“Museo. Folle rapina a Città del Messico” di Alonso Ruizpalacios. Commento di Flora Piccinini

Autore: Flora Piccinini

Titolo: Museo. Folle rapina a Città del Messico

Dati sul film: regia di Alonso Ruizpalacios, Messico, 2018, 120′ – Berlino Orso d’argento 2018

Genere: drammatico

 

Trama

 

Nel 1985 al Museo di Antropologia di Città del Messico furono rubati alcuni capolavori di inestimabile valore dell’arte Maya. “Museo” rinarra la vicenda attribuendo l’impresa a due giovani studenti fuoricorso della periferia di Città del Messico, Juan Nunez e Benjamin Wilson. E’ Juan la mente del colpo, messo a segno quando tutta la  famiglia è riunita festeggiare   la notte di Natale,  alla ricerca di un riscatto clamoroso da una condizione di vita fallimentare. Juan trascina da anni una tesi in Veterinaria e vive ancora con i genitori nella scomoda posizione di unico figlio maschio, che delude le aspettative di tutti e interrompe una tradizione degli uomini di casa,  medici o professori di successo. L’amico Benjamin, condivide con Juan la condizione di eterno fuoricorso in assenza di prospettive per il futuro. Abita con il padre solo, malato terminale, e lo accudisce in un clima senza speranza. L’impresa apparentemente velleitaria della rapina al museo, incredibilmente, riesce. La scena si svolge in un silenzio irreale, che rende la lunga sequenza più intima che spettacolare e fa di “Museo” un film drammatico e non d’azione. Nella seconda parte il film narra il viaggio  dei due giovani fuggitivi attraverso il Messico delle rovine Maya e del mondo glamour di Acapulco. Juan e Benjamin sono una coppia di banditi tragicamente inesperti e goffi, in fuga da una realtà impossibile, animati da un progetto, vendere i tesori trafugati, che si rivelerà altrettanto impossibile.

 

Andare o non andare a vedere il film

 

A dispetto del titolo, “Museo. Folle rapina a Città del Messico” non è un film di rapina, ma la narrazione di un vagabondaggio che descrive molto bene il disorientamento giovanile di una generazione che ha perso il contatto autentico con le proprie radici. Ruizpalacios  declina la storia di una fatto di cronaca sensazionale nella forma di un viaggio di formazione senza speranza intrapreso dai due giovani messicani, che dal mondo globalizzato della periferia della metropoli, si inoltrano nel freddo e muto spazio museale e poi nelle terre dei Maya, alla ricerca di una via  per dar valore alla propria esistenza. La pellicola alterna i registri della commedia divertente e del dramma, si articola su toni ironici e amari, umoristici e angosciosi e rappresenta l’occasione per una notevole prova  dell’attore protagonista Gael Garcia Bernal.

 

La versione di una psicoanalista

 

“Nemici della Nazione, della Storia e della nostra eredità” vengono definiti nell’annuncio del notiziario televisivo i due giovani protagonisti. Il film ci mostra un fallimento nella costruzione dell’identità, per eccesso di aspettative idealizzanti. Il peso dei reperti trasportati dalle terre delle origini, dove la popolazioni conservava un profondo legame autentico e affettivo con gli oggetti e le tradizioni del passato, fino  al centro  della grande metropoli di Città del Messico, nelle teche museali, offre una riuscita metafora della perdita di contatto con i progenitori  e dell’ideale grandioso  che blocca la circolazione degli affetti, impedisce un contatto diretto e rende inaccessibile l’eredità. Il tema centrale del film ha a che fare con la trasmissione da una generazione all’altra dei valori, che fa pensare alla concezione di Kaës del patto narcisistico nel legame tra generazioni. Non solo i due giovani saranno bollati come spregevoli delinquenti, ma il tesoro trafugato risulterà invendibile: il valore inestimabile lo renderà privo di valore di fatto.

 

Novembre 2018