“Nomadland” di C. Zaho. Commento di E. Marchiori

"Nomadland" di C. Zaho. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “Nomadland”

Dati sul film: regia di Chloe Zaho, USA, 2020, 108’; Leone d’Oro

Genere: drammatico

 

 

 

“There are not finally goodbye”

“Nomadland”, della regista cinese naturalizzata negli Stati uniti, Chloe Zaho, classe 1982, è stato premiato con il Leone d’Oro a questa Mostra d’Arte Cinematografica all’insegna del distanziamento. Ho pensato che è un film, al limite tra documentario e fiction, che quasi lo celebra, con i suoi nomadi che prendono le distanze dalla società convenzionale e dai loro abitanti, così come celebra “quelli che ci hanno dovuti lasciare”, e durante il culmine della pandemia son stati tanti di più.

Francis McDorman interpreta meravigliosamente Fern, una donna che ha perso tutto: il marito gliel’ha portato via il cancro, la crisi economica ha fatto fallire la fabbrica di cartongesso in cui ha lavorato, e presso cui aveva vissuto, tutta la vita. Quella cittadella aziendale, con i suoi prefabbricati, nel deserto del Nevada, è diventata una città fantasma. Decide così di trasformare il suo furgoncino in una casa e vivere di lavori stagionali, che richiedono spostamenti continui. Incarta pacchi per Amazon, raccoglie barbabietole, pulisce bagni. Si adatta a qualsiasi lavoro e lo svolge con dedizione, senza mai lamentarsi. “Down the road” incontra altri nomadi, che nel film interpretano loro stessi. Sono una comunità di persone che creano tra loro legami di solidarietà e comprensione, che non implicano radicamenti, relazioni stabili. Preferiscono definirsi “housless” piuttosto che “homeless”, non vogliono un tetto sopra la testa, ma sentono il loro camper proprio la loro casa: come la conchiglia per le chiocciole, è un rifugio e una difesa. Nomadi non tanto per necessità, ma per scelta, si spostano continuamente non tanto per fuggire, quanto per non dimenticare “quelli che ci hanno dovuti lasciare”, a cui è dedicato il film, con le musiche struggenti di Ludovico Einaudi. Fern potrebbe averlo, un tetto, ma non lo vuole: accettare di fermarsi implicherebbe per lei affrontare il lutto, elaborare la perdita, accettare di investire in altri oggetti d’amore. È una persona gentile e generosa, che sa ascoltare e prendersi cura degli altri, ma una parte di lei, la parte tenera, il mollusco, si è ritirata ed è chiusa ermeticamente, per sempre, dal legame indissolubile con quel marito che l’ha “dovuta lasciare” e con quella esistenza vissuta con lui nel prefabbricato. Allestisce l’interno del suo furgoncino con estrema cura, i pochi oggetti che conserva come estremamente preziosi trovano il loro posto, e non sono sostituibili. Le terre desolate intorno a lei e agli altri nomadi sono fatti di pietre, inscalfibili come il loro dolore, che possiedono una loro bellezza e unicità, si possono vendere, scambiare e offrire al fuoco in onore dei morti.

Mi è venuta in mente quella poesia di Emily Dickinson (“Le stanze d’alabastro”), “Dopo un grande dolore”, quell’ultimo verso: “Appagamento di quarzo, come pietra./Questa è l’ora di piombo/ ricordata da chi sopravvive,/ come gli assiderati ricordano la neve:/prima il gelo, poi lo stupore/poi l’abbandono”.

Settembre 2020