“Ogni cosa è illuminata”: ricordare e dimenticare

Paolo Rossi (1)

 

1. – «Il passato è passato» dice qualcuno all’inizio del film. E il film è per intero una radicale smentita a questa affermazione. Ci dice e ci aiuta a capire che il passato non passa, che non lo abbiamo solo dietro, ma lo abbiamo (anche se non lo vogliamo e anche se non lo vorremmo) inevitabilmente dentro. Il passato non riesce a passare, continua a essere un presente. Il  presente, questo presente, può venire illuminato dalla luce del passato. Ma l’illuminazione, l’accendersi della luce, può avere l’intensità di una presa di contatto con un mondo, ma non ha in sé nulla di necessariamente festoso: il vecchio nonno ucraino è tormentato dal suo ambiguo passato e, dopo che il suo passato è stato illuminato, si uccide (dopo essersi riconciliato con la vita) come un antico romano.

Il protagonista del film afferma all’inizio: «non sono uno scrittore, sono un collezionista». Dice alla donna che vive nella casa in mezzo ai girasoli e che non sa se la guerra è finita: «anche lei è una collezionista». Il giovane protagonista vegetariano afferma di aver paura di dimenticare, vive in una sorta di frenesia della memoria. Nella sua lucida relazione Fausto Petrella ha toccato un tema decisivo e ha detto una cosa essenziale. Ha parlato della necessità di un’elaborazione del lutto «che avvenga senza eludere la storia, senza negarla, e al tempo stesso facendosene carico senza restarne schiacciati». Ed ha concluso: «va tenuto presente che abbiamo buone ragioni sia per ricordare, sia per dimenticare».

Ricordare e dimenticare. Memoria e oblio. Vorrei fermarmi su questo punto che è forse il punto più delicato ed essenziale.

2. – Le candele della memoria è il titolo di un libro scritto da una psicoterapeuta israeliana. E’ uno di quelli che tocca corde profonde e aiuta a capire meglio il carattere davvero immane della Shoà. Perché il male che le vittime subirono senza colpa non ha solo cancellato innumerevoli vite, ma è diventato distruttivo anche della vita delle vittime che sono scampate alla morte e riesce ancora ad avvelenare, attraverso quella distruzione che gli scampati si portano dentro per sempre, la vita di altri innocenti che negli anni dello sterminio non si erano ancora affacciati al mondo.

Dina Wardi è figlia di due sionisti italiani che la portarono in Israele quando aveva un anno. Dopo un dottorato in psicoterapia clinica, ha dedicato la sua vita a curare dalle loro angosce e turbamenti e dalle loro ribellioni molti tra i figli dei sopravvissuti alla Shoà. Nel corso di una lunga esperienza terapeutica ha constatato il sistematico ripresentarsi degli stessi fenomeni. Molti genitori sopravvissuti – scrive – «hanno inconsciamente assegnato ad un figlio o ad una figlia un ruolo particolare, che ho definito quello della candela commemorativa». Prima della guerra le famiglie dei sopravvissuti erano legate al loro interno e le une alle altre da vincoli che sono stati brutalmente e improvvisamente spezzati:   «La Shoà infranse questi legami lasciando il vuoto. Quindi il ruolo di candela della memoria ha a che fare sia con le esperienze vissute dai genitori durante lo sterminio, sia con il tentativo di riannodare quei fili che avevano legato i genitori alle loro famiglie allargate, alla loro comunità. Di solito i sopravvissuti parlano pochissimo con i figli di quello che hanno passato, perché la sofferenza è troppo forte. Alle loro candele della memoria essi affidano il compito di infondere contenuto nel vuoto del loro cuore, di ricomporre i frammenti spezzati e nascosti del loro mosaico interiore».

Questo compito è gravoso e distruttivo, provoca sofferenza e dolore. I genitori si aspettano che quel figlio personifichi l’ identità familiare «ricostituisca per loro o al posto loro tutti i loro ricordi così crudelmente storpiati». Uno dei pazienti della Wardi portava cinque nomi e quattro cognomi, era stato prescelto come colui che sostituiva e continuava presenze scomparse. Molte delle candele commemorative, scrive la Wardi (e lo documenta attraverso il resoconto dei suoi colloqui), «crescono fino dalla nascita con un senso di profonda confusione semantica e di completa frantumazione della propria identità». La costruzione di una identità precisa,  e di una personalità indipendente è, per ogni giovane, un’ impresa difficile. In una situazione come questa, imparare a gestire autonomamente la propria vita può configurarsi come un’impresa  insieme dolorosa e impossibile.

Alcuni dei resoconti dei colloqui tra la Wardi e i suoi giovani pazienti sono fra le cose umanamente più intense ed emozionanti che mi sia capitato di leggere. In molte delle sue pagine ho ritrovato una conferma di quanto mi era sembrato vero quando scrissi che ogni volta che tocchiamo il tema della memoria, siamo richiamati anche al tema della dimenticanza. Lo scrissi, a proposito dell’ Olocausto, non senza molte incertezze.  In un saggio della Wardi ho ritrovato presente questo stesso tema: «Negli anni postbellici il sopravvissuto è stato costretto a stabilire una specie di equilibrio interno, spesso precario e fragile, tra il ricordare troppo e il ricordare troppo poco. Una parte del suo ego, ancora estremamente vulnerabile, spogliata di qualsiasi corazza protettiva e, nella maggior parte dei casi attraverso sensi di colpa, dolorosamente legata alle immagini dei parenti perduti, ha continuato a vivere nei campi di sterminio, garantendo in tal modo la propria continuità interna ed evitando la frammentazione interiore. Tuttavia allo stesso tempo un’ altra parte del suo ego, per essere in grado di adeguarsi al nuovo mondo e funzionare adeguatamente all’ interno di esso, stava lottando per reprimere, o, piuttosto cancellare, completamente tutti i ricordi più angoscianti». Come scrisse Aaron Appelfeld, un altro scrittore israeliano particolarmente sensibile a questo tema: «Tutti coloro che ricordavano sono stati spazzati via come segatura nel vento. Pensieri tormentosi li hanno fatti impazzire, i ricordi li hanno fatti impazzire. Solamente coloro che sono riusciti a dimenticare sono vissuti a lungo. Coloro che possedevano un’ ottima memoria sono morti».

Quando, a un convegno su  Memoria e memorie che si svolse a Roma nel maggio del 1995, incontrai per la prima volta Dina Wardi, le chiesi cosa volesse dire il titolo del suo libro Candele della memoria, che, allora, non avevo ancora letto e quali fossero le angosce dei figli dei sopravvissuti. Mi dette una risposta che non ho dimenticato: le candele commemorative sono legate a emozioni dolorose e sono insieme una fonte di luce. Ma attribuendo a persone il compito che hanno le candele si dimentica una cosa importante: che le candele fanno luce consumando se stesse in questo compito.

 

3. – Nel 1992, nella prima edizione del mio libro Il passato, la memoria, l’oblio, ho citato un fondamentale saggio di Yoseph Hayim Yerushalmi nel quale si affermava che la consapevolezza dell’ intreccio-identità fra memoria e oblio non può e non deve indebolire la polemica contro gli «assassini della memoria». Nel mondo in cui viviamo il problema da affrontare non è più solo il declino della memoria collettiva e la sempre minore consapevolezza del proprio passato; è la violazione brutale di quanto la memoria ancora conserva, la distorsione deliberata delle testimonianze storiche, l’invenzione di un passato mitico costruito per servire i poteri delle tenebre. Soltanto lo storico, con la sua rigorosa passione per i fatti, per le prove e le testimonianze, può realmente montare la guardia contro gli agenti dell’oblio, contro coloro che fanno a brandelli i documenti, contro gli assassini della memoria e i revisori delle enciclopedie, contro i cospiratori del silenzio.

È difficile non essere d’accordo con ciascuna di queste affermazioni , non avvertire la forza di questo appello contro gli «assassini della memoria», contro coloro che rimescolano tutto ciò che è accaduto nel nostro tempo, parlano di un indistinto «secolo della barbarie» e finiscono per collocare sullo stesso piano le vittime e i carnefici o addirittura per negare l’esistenza dei perseguitati e dei loro aguzzini. E tuttavia resta vero che ogni volta che tocchiamo il tema della memoria siamo richiamati al tema della dimenticanza. Yehuda Elkana è uno storico della scienza molto noto. Il suo libro La scoperta della conservazione dell’energia è stato pubblicato tra i volumi della collana “Storia della scienza” che ho diretto presso l’editore Feltrinelli. Fu rinchiuso ad Auschwitz quando aveva dieci anni ed è uno dei sopravvissuti all’Olocausto. In un articolo pubblicato in lingua ebraica su un giornale israeliano ha scritto quanto segue: «La storia e la memoria collettiva sono parte inseparabile di ogni cultura, ma il passato non è e non deve diventare l’elemento determinante del futuro di una società e di un popolo (…) Nella diffusa credenza che il mondo intero sia contro di noi, io vedo una tragica e paradossale vittoria di Hitler. Due nazioni, parlando metaforicamente, sono emerse dalle ceneri di Auschwitz: una minoranza che afferma “ciò non dovrà accadere mai più” e una maggioranza terrorizzata e ossessionata che afferma “ciò non dovrà mai più accadere a noi” (…) Una democrazia si nutre di presente e di futuro e un eccesso di dedizione al passato mina i fondamenti di una democrazia (…) Per quanto ci riguarda, credo che dobbiamo imparare a dimenticare. Non credo ci sia oggi per i governanti di questa nazione compito educativo e politico più importante di quello di scegliere la vita, di dedicare loro stessi alla costruzione del nostro futuro. (…) È giunto il momento di sradicare dalle nostre vite l’oppressione del ricordo».

Il breve articolo di Elkana suscitò polemiche feroci. Ma credo egli non volesse dire una cosa diversa da quella alla quale faceva riferimento uno dei più grandi testimoni dell’Olocausto: Jean Améry che, senza alcuna pietà verso se stesso, e prima si togliersi la vita, si vedeva irrimediabilmente prigioniero di «quel risentimento che impedisce lo sbocco verso il futuro, che è la dimensione più autenticamente umana».

<<Se uno passa la vita a leggere libri scritti molti secoli fa, scopre che le idee camminano molto lentamente, che ci sono molte cose che erano già state dette, che le cose nuove sono rare e faticano molto a farsi strada. Intorno alla metà del Settecento, fra gli Ebrei dell’Europa Orientale, erano state dette, sul difficile e ambiguo rapporto fra memoria e dimenticanza, alcune cose essenziali: «A prima vista appare poco chiaro perché Dio abbia creato la dimenticanza. Ma il significato è questo: se non ci fosse la dimenticanza, l’uomo penserebbe continuamente alla propria morte e non costruirebbe case e non intraprenderebbe nulla. Perciò Dio ha posto negli uomini la dimenticanza. Perciò un angelo è incaricato di insegnare al bambino così che non dimentichi nulla, e un altro angelo è incaricato di battergli sulla bocca perché dimentichi quello che ha imparato» .

 

Nota (1) Intervento in occasione di un’edizione speciale di Buio in sala per la Giornata della Memoria, Firenze, Cinema Auditorium Stensen, 23 gennaio 2010.

 

Riferimenti bibliografici:

2. D. Wardi, La transizione del trauma dell’ Olocausto: conflitti di identità nella seconda generazione di sopravvissuti, in  L. Bolzoni, V. Erlindo, M. Morelli (a cura di), Memoria e memorie : convegno internazionale di studi, Roma, 18-19 maggio 1995, Firenze, Olschki, 1998,, p.193; D. Wardi, Le candele della memoria. I figli dei sopravvissuti dell’ Olocausto: traumi, angosce, terapia, Firenze, Sansoni, 1993 pp. 34, 192.

3.  Y.H. Yerushalmi, Riflessioni sull’oblio, in Yerushalmi e altri autori, Usi dell’oblio, Parma, Pratiche Editrice, 1990, pp. 23-24. I principali testi della polemica fra storici tedeschi relativa all’Olocausto (che si è svolta fra il 1986 e il 1987) furono raccolti da G. E. Rusconi, Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Torino, Einaudi, 1987. Yosef H. Yerushalmi ha insegnato storia della cultura ebraica alla Columbia University e ivi ha diretto il Center for Israel and Jewish Studies. Il suo libro più noto Zakhor: Jewish history and Jewish memory, Seattle-London, 1982 è stato tradotto in italiano: Parma, Pratiche Editrice, 1983. Y. Elkana, The need to forget, in «Ha’aretz», 2 marzo 1988; M. Buber, I racconti dei Chassidim, Milano, Garzanti, 1979, p. 56.