“Momenti di trascurabile felicità” di D. Luchetti. Recensione di V. Marchesin e M. Montemurro

Autori: Valentina Marchesin e Mirella Montemurro

Titolo: “Momenti di trascurabile felicità”

Dati sul film: regia di Daniele Luchetti, 2019, 93 minuti

Genere: Commedia

 

 

 

 

 

“Momenti di trascurabile felicità” nasce dalla sinergia di Daniele Luchetti, regista, e Francesco Piccolo, scrittore, autore di: “Momenti di trascurabile felicità” e “Momenti di trascurabile infelicità”, che vengono condensati nel personaggio di Paolo.

Piccolo, co-sceneggiatore nel film, in una intervista racconta: “I libri hanno una struttura aforistica, con Luchetti abbiamo pensato di dare una forza propulsiva a questi momenti partendo dall’espediente della morte e di quell’ora e trentadue minuti che viene concessa al personaggio per tornare e fare i conti con la sua vita”.

Ironia e dramma si mescolano continuamente all’interno di un tempo sospeso. In questo spazio temporale lo spettatore assiste a un intreccio tra passato e presente, sogno e realtà. L’impronta di Nanni Moretti, di cui Luchetti è stato allievo e Piccolo frequente sceneggiatore, è visibile. La voce narrante fuori campo di Paolo, leitmotiv dei lavori di Pif, favorisce l’indulgenza verso il personaggio.

Conosciamo Paolo il giorno della sua morte. Percorrendo le affollate strade di una Palermo, inedita e meravigliosa, Paolo sfida la sorte. Come ogni mattina sfreccia, in sella al suo scooter, assorto in compiaciuti e onnipotenti calcoli di frazioni di secondo, attraversa l’incrocio con il semaforo rosso appena scattato. Quel giorno, però, qualcosa sfugge al suo controllo.

Il protagonista Paolo è l’“Uomo senza qualità” dei nostri tempi. Al pari di Ulrich del romanzo è alla ricerca di un senso da dare alla propria vita e alla realtà in generale. Ingegnere, marito fedifrago, padre assente. Viene presentato come un simpatico nevrotico, immaturo, con comportamenti ossessivi che scandiscono la sua vita intorno al conteggio di frazioni di secondo e metri di distanza. In particolare, i metri di distanza delineano il rapporto che Paolo ha con l’Altro – aspetto descritto in modo ironico e leggero quando Paolo si impegna a contrattare il luogo dove incontrarsi con gli amici; acquista un sapore più amaro quando emerge nel rapporto con la moglie e i figli.

Paolo è un fragile narcisista, con idee onnipotenti, che non tollera le frustrazioni, neanche quelle minime: i semafori rossi, i passaggi a livello chiusi, il soppalco di casa. Trova tutte le strategie per evitare le fatiche del “sali-scendi” quotidiano. L’ultimo escamotage, però, gli costa la vita.

Il rapporto con la moglie Agata viene descritto, nella realtà, come una relazione distratta dalla frenesia quotidiana che non permette loro di godere dei momenti di (non) trascurabile felicità. Al contrario nei suoi sogni, Agata viene immaginata come una donna che lo accoglie amorevolmente anche quando Paolo le confessa i suoi ripetuti adulteri: sogna un amore incondizionato. Nella realtà Paolo le chiede spesso e senza motivo: “Ma ce l’hai con me?”, espressione di un’angoscia abbandonica impensabile. Un’altra frase che ricorre e che Paolo, il più delle volte immagina di sentirsi dire dalle donne, è: “Ti penserò, ma non tutti i giorni”. Tutti questi elementi conducono al rapporto con il materno. L’unico riferimento all’infanzia si esplicita, nel film, con un flash onirico relativo a una baby sitter, surrogato materno, di cui Paolo bambino era perdutamente innamorato.

Nell’arco dei 92 minuti “supplementari” Paolo non sembra stravolgere la vita prima della sua di-partita. Li trascorre più o meno come prima, commettendo, a volte, gli stessi errori. Come se non ci fosse la capacità di un pensiero trasformativo (Ogden, 2016).

A nostro avviso, il messaggio precipuo che la pellicola vuole veicolare è legato al tema della caducità e umana limitatezza: “Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire” scriveva Freud in “Caducità” nel 1915. Emblematica è, in questo senso, una sequenza del film, ambientata nella sua “vecchia” vita, dove si impone sulla scena un dipinto, intitolato, non a caso, “Il trionfo della morte”[1]. Paolo distoglie lo sguardo dal dipinto, come dal pensiero del memento mori, seducendo, trionfante, la sua ultima preda.

Il finale da favola apre a diverse letture. Luchetti conduce lo spettatore verso una riflessione esistenziale dal sapore dolce amaro.

Bibliografia

 

Freud S. (1915). Caducità. O.S.F., 8, 173-176.

Musil R. (1930-1942). L’uomo senza qualità. Torino, Giulio Einaudi Editore, 2005.

Ogden T. H. (2016). Vite non vissute. Milano, Raffaello Cortina Editore.

Piccolo F. (2010). Momenti di trascurabile felicità. Torino, Giulio Einaudi Editore.

Piccolo F. (2015). Momenti di trascurabile infelicità. Torino, Giulio Einaudi Editore.

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2019/03/07/news/_momenti_di_trascurabile_felicita_-220945280

[1] Trionfo della Morte è un affresco conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo. Autore sconosciuto.