Note a margine

Ultime “visioni” dalla 73esima Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia

Elisabetta Marchiori

Il Leone d’Oro della 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato assegnato a Ang Babaeng Humayo (The women who left), quindicesimo film del regista filippino Lav Diaz, presentato in concorso dopo due vittorie nella sezione Orizzonti per Death in the Land of Encantos (2007) e Melancholia (2008). Diaz nel 2014 ha vinto il Pardo d’Oro al Festival di Locarno con From What Is Before e nel 2016 il Premio Alfred Bauer al Festival internazionale del cinema di Berlino con A Lullaby to the Sorrowful Myster, mai usciti in Italia. Diaz è oggi considerato il cineasta “maestro della lunga durata” che sta scrivendo un nuovo capitolo della Storia del Cinema (i suoi film sono dilatati in tempi che vanno dalle quattro alle otto ore) e ha portato l’autentica “l’arte cinematografica” alla Mostra nel suo penultimo giorno, risollevandone la qualità, e si spera la porti anche nelle sale italiane.

L’edizione appena conclusasi, infatti, è stata molto affollata, complice forse il clima estivo e le alte aspettative, e ha accolto tante star, vere e fasulle (tipo Belen Rodriguez, arrivata alla Fantozzi in ritardo e rimandata indietro), che hanno calpestato il tappeto rosso, mentre la gente sgomitava per fotografare, molti guardandosi intorno e chiedendo ai vicini “sapete chi è?”. Tuttavia, nonostante il sole e l’atmosfera vivace, “i rituali” sempre rassicuranti e una mia buona predisposizione d’animo, personalmente ho fatto fatica ad entrare in risonanza con diversi film, soprattutto tra quelli in Concorso.

The woman who left, ritenuto unanimamente dalla critica un capolavoro, mi ha ripagata di questa fatica. Se non si lascia spaventare dalle quasi quattro ore di durata, lo spettatore può vivere appieno, durante la visione, l’esperienza della “magia filmica” di cui parlava Musatti, per la poesia della narrazione e la dimensione onirica e ipnotica creata dalle immagini in bianco e nero, con chiaroscuri e giochi di luce che ne intensificano la profondità. Passati pochi minuti, si entra in una dimensione altra, senza tempo, in completa sintonia con il flusso delle immagini e della storia.

Siamo nel 1997, anno in cui le Filippine sono devastate dalla criminalità, il numero dei sequestri è al suo picco massimo, la paura e la povertà schiacciano la popolazione; le notizie che giungono dall’Occidente (la morte di Lady Diana e di Madre Teresa di Calcutta, l’assassinio di Versace) non sono paragonabili a questa devastazione.

È al popolo filippino, di cui il film offre un intenso e drammatico affresco, che Lav Diaz dedica il premio, partendo da una storia intima di ingiustizia, sopraffazione, desiderio di vendetta, gratitudine e speranza. È la storia di Horacia, interpretata da Charo Santos-Concio, che inizia con la sua scarcerazione da una prigionia ingiusta durata trent’anni, conseguenza del suo rifiuto a sposare un uomo ricco e potente. Horacia è una donna solo apparentemente mite e rassegnata al suo destino: da subito si mostra determinata a vendicarsi nei confronti dell’uomo che l’ha privata della sua vita e a ritrovare i suoi figli, ma anche molto paziente. Rintraccia facilmente la figlia, mentre non si rassegna alla “scomparsa” del figlio.

The woman who left è un film su cui si possono fare moltissime riflessioni a vari livelli e se ne trovano di interessanti e profonde sul web.

Volendo proporre qualche spunto da un vertice psicoanalitico, mi soffermerei su quattro elementi.

Il primo è il tema dell’identità e del “doppio”, dell’ambiguità dei personaggi. Horacia si mostra come una donna semplice e generosa di giorno, mentre di notte gira per le strade in abiti maschili alla ricerca di un’arma per compiere la sua vendetta. Si prende cura di un travestito, uomo vestito da donna, picchiato e violentato. La relazione tra loro porterà a un sorprendente “scambio di ruoli” (ma non voglio “spoilerare” troppo), a riprova di come un incontro possa trasformare il destino.

Il secondo elemento è quello della possibilità di trasformare affetti distruttivi nel loro contrario: le pulsioni che muovono alla vendetta si incanalano nel confortare e curare l’altro, vittima in cui ci si identifica che, poi, è il cercare di sanare le proprie ferite, riparare alle proprie miserie. Il rischio è quello di proiettare nell’altro la parte di sé “cattiva” che si rifiuta, e indurlo a “farla agire” in nostra vece.

Il film si apre con una sequenza in cui una donna (forse Horacia prima di essere incarcerata) scrive riflessioni – enunciate da una voce fuori campo – rispetto a quanto possa essere difficile, se non impossibile, rispondere a certe domande dei bambini, come “quanti gradini bisogna salire per arrivare al cielo?”. Questa è una questione che riguarda anche gli adulti, e ha a che fare con il tema della possibilità di redenzione e del perdono, che impregna tutto il film, e che segnalerei come terzo elemento.

Infine, vorrei notare l’importanza data al racconto e la circolarità della storia personale. Horacia è una maestra, e ha continuato a insegnare alle sue compagne di carcere, anche in galera. In una delle sequenze iniziali, seduta con le sue compagne, la si vede invitare una di loro a leggere la pagina di un libro. Verso la fine del film, una sequenza simile, dove Horacia racconta una storia a un gruppo di senza tetto, come a sottolineare l’importanza della condivisione di un racconto, il potere della parola che amplifica quello dell’immagine, nella ricerca, da parte della protagonista, di ritrovare una continuità nella sua vita spezzata, di “chiudere il cerchio”.

Nella scena conclusiva Diaz mette in scena l’abbattimento di una scenografia che appare teatrale: lo spettacolo è finito, la storia è conclusa? Eppure no, Horacia non si ferma, ma il suo moto non è più una traiettoria con una direzione, è diventato circolare, perpetuo, come una eterna ricerca.

Le immagini di questo film innescano un flusso di pensiero inarrestabile, per motivi che lo stesso regista esprime in modo molto semplice e chiaro in questa frase:

“Sono un semplice narratore. Racconto il travaglio dell’essere umano. La vita da sola è un mistero, tanto quanto la composizione del mio cinema”.

Come ha ricordato nelle sue note introduttive Rossella Valdrè, il Presidente della Mostra ha dichiarato: “saremo utili fintanto che sapremo essere in buona misura imprevedibili”.

La Giuria è riuscita in questo intento con l’assegnazione ex-equo del Leone d’Argento a Paradise di Andrej Končalovskij e La région salvaje di Amat Escalante.

Del primo ho già scritto, aggiungerei solo che, tra i film in concorso firmati da “maestri” affermati (Wenders, Malick, Kusturica) è senza dubbio, a mio avviso, quello più significativo. Riguardo il secondo, il regista messicano osa una rischiosa ibridazione tra il genere fantascientifico e quello realista, narrando la scoperta di una sessualità senza limiti giunta dal cosmo, sotto forma di un alieno con sembianze di gigantesco polipo roseo e carnoso multitentacolare (multi fallico) nascosto in una casetta in mezzo a un bosco da una coppia di “guaritori”, che porta i protagonisti alla scoperta dell’estasi e della morte, avvolgendoli e penetrandoli in tutti gli orifizi. Rimanda a W. Reich, questo Eros cosmico calato nella quotidianità messicana, e la simbologia può pure innescare una serie di associazioni psicoanalitiche interessanti, a me è sembrato un porno-horror che mi ha fatto dubitare che l’imprevedibilità svolga sempre una funzione culturale o artistica.

Altra scelta imprevedibile è il Premio Speciale della Giuria, assegnato alla regista statunitense di origini iraniane Ana Lily Amirpour per il film Bad Batch, l’ultimo nella lista di gradimento della critica e del pubblico.

Da estimatrice di Mad Max e in generale dei film post-apocalittici, come anche La strada di John Hillicoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy, ne pare la brutta copia ingenua e con finale di belle speranze, uno sconcertante horror-thriller-western apocalittico con venature romantiche sulla “redenzione” di un cannibale. Nella sequenza iniziale la giovane e bella protagonista (Suki Watherhouse) che cammina sola nel deserto (non si sa perché) cade prigioniera di una famigliola di cannibali, che le segano un braccio e una gamba e se li mangiano cucinati alla griglia. Lei il giorno dopo è fasciata, non è morta dissanguata né di setticemia, anzi, è pure lucida oltre che in forze. Infatti ha l’idea geniale di sporcarsi con i suoi stessi escrementi, inducendo la sua carceriera a darle una lavata e approfittare di un momento di distrazione per prenderla a sprangate, riuscendo  a fuggire sdraiata su uno skeatbord sotto il sole cocente. Tra le invenzioni della regista – che pare prendersi sul serio – segnalo che il gigantesco cannibale protagonista (Jason Momoa) che insegue la povera amputata perché porta con sé la figlia, piccola cannibale, ha sempre con sè blocco e matita, oltre ad ascia e coltellone, perché disegna bellissimi e teneri ritratti. Alla fine la bambina ritrovata, muta per tutto il film, apre la bocca per dire “ho fame, voglio spaghetti”, che le aveva fatto mangiare una specie di santone mafioso (con seguito di donne incinte) che governa un’amena cittadina di disgraziati in mezzo al deserto che l’aveva rapita, un Keanu Reeves rigido e inespressivo. Quindi, meglio gli spaghetti della carne umana alla griglia e anche del coniglio arrosto. Non saprei che altri commenti fare, psicoanalitici e non.

Ad esempio di prevedibilità utile si può portare il Gran Premio della Giuria a Tom Ford con il suo Nocturnal animals, che si sviluppa attorno al tema di una vendetta sentimentale, con assai meno chiaroscuri e sfumature rispetto a quella narrata da Diaz, di cui Rossella Valdrè ha proposto una “visione” illuminante.

Ancora prevedibile la Coppa Volpi a Oscar Martinez in El ciudadano ilustre di Mariano Cohn e Gastòn Duprat, che interpreta splendidamente la figura dell’intellettuale dei nostri tempi, e plausibile quella ad Emma Stone in La La Land di Damien Chazelle (si legga recensione di Rossella Valdrè).

A Pablo Lorrain è stata riconosciuta solamente la migliore sceneggiatura, che non è nemmeno originale, per Jackie, interpretato da una Natalie Portman perfettamente a suo agio in un ruolo molto rischioso, quello di Jacqueline Lee Bouvier, diventata Kennedy e poi Onassis. Il regista segue Jackie dal momento dell’assassinio del marito ai suoi funerali, organizzati per essere grandiosi come quelli di Lincoln, nella cornice dell’intervista fatta dal giornalista Arthur Schlesinger per poter dare “la sua versione” di quanto accaduto, la rielaborazione del “tour” della Casa Bianca girato per la televisione, la riscrittura del famoso video di Zapruder. Giocando su questi diversi registri e grazie all’interpretazione della Portman, emerge un ritratto straordinario della donna icona di eleganza che ha inventato un “reame di sogno” e l’ha condiviso con gli americani, rendendolo mitico e immortale.

Per la Sezione Orizzonti, ha vinto come Miglior Film Liberami, della regista siciliana Federica Di Giacomo, antropologa di formazione. Si tratta di un documentario che prende avvio da un’inchiesta che rileva un incremento delle richieste di esorcismo in tutto il mondo e ha come obiettivo quello di “mostrare” una realtà poco e mal conosciuta grazie alla disponibilità a farsi filmare dei protagonisti reali delle scene, che ne diventano i personaggi. Gloria, una donna che ha passato una vita da “posseduta” era in sala sorridente. Un lavoro che approfondirò a parte, dal momento che ha risvolti importanti nella nostra attività clinica.

Il premio per la Miglior Regia è andato a Home, della giovanissima regista belga Fien Troch, che ho già citato nella recensione di Robinù di Michele Santoro, a proposito di adolescenti che, da vittime, possono diventare carnefici. Lo sguardo della regista si focalizza sul problema dell’incomunicabilità tra adolescenti e adulti con freddo distacco, trasmettendo un senso di angoscia crescente. Appare agghiacciante e senza speranza l’incapacità di genitori e insegnanti ad ascoltare e guardare i propri ragazzi, l’ottusità con cui non riescono a cogliere evidenti situazioni di estremo disagio e “esserci” per loro. In apertura, appare la scritta “tratto da una storia vera”.

Ruth Diaz, la brava protagonista del bel film Tarde para la ira, già recensito, dello spagnolo Raul Arevalo, ha avuto il Premio Speciale Orizzonti per la migliore attrice.

Cito solamente, non avendo visto i film, gli altri premi assegnati: il Premio speciale della giuria Orizzonti a Big Big World, di Reha Erdem, il Premio Speciale Orizzonti per il migliore attore a Nuno Lopes, per São Jorge di Marco Martins; il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura a Bitter Money, di Wang Bing; il Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio a La Voz Perdida, di Marcelo Martinessi; Leone del Futuro, Premio Luigi De Laurentiis per un’Opera Prima: The Last of Us, di Ala Eddine Slim; Premio Venezia Classici per il miglior documentario sul cinema Le concours, di Claire Simon; Premio Venezia Classici per il miglior film restaurato Break Up – L’uomo dei cinque palloni, di Marco Ferreri.

“Pretendere che tutti i film di un Festival siano capolavori è un’utopia (…). Senza arrivare a queste pretese esagerate e poco realistiche, bisogna cercare di seguire un criterio equilibrato procurando di mantenere un livello medio dignitoso eliminando i film scadenti. È preferibile ridurre il numero delle opere in programma piuttosto che includere certi film”.

Ho trovato questa frase del critico cinematografico Vicente Antonio Pineda in un numero di Cineforum del 1963, e mi pare sia rimasta attuale.

Mi suggerisce Rossella Valdrè che a suo parere questo non solo a volte non avviene, ma che se si istituisse il Premio al peggior film quest’anno a suo avviso sarebbe andato senz’altro a Les Beaux Jours D’Aranjuez di Wim Wenders. Io non l’ho visto perché girava voce, ma lei ha scampato Brimstone di Martin Koolhoven (sono fuggita alla seconda lingua mozzata, dopo essermi gustata squartamenti di bestie e uomini, con arrotolamento di intestini al collo) e al già citato Bad Batch: credo sarebbe stata molto incerta.

Tuttavia, se tra le opere in programma ce ne fosse anche solo una accostabile a quella di Diaz che, rendendo lo schermo “empatico” (come direbbero Gallese e Guerra), penetra così a fondo nell’inconscio e tanto alimenta l’attività di pensiero, vale comunque la pena di cercarla, entrando e uscendo dal buio delle sale.