“Che fare quando il mondo è in fiamme?” Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “Che fare quando il mondo è in fiamme?” (“What you gonna do when the world’s on fire?”

Dati sul film: regia di Roberto Minervini, Italia, USA, Francia, 123’

Genere: documentario, drammatico

 

 

“Se non è in fiamme, poco ci manca, l’incendio è partito”. Così ha dichiarato Minervini (Ciak, 2/9/2019), e quello che lui fa è mostrarlo con le sue immagini in presa diretta, potenti nel loro bianco e nero, in grado di cogliere infinite sfumature e imprimersi in modo indelebile nella mente e nel cuore dello spettatore.

Minervini, che ha già centrato il segno con “Louisiana” (2015), è tra gli Autori italiani di quel “nuovo cinema, che ibrida realtà e finzione”, di cui tratta il libro di Dario Zonta – che di questo film è il qui produttore artistico – “L’invenzione del reale” (Contrasto Books, 2017). Un cinema che sta conquistando spazio: alla prima di quest’opera straordinaria, alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, in tanti son rimasti fuori, e gli applausi alla fine della proiezione son durati diversi minuti. È importante che abbia trovato distribuzione nelle sale, e che ci rimanga.

La realtà di questo film è “inventata” nel senso che il regista le dà una forma narrativa a posteriori, facendola “emergere dal caos” di lunghe riprese attraverso il montaggio, con la complicità di Marie- Hélène-Dozo.

La camera da presa, l’occhio di Minervini, è dentro ai suoi personaggi – o meglio alle persone – e alle loro vite, che si intrecciano e si alternano, in un ambiente ostile, un non-luogo della Louisiana.

Stiamo accanto anche noi alla barista cantante che lotta per tenere aperto il suo locale, alla madre di due ragazzini senza padre, che devono stare attenti a “non girare l’angolo” perché potrebbero sparargli e ai loro pomeriggi spesi in giro per le strade. Queste persone vivono la vita quotidiana, si parlano, discutono, cantano, ballano. A vigilare su di loro ci sono gli attivisti del “New Black Panthers of Self-Defense”, che si offrono a difesa della comunità e urlano giustizia per i loro giovani linciati o uccisi dalla polizia, e noi sempre lì appresso, con il regista. Anche a lui hanno sparato addosso, sono stati mesi lunghi di lavoro, per ottenere la fiducia di queste persone, per girare in condizioni rischiosissime, insieme alla famiglia, che è sempre con lui: negli Stati Uniti dal 2012, moglie asiatica e figli, sanno bene cosa vuol dire essere discriminati.

Lo ha dichiarato in una intervista a Repubblica (3 settembre), che vive nei suoi film, che è emotivamente coinvolto. “Per questo c’è la Psicoanalisi, da solo non ce la farei”, dice.

E la Psicoanalisi nei suoi film c’è, eccome, ci sono le pulsioni, istinto di vita e istinto di morte, la spinta a distruggere e quella ad esistere.

E c’è una realtà che è in Luisiana, ma potrebbe essere a Napoli o ovunque domini la violenza, la paura, la povertà, il razzismo, la disumanità.

Ma c’è poco da teorizzare, è da vedere.

 

Maggio 2019