“Parasite” di B. Joon Ho. Commento di E. Marchiori e A. Moroni

Autore: Elisabetta Marchiori, Angelo Moroni
Titolo: “Parasite”
Dati sul film: regia di Bon Joon Ho, South Corea, 2019, 132’
Genere: thriller,drammatico

 

 

 

 

L’evoluzione artistica di Bong Joon Ho è indubbiamente segnata da opere raffinatissime e variegate nello stile, nella tecnica e nei generi, che spaziano dal noir alla fantascienza fino alla parabola ecologista: “Memorie di un assassino” (2003), “The Host” (2006), “Mother” (2009), “Snowpiercer” (2013, vedi commento di Angelo Moroni) e  “Hokja” (2017).

Il regista coreano conquista, con “Parasite” (2019), la Palma d’Oro a Cannes e ben quattro Oscar: miglior film e miglior regia, miglior film internazionale e miglior sceneggiatura originale. Per la prima volta nella storia dell’Academy of Motion Picture Arts and Science, sbaraglia tutti i concorrenti con un’opera – attenzione – non in lingua inglese, ambientato in Corea del Sud, con attori coreani che parlano nella loro lingua. Questo fatto a noi italiani non appare così straordinario, dal momento che, purtroppo, siamo per lo più ancora avvezzi (e costretti al cinema) al tradizionale doppiaggio, privati cioè del piacere di ascoltare voci e i suoni che sono parte sostanziale delle performance attoriali di un film. Roberto Saviano, in un lungo articolo su la Repubblica del 13 febbraio – che invitiamo a leggere – spiega invece l’importanza di una fruizione in lingua originale, sintetizzandola in questa affermazione: “La vittoria del film sudcoreano certifica agli Stati Uniti e al mondo che un prodotto culturale può non parlare la lingua inglese e riuscire comunque a conquistare l’immaginario del pianeta […] L’America si è accorta che non è tutto America”. E il regista si è presentato a ritirare la statuetta accompagnato da un’interprete, a sottolinearlo ulteriormente.

L’entusiasmo con cui il film è stato accolto è significativo anche perché, come tutti i film di Bon Joon Ho, non ha eroi da esaltare, vittime da salvare e cattivi da esecrare, ma ha come tema portante una forte denuncia delle disparità e delle ingiustizie sociali che schiacciano l’individuo contemporaneo e opprimono la sua umanità.

“Parasite” ci presenta due famiglie, i Kim e i Park. La prima è composta da padre, madre e due figli poco più che ventenni, la maggiore Ki-jung e il minore Ki-woo, entrambi di bell’aspetto e scaltri, rispetto ai genitori, trascurati e impigriti. Abitano tutti insieme in uno squallido scantinato di un quartiere povero e degradato della città, vivendo di espedienti, in uno stato di povertà a cui sembrano tutto sommato rassegnati. Non hanno grandi ambizioni né sembrano combattere per avere un futuro migliore; sembrano essere invece molto legati, forse costretti dall’esiguo spazio che condividono e dalla necessità di sopravvivere.

Della seconda famiglia, al contrario molto ricca, fanno parte il Sig. Park, un uomo d’affari  di successo dedito al suo lavoro, la Sig.ra Park, una donna ingenua e fatua, e due figli, l’adolescente annoiata Yeon-kyuo e il suo vivace fratellino. Vivono nella parte “alta” della città, in una villa meravigliosa, tanto grande che potrebbero anche non incontrarsi mai, tra agi anche eccessivi e poco amore.

La storia, che si sviluppa come un noir dalle tinte fosche e dal finale tarantiniano e spiazzante, prende avvio quando a Ki-woo viene offerta l’opportunità, da parte di un amico, di sostituirlo nell’impartire lezioni a Yeon-kyou. Il ragazzo accetta e, con una falsa identità e un falso diploma, fabbricato con la complicità dei suoi, è il primo della famiglia Kim ad entrare nella casa dei Park. La padrona di casa, molto giovane e carina, asservita al marito e poco capace di gestire i figli, gli offre non solo la completa fiducia, ma anche un lauto stipendio. Da questo primo incontro scaturiscono una serie di nuove opportunità di cui i Kim approfittano, insinuandosi come parassiti, appunto, nella vita dei Park e sostituendosi uno alla volta a tutto il loro personale di servizio, senza alcuno scrupolo.

Il cinema di Bong sembra rimandare alle lucide analisi sociologiche di Max Weber (1922), soprattutto la denuncia, da parte del sociologo tedesco, di quella burocrazia tecnocratica sempre più invasiva che diventa “gabbia d’acciaio” claustrofobica in cui lo spazio per l’uomo è sempre più ridotto. “Parasite” descrive questa gabbia individuandola nelle classi sociali, che la città metropolitana e i suoi ritmi frenetici, divide nettamente in ricchi e poveri, separati da porte, muri, cancelli, “dislivelli”.

Queste sono evidenti negli spazi, interni ed esterni, degli ambienti in cui si svolge la storia, e sono il riflesso dei mondi interni dei protagonisti.

“Invisibilità” e “nascondimento” sono due fondamentali stilemi caratterizzanti il cinema di Bong, pieno di zone buie, nascoste, umbratili;  esso tuttavia suggerisce che ci sono indizi anche invisibili, ma percepibili, che porteranno inevitabilmente al disvelamento.

La narrazione filmica, altamente insatura, è impregnata di elementi simbolici che permettono molteplici letture: dall’inferno dello scantinato al paradiso della villa in cima alla collina, dalla povertà alla ricchezza, dalla fame all’ingozzamento, da dove si arriva non si può che tornare, non esiste il riscatto sociale, il povero può “parassitare” il ricco, ma lo fa facendo fuori chi è nella sua stessa condizione.

Questa società è destinata a implodere perché nell’uomo c’è qualcosa che va al di là di ogni ragione, di ogni principio di piacere – l’inconscio e le sue pulsioni distruttive – che può emergere in una violenza destrutturata, del simile contro il simile. È la furia degli elementi naturali, il diluvio “universale” che si abbatte su tutti i protagonisti, a riflettere la dispersione e l’annegamento dell’Io.

L’immagine di una luce intermittente è l’unico elemento che suggerisce una speranza: la possibilità di trovare un modo per comunicare con le parti di Sè nascoste, profonde, criptate, per portarle in superficie e iniziare un processo di profonda trasformazione individuale.

Per chi non avesse visto il film, queste considerazioni potranno risultare poco comprensibili. Spiegare di più significherebbe rovinare una visione che sorprende lo spettatore ad ogni scena. L’unica possibilità è andare al cinema, “Parasite” è tornato in sala!

 

Riferimenti bibliografici

Saviano, R. “‘Parasite’ dimostra che l’America non basta più”, in La Repubblica, 12 febbraio 2020.

Weber, M. (1922), Economia e società. Comunità, Roma, Donzelli, 2005.

Febbraio 2020

 

 

 

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