la perdita di un universo infantile caratterizzato da fantasie e oggetti concreti sui quali non può più contare. Il film sembra far riferimento a tutti quei momenti critici in cui è necessario avviare un processo di cambiamento e ci si deve rimettere “in viaggio” alla ricerca di nuovi elementi che possono favorire questo processo. Questo viaggio per Tairo è l’abbandono di una dipendenza infantile da oggetti magici e onnipotenti, destinati a lasciare il posto a un nuovo rapporto con la realtà, che lo porterà verso il riconoscimento e l’accettazione della vulnerabilità umana. Tairo, come ogni adolescente, si avvia verso un percorso di conoscenza che lo porterà verso un lavoro di ricostruzione di nuovi oggetti interni.

Questo ha qualcosa in comune con il fenomeno che accade nel comune laziale di Ariccia, dove la strada sembra essere in discesa e invece è in salita: “una discontinuità del campo gravitazionale terrestre” – spiegano nel film – la stessa discontinuità che, quando tocca il mondo emotivo, lascia straniti e turbati. Tairo non ritroverà dunque l’oggetto della sua infanzia, ma altri oggetti, nuovi e preziosi.

Marzo 2017