Ninth European Psychoanalytic Film Festival. Londra 2017. Report di Elisabetta Marchiori

Report epff9 Ninth European Psychoanalytic Film Festival

“Interiors/Exteriors (Interni/Esterni)”

Londra, BAFTA, 2-5 novembre 2017

di Elisabetta Marchiori

La nona edizione del European Psychoanalytic Film Festival, curata dal Direttore Artistico Andrea Sabbadini, si è aperta giovedì 2 novembre con un incontro di benvenuto presso la Royal Society of Medicine per i trecento iscritti all’evento, che anche quest’anno hanno fatto registrare  il tutto esaurito.

La rivista quadrimestrale “Eidos, cinema psiche e arti visive”, di cui è fondatrice e Presidente la psicoanalista Barbara Massimilla, cui collaborano analisti junghiani, freudiani ed esperti di cinema, ha creato con epff un gemellaggio da cui nasce un numero monotematico bilingue, distribuito a tutti i presenti (www.eidoscinema.it).

Sin da subito si è percepito un clima, come quello atmosferico, eccezionalmente piacevole, con la presenza, insieme ai frequentatori abituali, di molti giovani, a vivacizzare un entusiasmo che negli anni non si è smorzato.

Cathy Bronstein, Presidente della British Psychoanalytical Society, ha introdotto il Festival, sottolineando la significatività di un’iniziativa preziosa, unica nel suo genere, e soffermandosi sul tema “Interni/Esterni” di questa edizione, che permette di esplorare ciò che appartiene al mondo interno e all’inconscio, e ciò che riguarda il mondo esterno e la realtà oggettiva.

Sabbadini, nel successivo intervento, ha precisato che il simbolo “slash” tra le due parole di cui è composto il titolo ha la duplice funzione di separare i due mondi e, al tempo stesso, di tenerli uniti, rimandando al fatto che possono coesistere armoniosamente o entrare in conflitto.

Laura Mulvey, Professore di Cinema al Birkbek College di Londra, collaboratrice di epff sin dai suoi esordi, ha introdotto la visione dei tre “corti” in programma per la serata, molto diversi tra loro ma ugualmente interessanti.

“Inside/outside. An audiovisual essay” (Jonathan Isserow 2017, 3’, UK) riesce in soli tre minuti a sintetizzare in immagini l’evoluzione della conoscenza del mondo interno attraverso la psicoanalisi.

“Portrait” (Angela Feeney e Susanne Lansman 2017, 4’, UK) offre una metafora del discorso psicoanalitico attraverso la relazione tra un pittore e la sua modella,

 

“Benigni” (Elli Vuorinen, Jasmiini Ottelin e Pinja Partanen 2009, 7’, Finlandia), un corto di animazione “stop-motion”, commovente e inquietante nel contempo, tratta il tema della solitudine, della malattia e della separazione, della soluzione di stare nè dentro nè fuori, ma alla finestra, a guardare una vita che non si è capaci di vivere.

 

Il venerdì mattina, presso la prestigiosa sede del Bafta, epff9 è iniziato con il panel interdisciplinare “Interiors/Exteriors: Psychoanalytic, cinematic, and architectural perspectives”, con lo psicoanalista Michael Brearley, lo storico del cinema Peter Evans, membro del comitato organizzativo di epff, la storica dell’architettura Jane Rendell e Andrea Sabbadini (chair).

Brearley, che è stato un importante giocatore di criket e ha appena pubblicato la biografia “On form”, ha focalizzato il suo intervento su quanto accade dentro la stanza di analisi. Il mondo esterno, come quello interno, non ha interpretazioni univoche: basti pensare al conosciuto disegno ambiguo in cui si può vedere sia un’anatra sia un coniglio. Pertanto bisogna essere attenti non imporre al paziente il nostro modo di vedere.

Sabbadini ha commentato che “l’arte della psicoanalisi” consiste nel trovare la “giusta distanza” dal mondo interno del paziente.

Peter Evans ha affrontato il rapporto tra struttura narrativa e messa in scena, sottolinenendo che ogni dettaglio scenico ha un’enorme importanza simbolica nella costruzione degli spazi, interni ed esterni, di un’opera cinematografica.

Jane Rendell, riprendendo le idee contenute nel suo recente libro “The architecture of pshychoanalisis: space of transition” (L’architettura della psicoanalisi: spazio di transizione), ha esplorato le correlazioni tra l’idea di spazio in architettura e in psicoanalisi, riferendosi ai contributi di Freud, Winnicott e Green. Ha illustrato il concetto di “social condenser”, che si riferisce alla teoria costruttivista russa secondo cui l’organizzazione degli spazi architettonici può influenzare i comportamenti sociali.

 

Il primo film proiettato è stato “Flickan, mamman och demonerna” (The Girl, the Mother and the Demon, 2015, 92’, Svezia), di Suzanne Osten, regista molto conosciuta in Svezia anche per il suo lavoro nel teatro per bambini. Si tratta del racconto del precipitare di una madre in un delirio allucinatorio psicotico, un mondo interno popolato da demoni persecutori, la cui proiezione esterna è la casa in cui abita con la figlia, che si riempie giorno dopo giorno di spazzatura. La bambina è testimone di questa evoluzione distruttiva, cresce nella trascuratezza e nella fame, e solo in extremis viene salvata dalla distruttività della madre. La regista, durante il panel condotto dalla psicoterapeuta Laura Forti (chair), ha raccontato che il film prende avvio da un’esperienza autobiografica e che è uno strumento per poter mostrare al pubblico cosa significa avere un disturbo mentale grave e l’importanza di conoscerlo.

Lo psicoanalista Anders Berge, consulente svedese del board di epff, ha sottolineato quanto il film sia coinvolgente e disturbante, e faccia percepire fisicamente allo spettatore la paura crescente della piccola protagonista, che pare non comprendere l’enorme rischio cui è esposta. È lo spettatore a provare in sua vece quei sentimenti, sperando che riesca a liberarsi dai demoni e dalla simbiosi con la madre. Lo psicoanalista, nell’incontro con la persona sofferente di psicosi, prova sentimenti simili. È fondamentale entrare in risonanza emotiva con il paziente, riconoscere e rispettare le sue esperienze, anche se non si possono condividere.

 

Nel panel multidisciplinare “Landscapes”, condotto dallo psicoanalista Kannan Navaratnem, membro del comitato organizzativo di epff, la Docente di Cultura e Psicoanalisi Caroline Bainbridge ha messo a punto alcune significative riflessioni su “Orlando” (1992) di Sally Potter, un film che si confronta con la problematica della morte e del suo opposto, l’immortalità. L’ambiguo protagonista dell’opera, attraverso la reversibilità del suo cambiamento di genere, supera i limiti delle differenze sessuali nel tentativo di realizzare una propria soggettività simbolica.

La psicoanalista Lesley Caldwell, membro del comitato organizzatore, ha sottolineato come ne “Il grido” (1957) di Antonioni i luoghi e le relazioni umane enfatizzino la solitudine e il senso di vuoto, per stabilire una reciprocità tra paesaggio e narrativa, riducendo il senso degli eventi in sé e attribuendo maggior importanza agli spazi nei quali tali eventi avvengono.

Attraverso il film di Helke Sander “Il muro nella testa” (1977) Erica Carter, esperta in Cinema tedesco, ha esplorato le articolazioni simboliche dei confini geografici e identitari della città di Berlino nel periodo successivo al Nazionalsocialismo e alla Guerra Fredda.

 

Il film “Fritz Lang” (2016, 104’, Germania), discusso con il regista e scrittore Gordian Maugg e gli psicoanalisti Sabine Wollnik-Krusche e Gerhard Schneider (chair), è stato definito come uno studio visivo-psicoanalitico del film “M”, il mostro di Dussedldorf (1931) di Fritz Lang, uno dei più significativi registi tedeschi durante la Repubblica di Weimar. Presentato alla 11esima Festa del Cinema di Roma, racconta come il regista viennese avesse intrapreso una personale indagine su alcuni delitti efferati compiuti in Germania, che gli offrirono l’ispirazione per la realizzazione del suo capolavoro. Maugg è riuscito a esplorare i meandri delle dinamiche psichiche della complessa personalità del suo protagonista, creandone un ritratto tridimensionale psicoanaliticamente molto convincente, fondendo le scene di finzione con materiali d’archivio. La discussione ha approfondito diversi temi, in particolare quello della colpa, poichè Lang si trovò coinvolto, in circostanze mai chiarite, nella morte violenta della sua prima moglie. Il film, in bianco e nero, è girato in interni angusti e deprimenti, che trasmettono allo spettatore il senso claustrofobico di non avere via d’uscita, così come gli esterni sono caratterizzati da orizzonti ristretti, ugualmente imprigionanti.

 

Nel dialogo “Screen as skin and landscape” Cheryl Moskowitz, scrittore e poeta membro del comitato organizzatore di epff, la studiosa di architettaura Claudia Fuortes e la psicoanalista Lesley Caldwell, seguendo un approccio interdisciplinare, hanno esplorato la relazione fra lo spazio interno e quello ambientale da un punto di vista cinematografico. È stata analizzata la capacità di rappresentare tali spazi da parte di alcuni significativi film contemporanei quali “Un homme qui dort” (1974) di Bernard Queysanne, “Exibition” (2013) di Joanna Hogg and “Home” (2008) di Ursula Meier.

 

Il film “La puerta abierta” (The Open Door, 2016, 82’, Spagna) è il primo lungometraggio di Marina Sereseski, giovane regista che, come ha detto Peter Evans, chair del panel con la psicoanalista Carol Topolski, è un incrocio tra favola e realismo sociale.

 

Protagoniste due prostitute, madre e figlia, un transessuale e una bimba rimasta orfana,   che vivono in angusti e bui appartamentini affacciati sul cortile di uno squallido caseggiato in una zona povera di Madrid, palcoscenico di continui litigi tra loro e gli altri condomini. La regista, che ha parlato del suo film attraverso un video proiettato in sala, ha spiegato che, prendendo come riferimento il cinema spagnolo, italiano e argentino, ha voluto trovare il “punto esatto” tra il genere della commedia e quello drammatico, con un interesse non tanto al tema della prostituzione, che rimane sullo sfondo, quanto piuttosto su quello della maternità e del femminile. Il maschile e il paterno sono assenti in quest’opera, o si infiltrano come collegati alla violenza, all’abbandono e al tradimento.

 

Nella lettura “From Shoah to Son of Saul: an Intergenerational Dialogue” Cathrine Portuges, esperta di cinema (lavora presso “Film Studies and the Massachusetts Multicultural Film Festival”, University of Massachusetts Amherstcon), con lo psicoanalista David Bell (chair), ha presentato il lavoro di due registi, appartenenti a due generazioni diverse del periodo post-olocausto, impegnati nel difficile compito di rappresentare l’irrappresentabile. Shoah (1985) di Claude Lanzman e Il figlio di Saul (2015) di Lásló Nemes sono le straordinarie opere di registi due generazioni che, in differenti periodi, si confrontano con una terribile realtà storica.

Come di consueto, nella serata del venerdì è stato proiettato un classico inglese restaurato, in questa edizione “Room at the Top” (Jack Clayton 1959, UK 115’), discusso la mattina seguente durante un panel condotto da Peter Evans con Charles Drazin, biografo e storico del cinema, e lo psicoanalista Michael Halton. Il film, con cui Simone Signoret ha conquistato l’Oscar, è stato il primo in Gran Bretagna a cogliere lo spirito di una società del dopoguerra che si sforzava di trasformarsi. Il giovane protagonista, un impiegato arrampicatore sociale, riesce a sposare la figlia di un ricco imprenditore, sacrificando l’amore per una donna affascinante, infelicemente sposata e più anziana di lui di una decina d’anni. Quello che si è interiormente e quello che si mostra esteriormente non può corrispondere e, nel conflitto tra autenticità e maschera sociale, la prima soccombe. Il tema chiave del film, la distruzione delle relazioni profonde e significative, risulta tuttora di grande attualità.

Il film di apertura della giornata di sabato è stato l’israeliano “A week and a day” (Asaph Polonsky 2016, 97’, Israele) che ha come tema il lavoro del lutto, da elaborare sia a livello interiore sia rispetto al mondo esterno, e i cambiamenti nelle relazioni con gli altri che una grave perdita comporta. I protagonisti sono Vicky e Eyal che, appena concluso la settimana cerimoniale (shiva) per il giovane figlio morto di cancro, sviluppano strategie diverse per gestire il dolore e affrontare il dramma della morte.

Durante il panel, cui hanno partecipato Yevgenia Dodina, l’attrice protagonista, l’artista Noa Ben-Nun Melamed e gli psicoanlisti Shimshon Wigod e Emanuel Berman (chair), si è evidenziato come il gioco e l’uso libero dell’immaginazione siano gli strumenti principali per permettere, come ha teorizzato Winnicott, l’inizio dell’elaborazione del lutto e della graduale risoluzione di una crisi esistenziale. L’esperienza traumatica della perdita, pur essendo comune ad ogni essere umano, viene vissuta da ciascuno in modo diverso e non prevedibile. Come nel film spagnolo “La puerta abierta”, il dramma viene riletto in chiave di commedia, impregnata di umorismo a tratti surreale. È importante sottolineare come questo film abbia un significato particolarmente radicale e sovversivo all’interno della cultura israeliana nella quale, sullo sfondo si varie guerre, l’ethos di piangere i morti è stato istituzionalizzato e reso convenzionale.

Sono seguiti due film documentario, il primo girato in Lettonia, “Dokumentalists” (“The Documentarian”, Ivares Zviedris e Inese Klava 2012, 82’, Lettonia), il secondo nell’isola italiana di Lampedusa, “Fuocoammare” (Gianfranco Rosi 2016, 114 min, Italia). Nella loro diversità, entrambi sollevano questioni fondamentali sulla necessità del cinema documentario di fare i conti con i registri della realtà e della finzione: il reale viene  inevitabilmente manipolato come una materia nel rapporto tra il regista e il soggetto della narrazione.

“The documentarian” riguarda il progressivo avvicinamento affettivo, estremamente faticoso, fra la protagonista Inta, un’anziana donna sola, sospettosa e rabbiosa, che vive in una zona paludosa della Lettonia, e il giovane documentarista Ivars che la filma, come ha spiegato lui stesso durante il panel, insieme alle psicoanaliste Helen Taylor Robinson e Silvija Lejniece (chair). L’incontro tra queste due personalità così diverse è permesso proprio dalla macchina da presa e, a questo proposito, è stato citato il concetto di “spazio triangolare” di Ronald Britton, secondo cui essa offre la possibilità di osservare le relazioni d’oggetto e di guardarci in interazione con gli altri.

“Fuocoammare”, Orso d’Oro al Festival di Berlino e candidato all’Oscar, ha come tema il dramma dei migranti, e per trattarlo utilizza, come il precedente, l’incontro tra il regista e i suoi personaggi. Le sequenze sono montate come frammenti di storie “a mosaico”: da una parte, ci sono i tasselli che appartengono alla vita quotidiana degli isolani, i gesti e i comportamenti usuali e ordinati, la loro umiltà e dignità, rappresentazioni dell’”interno”. Samuele, un ragazzino di dodici anni e il medico Pietro Bartolo ne sono i protagonisti principali. Dall’altra parte, ci sono i tasselli senza posto, i naufraghi, “l’esterno” su cui lo sguardo di Rosi si sofferma, risoluto nel mostrare anche quanto nessuno di noi vorrebbe vedere, attraverso il suo punto di vista. La metafora che riflette noi spettatori è quella dell’occhio “pigro” del piccolo Samuele, che deve essere “allenato” per poter guardare e vedere bene, riuscendo a mettere a fuoco, con le immagini, i pensieri sulla tragedia di queste persone. Al panel di discussione, con gli psicoanalisti Roberto Goisis e Elisabetta Marchiori (chair), consulente italiana di epff, è intervenuto Dario Zonta, critico cinematografico e Produttore Artistico di diversi film, esperto di cinema documentario e sperimentale, a raccontare come lavora un grande regista come Rosi e il proprio ruolo nella creazione del film. Ha sottolineato l’obbiettivo, in questo nuovo cinema, della ricerca della verità interiore dei personaggi nel momento in cui vengono raccontati, nell’ibridazione tra realtà e finzione per poter raccontare una storia, dalla più piccola e semplice alla più epica e universale. Goisis ha raccontato che la Società Psicoanalitica Italiana, proprio nella prospettiva di non perdere di vista la tragedia dei migranti, nel maggio 2016 ha istituito il gruppo di lavoro Psicoanalisti Europei per i Rifugiati (PER), con lo scopo di attivare progetti coordinati di aiuto clinico e formazione, ricordando quello che dice il medico lampedusano: “È dovere di ogni uomo, che sia un uomo, aiutare queste persone”.

Un altro film di grande successo in Italia, il pluripremiato “Perfetti sconosciuti “(“Perfect Strangers”, Paolo Genovese 2016, 97’, Italia), ha attirato molti spettatori, ed è stato discusso dalla sceneggiatrice Paola Mammini e dagli psicoanalisti Kannan Navaratnem e  Rossella Valdré (chair). Questo film ha la veste di una commedia dolceamara ma contenuti profondi drammatici, e pone il grande pubblico di fronte a domande dalle risposte non scontate: conosciamo davvero l’Altro, la persona a noi più vicina? Dobbiamo, possiamo conoscerne i segreti?

La trama è semplice: un gruppo di amici, prevalentemente coppie, si ritrovano a cena, e una di loro lancia l’idea di un gioco pericoloso, posare ciascuno il proprio cellulare sul tavolo e condividere con gli altri ogni telefonata, messaggio e e-mail che arrivano. In un crescendo di tensione, sempre più difficile da tollerare e da gestire, emergono i segreti di ognuno di loro, parti rimosse o dissociate che, nel rendersi visibili, hanno un impatto più o meno distruttivo. Il dibattito si è focalizzato sul tema della natura “duplice” del segreto – benigna e costruttiva/maligna e distruttiva – e su quello dell’infelicità della famiglia.

Il successo del film è correlato al fatto che ogni spettatore può identificarsi: siamo tutti vulnerabili e fragili, bisognosi di conferme narcisistiche, e abbiamo paura di guardarci dentro e confrontarci con l’altro. Il pubblico, con i suoi interventi, ha avvalorato questa ipotesi, poiché le fantasie sulla fine del film erano molto diverse.

 

Nel pomeriggio è stato proiettato “Chuck Norris vs Communism” (Ilinca Calugareanu 2015, 78’, Romania), uno straordinario film su Irina Nilson, attualmente la più importante critica cinematografica rumena, traduttrice e interprete che, durante il regime di Ceausescu, doppiò una enorme quantità di film stranieri, considerati pericolosi, su cui si era sviluppato un mercato illegale e che erano visti clandestinamente. Quest’opera mette insieme sequenze di finzione, con un’attrice, Ana Maria Moldovan, nei panni di Irina, che le dà la voce autentica, interviste a persone che hanno vissuto quell’esperienza, compresa la stessa Irina, e materiale d’archivio, in un misto di dramma, commedia e noir mostra la forza creativa del cinema, nelle sue potenzialità: chiave di accesso all’inconscio, finestra sul mondo, mezzo di socializzazione. Il cinema in quel contesto compiva il miracolo di permettere al mondo esterno di entrare all’interno di un paese brutalmente isolato, e nelle persone bisognose di sapere, vivere e sognare liberamente. Il panel di discussione è riuscito a riunire, intorno alla chair Laura Manu, psicoanalista di origine rumena che vive e lavora a Londra, membro del comitato organizzativo di epff, l’attrice Ana Maria Moldovan, che nel film interpreta Irina Nistor, e la giovane regista Ilinca Calugareanu, al suo primo lungometraggio. Lei stessa ha raccontato che l’idea del film è nata proprio durante epff6, quando riconobbe nella voce di una partecipante a un dibattito quella ascoltata dai film guardati nell’infanzia, amata da tutti i rumeni, che non aveva un volto: quella di Irina Nistor. Una voce femminile che aveva avuto la funzione della voce materna che racconta le storie della buonanotte, che permettono al bambino di superare conflitti e drammi grazie alla capacità di immedesimazione nell’eroe invincibile. Quell’esperienza segreta ha consentito ai rumeni di coltivare una sensibilità artistica e politica e ha avuto un ruolo nella nascita del cinema contemporaneo rumeno.

 

Ha concluso la giornata il film documentario “Sigmund Freud. Origini e Attualità della Psicoanalisi” (2015, 56’, Italia), sceneggiato, diretto e prodotto dalla psicoanalista Alessandra Balloni, con il patrocinio della SPI. Lo ha realizzato con materiali diversi: scene girate ad hoc, sequenze di repertorio e di film, fotografie e interviste, a quattro psicoanalisti e un filosofo italiani (Anna Ferruta, Cono Aldo Barnà, Tiziana Bastianini, Antonino Ferro e Carlo Sini).

Presentato come un progetto che ha l’ambizione di raggiungere persone potenzialmente interessate alla Psicoanalisi, appare concepito in sintonia con la strategia di “outreach” condivisa dall’International Psychoanalytic Association (IPA). Durante il panel di discussione, cui hanno partecipato gli psicoanalisti Romolo Petrini e Andrea Sabbadini (chair), Balloni ha spiegato di aver cercato di utilizzare il potenziale creativo e comunicativo insito nelle contaminazioni della Psicoanalisi con la letteratura, il teatro, la pittura e il cinema, sperimentando uno strumento che attingesse da questo potenziale per raccontare la Psicoanalisi cercando di suggerire, evocare, incuriosire, senza pretese di esaustività e senza mistificazioni.

La domenica mattina lo psicoanalista Igor Kadyrov ha presentato il progetto di cinema e psicoanalisi sviluppato a Mosca sull’esempio di epff, il The Russian Psychoanalytic Film Festival, la cui prima edizione si è svolta nel 2014 e che nasce e si sviluppa come il lavoro di un gruppo affiatato ed entusiasta.

È seguita la proiezione di una serie di corti introdotta dallo psicoanalista Michael Halton, membro del comitato organizzativo di epff.

“Now, Listen” (Clifford Yorke 1972, 5’, UK) è stato creato e diretto da Clifford Yorke, pioniere della psicoanalisi inglese, uomo di profonda e ampia cultura, che spaziava dalla letteratura, al cinema, alla musica fino al gioco degli scacchi. È intervenuto a presentare questo sorprendente cortometraggio sulla difficoltà di comunicazione il figlio John Yorke, famoso produttore e dirigente televisivo britannico, che lavora per la BBC. Come direttore di Channel Four e responsabile della produzione di fiction per la tv pubblica britannica, ha contribuito al successo di numerosi prodotti come la serie Life On Mars.

Il successivo “Procter “(Joachim Trier 2002, 18’, Norvegia), introdotto da Ian Christie, storico del cinema e scrittore, collaboratore di epff sin dalla prima edizione, racconta la storia di un uomo che trova casualmente un’auto in fiamme, mentre la scena viene ripresa da una telecamera posta su un treppiede. L’uomo si impossessa del video, dove è ripresa la vita quotidiana del suicida fino ai suoi ultimi istanti di vita. Per l’uomo diviene una sfida cercare di comprendere cosa sia accaduto, come se si identificasse profondamente con il suicida o fosse la sua parte razionale che cerca una motivazione ad un gesto apparentemente senza spiegazioni.

L’ultimo “I think this s the closest to how the footage looked” (Yuval Hameiri 2012, 9’, Israele), introdotto dallo psicoanalista Emanuel Berman, consulente di epff, è una commovente opera autobiografica, in cui il regista, dieci anni dopo la scomparsa della madre malata di cancro, ricostruisce l’ultimo giorno di vita della sua attraverso gli oggetti che le erano appartenuti, collegati dai suoi ricordi. Il cinema si rivela, come le altre forme d’arte, un mezzo per restituire senso, per dare vita anche ad oggetti inanimati, quando tutto sembra perduto.

Il festival si è concluso con la sessione plenaria condotta da Ian Christie e Andrea Sabbadini che, dopo aver ripercorso gli aspetti che hanno maggiormente caratterizzato questa edizione di epff, hanno dato ampio spazio agli interventi dal pubblico e alla discussione, che è stata ricca di spunti e articolata.

Vogliamo sperare che presto sia ufficialmente annunciata la decima edizione di epff, che ancora una volta non ha deluso le aspettative, ha valorizzato il nostro cinema italiano e ha dato spazio agli apprezzati contributi dei nostri colleghi della SPI.

Novembre 2017