“Paris is burning” di J. Livingston. Recensione di A. Cordioli

Autore: Anna Cordioli

Titolo: Paris is burning

Dati sulla serie: regia: Jennie Livingston, USA, 1990, Netflix

Genere: Documentario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recentemente la piattaforma Netflix ha messo in rotazione un documentario del 1990 che prende il nome da uno storico locale del Greenwich Village. Il ”Paris is burning” divenne famoso presso la comunità LGBT newyorkese degli anni ’80 come luogo di aggregazione sociale, politico e di costume. Questo documentario non ha solo il pregio di raccogliere la voce dei protagonisti di quella intensa stagione culturale, ma lo fa anche con la grazia del Pasolini di “Comizi d’amore” (1964). Il valore di questo documentario della Livingstone è tale da essere stato inserito nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per meriti artistici e culturali.

Per sei anni, la regista ha esplorato, incontrato e filmato la vita di persone omosessuali, transgender e Drag Queens, vittime di violenza, razzismo e omofobia, bandite dalle proprie famiglie e che sperimentavano la povertà e la vita di strada. Costoro, al culmine di quella vita da outcast, avevano trovato un approdo, ma soprattutto un sogno, nelle Ballrooms di New York dove si andava per incontrarsi, esistere come comunità e, soprattutto, partecipare alle sfide di Pose, di Vogue e di Reading.

Allo spettatore si dischiude un mondo di enorme complessità, pieno di canoni peculiari e di simbolismi.

Il Reading, ad esempio, non è, come si potrebbe pensare, l’arte di leggere poesie (quelle sono cose da bianchi ricchi) ma è “l’arte di leggere le persone”. Tanto più una persona saprà  fare il reading tanto più  sarà in grado di vincere una competizione verbale, di Vogue o di Pose.

Il Vogue, reso poi mainstream da Madonna, è un raffinato codice di conflitto simbolico in cui gli sfidanti si dileggiano l’un l’altro in un misto di danza e lingua dei segni Vogue.

Ed infine c’è il Pose che consiste in sfilate en traversi, divise in categorie: ogni gara consiste nell’impersonare un Typus umano che rappresenta, in fondo, un desiderio.

L’obiettivo non è  assomigliare ma diventare autentici. Una anziana Drag spiega che la cosa più importante è ”essere capaci di mimetizzarsi, confondersi con la gente: questo è ciò che chiamiamo Realness . Se riesci a passare inosservato (…), nonostante il fatto che sei gay, questo è Realness.”. Fa riflettere vedere quelle giovani vite affaccendate per potersi sentire guardate, non perché gay o trans, ma solo come interpreti dei loro sogni.

Il sogno più comune tra loro è quello di uscire dalla miseria e trovare, nella fama, la protezione da ogni tormento. Per quanto possano sembrare frivole, le sfide di Pose, erano invece un rito di riscatto, vere e proprie cerimonie comunitarie e catartiche; durante i balli venivano messi in scena i desideri, i conflitti sociali e le dolorose aspirazioni di centinaia di persone, stigmatizzate e scacciate.

Un altro elemento centrale delle ballrooms sono le Houses: piccoli gruppi, strutturati come famiglie, in cui i/le performer si davano reciproca protezione, affetto e scopo.

Da questo fenomeno è stata ideata anche la serie “Pose” del 2018, in onda su Netflix, ora alla seconda stagione, in cui i personaggi ricalcano abbastanza fedelmente le persone intervistate in “Paris is Burning”.

Quella fu una intensa stagione in cui la comunità LGBT sviluppò nuovi canoni e nuove consapevolezze politiche, ma il documentario non testimonia solo questo. Esso ci pone  di fronte a domande scomode e universali: “Come si sopravvive in un mondo che non ti vuole? E alla fine mi perderò o ritroverò a forza di cercarmi negli occhi degli altri? Saprò anche ridere della vita o ne piangerò solo?”. Le Queens del Paris sanno che non è solo una questione di fortuna ma anche di pulsioni. Naufragare sarebbe un attimo ma una Drag taglia corto e sembra risponderci ridendo: “Shake the dice and steal the rice! Baby.”

 

Aprile 2020