“The perfect candidate” di H. Al Mansur. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: The perfect candidate (Il candidato perfetto)

Dati sul film: regia di Haifaa Al Mansur, 2019, Arabia Saudita, Germania, 101’ SEZIONE IN CONCORSO

Genere: drammatico

 

È uno dei due film diretti da una regista donna tra i ventuno in concorso (l’altro è Babyteeth dell’australiana Shannon Murphy).  L’abbiamo conosciuta con  “La bicicletta verde” nel 2012 Haifaa Al Mansur, la prima regista dell’Arabia Saudita, un film denso e delicato: la storia di una bambina che conquista con la sua intelligenza, la sua  caparbietà e il suo coraggio quelle due ruote permesse solo ai maschietti. Si presenta in concorso in questa edizione della Mostra con un film che ha lo stesso tema, la difficoltà per le donne nel suo Paese ad ottenere qualcosa che appartiene solo agli uomini, declinato nel mondo degli adulti. La protagonista  Maryam (Mila Al Zaharani) è un medico che, sfidando il sistema patriarcale, si trova, quasi involontariamente, candidata del consiglio municipale, con la promessa di rendere percorribile la strada dissestata che porta al Pronto Soccorso dove presta servizio. Con l’aiuto della sorella maggiore, organizzatrice di matrimoni, prepara con pochi mezzi una campagna elettorale considerata scandalosa ai concittadini  – mentre allo spettatore europeo e occidentale appare assolutamente naïf – durante la quale si espone avendo poche possibilità di vincere. Lo può fare anche perché suo padre è un musicista occupato in una tournée e non controlla le due sorelle “come dovrebbe”. Appare poco coinvolto nella vicenda, forse perché ancora in lutto per la perdita della moglie. Quella di Maryam è  forse anche una reazione alla perdita della madre, cantante, da cui vuole differenziarsi e  una battaglia per ottenere un posto di lavoro più adeguato alla sua preparazione, ma la gente, soprattutto gli uomini, si fidano poco delle donne medico.

Focalizzare l’attenzione sulla condizione della donna in Arabia Saudita è sicuramente un tema di importanza ineludibile, ma purtroppo il film manca di quello smalto di vivacità e leggerezza che ha caratterizzato il precedente e non riesce a dare ai protagonisti quello spessore che meriterebbero,cosicché  lo spettatore fatica a sentirsi coinvolto.

Parlando della donna, voglio  citare qui un’opera fuori concorso che difficilmente si potrà vedere in sala: “Woman”, di Anastasia Mikova e Yann Arthus-Bertrand, un progetto sostenuto dalla banca Bnp Paribas che coinvolge duemila donne in cinquanta paesi del mondo. Attraverso brevi interviste, primi piani, fermo – immagine dà voce e identità a storie di donne diverse, con la propria personalità, la propria storia familiare, la propria cultura e la propria religione. La vicinanza che si crea con lo spettatore è straordinaria, a tratti porta alla commozione, infonde il desiderio di continuare a lottare perché tutte le donne possano diventare se stesse nella libertà dei diritti e delle possibilità che dovrebbero appartenere a tutti gli esseri umani.

Settembre 2019