I am not okay with this. Recensione di A. Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: “I am not okay with this” (Prima Stagione)

Dati sulla serie: Creata da Jonathan Entwistle, Christy Hall, USA, 2020, Netflix, 21 Lapse Entertainment.

Genere: commedia, fantasy

 

 

 

L’elemento che più mi ha colpito di questa nuova serie creata da Jonathan Entwistle e Christy Hall è la capacità, davvero rara, di entrare, con delicatezza e sensibilità, attraverso uno sguardo soffuso di tenerezza, nel mondo turbolento e sofferto di una “tribù di adolescenti” della provincia americana contemporanea. Intendo qui “tenerezza” nell’accezione freudiana, intesa come quella corrente di tenerezza (Freud, 1905) che dovrebbe segnalare il passaggio dalla pulsionalità dirompente dell’adolescenza ai lidi più moderati e meno tempestosi dell’età adulta. La disponibilità dell’adulto nei confronti di questa età complessa e difficilmente governabile è, come si sa, un dato per nulla scontato.

Il giovane regista londinese Etwistle lo aveva già egregiamente fatto nella precedente serie TV “The End of the F****ing World” (2017, vedi commento di Angelo Moroni ) e qui si mostra di nuovo in grado di prendersi letteralmente “in carico” i turbamenti tipici di questa fase dell’esistenza umana così creativa e insieme conflittuale.

In questa serie prodotta da Netflix, con episodi che durano al massimo mezz’ora, tratta dall’omonima grafic novel di Charles Forsman, la protagonista è Sidney Novak, una diciassettenne di Brownsville, Pennsylvania, interpretata con freschezza e autenticità mirabili da una Sophia Lillis (“It”, Capitolo I – 2017 e Capitolo II – 2019) che domina la scena dal primo all’ultimo episodio della Prima Stagione. Sidney frequenta il Liceo di una provincia americana degradata e povera, condividendo la sua vita con la madre Maggie ed il fratellino Liam; è orfana di padre, reduce della guerra in Iraq, che si è suicidato. Oltre a questo gravissimo lutto e all’anaffettività caratteropatica della madre, Sidney deve fare i conti con misteriosi fenomeni paranormali di cui sente di avere il potere di produrre.

Entwistle è in grado di trattare con accenti saggiamente ironici tutta questa materia narrativa, che oscilla di continuo tra vari registri: quello drammatico, quello francamente comico, quello profondamente introspettivo, quello della denuncia sociale dei fenomeni della prevaricazione e del bullismo in adolescenza. Un dialogo, emblematico delle difficoltà comunicative tra generazioni, spicca nella sceneggiatura: quello tra Sidney e sua madre, sedute sul divano del salotto, nel primo episodio. Esso indica luminosamente la cifra stilistica dei creatori e la loro capacità di tuning con il mondo dell’adolescenza: Dice Sidney, con la voce rotta, alla mamma: “Mi ha convocato lo psicologo scolastico … sembra che a volte le persone a cui voglio bene, non me ne vogliano”. Qui lo spettatore si aspetterebbe una risposta accogliente e affettuosa, tenera, da parte della madre, che invece le risponde così, sospirando distrattamente: “Ah…magari hai troppe aspettative”. Una vera e propria doccia fredda sul bisogno di Sidney di essere capita e sostenuta narcisisticamente nel faticoso percorso della sua crescita. Tutti gli episodi sono costellati di dialoghi dal grande spessore introspettivo, al punto di richiamare alla memoria il Terrence Malick de “La rabbia giovane” (“Badlands”, 1973), grande affresco cinematografico capace di dipingere i colori dell’adolescenza attraverso le giuste tonalità drammaturgiche. Sono i colori dell’amore e i colori dell’odio e della rabbia, appunto, quando non c’è l’amore (Eros) a controbilanciare la forza distruttiva di una pulsionalità e di una vitalità incontrollate che irrompono sul palcoscenico della vita. I misteriosi “superpoteri” che Sidney sente crescere in lei, sono allora una rappresentazione estetica e metaforica di modalità evacuative tramandate transgenerazionalmente a partire dal suicidio del padre di Sidney, parti del Sé adolescenziale in costruzione che la protagonista comincia infatti a percepire come pericolose e per questo minacciose, “fuori controllo”. Il puzzle interrotto, che il padre di Sidney stava costruendo insieme al piccolo Liam prima di suicidarsi, sembra essere un ulteriore rimando all’incapacità dell’ambiente a rappresentare una cornice di riferimento per l’individuo, a garantire una coesione di un Sé che rimane invece frammentato e in balia della “violenza delle emozioni” (Civitarese, 2011). Entwistle stempera tuttavia, a più riprese, il filone drammatico costituito, nel plot, dal trauma del suicidio paterno, ad esempio con l’introduzione, molto azzeccata, del personaggio di Stanley Barber (interpretato da un Wyatt Oleff la cui sola mimica facciale gli farebbe meritare un premio). Stanley è il primo ragazzo, sconclusionato e goffo nei modi, con cui Sidney avrà il suo primo rapporto sessuale, altra importante area esperienziale in adolescenza, che il regista sa trattare con delicatezza e con la “giusta distanza” estetico-filmica che questo tema merita.

Credo sia interessante notare che le piattaforme digitali (Netflix in particolare) sembrano ormai sature di teen drama series, delle quali possiamo citare “13 Reasons Why” e “Sex Education”, come a segnalare che l’adolescenza, più di ogni fenomeno psico-sociale, rappresenti una sorta di “spia” dei tempi che viviamo. Siamo infatti diventando sempre più una “società adolescente”, priva di un’identità, di un “soggetto”, di valori di riferimento, di un collante sociale davvero condiviso, sia esso ideologico, religioso, “ideale” in senso più ampio. Siamo un’umanità che vive con angoscia il proprio futuro e che sembra così tornata ad osservare l’adolescenza come un prototipo comportamentale, come una dimensione mentale nella quale rispecchiarsi per potere – forse- ritrovare le origine del senso di smarrimento e di fragilità che viviamo oggigiorno. I “superpoteri” pericolosi di Sidney possono infatti essere letti come il pendant dell’onnipotenza tecnologica che tutto pervade, ma che diventa pericolosa e si ritorce contro l’uomo che l’ha generata, se non governata e pensata adeguatamente. Un Superpotere tecnologico ed economico ci domina, pronto ad esplodere, proprio come accade a Sidney che cerca invano una guida adulta capace di dare un limite, di contenere, e insieme di generare una corrente di tenerezza capace di trasmettere segnali di vicinanza e di affetto.

Dal punto di vista tecnico “I am not okay with this” è una teen comedy godibilissima, ben girata e ben fotografata in una location, quella della città di Brownsville, che non poteva essere meglio pensata nel proporre la spazialità di una “periferia” del mondo in cui la difficoltà di “diventare grandi” è accentuata dall’assenza di cultura e da una sciatteria davvero imperdonabili da parte dei cosiddetti “grandi”, cioè da coloro che dovrebbero porsi come modelli per i propri figli. La figura del padre di Stanley Barber, spesso inquadrato mentre guarda il football americano in tv sorseggiando la sua solita birra, è a questo proposito emblematica. Lo sguardo di Entwistle descrive impietosamente anche la completa distruzione della middle class americana, ad opera dell’aggressivo avvento del nuovo potere finanziario globalizzato.

Da questa prospettiva la serie sembra quasi un cultural study, cioè una vera e propria “ricerca sul campo” sociologica, come quella, anch’essa tradizionalmente americana, della scuola sociologica di Chicago, fondata negli anni ‘20. Un ambito di ricerca molto fertile, che, come sappiamo, soprattutto per quanto riguarda l’adolescenza, intrattiene molti rapporti con la ricerca psicoanalitica in questo campo.

 

Riferimenti bibliografici

Civitarese, G. (2011), La violenza delle emozioni, Raffaello Cortina, Milano.

Freud, S. (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale, O.S.F, Vol. 4, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.

Febbraio 2020