Perfetti sconosciuti

Titolo: Perfetti sconosciuti

Autore: Alessandra Macchi e Cristina Marogna

Dati sul film: regia di Paolo Genovese, I, 97 min.

Trailer:

Genere: Drammatico

Trama.

I Will survive. È con questa musica che il regista sceglie di aprire il film, melodia che s’insinua come suoneria del cellulare di uno dei protagonisti.

Il film racconta la storia di una serata come tante, in cui alcuni quarantenni si ritrovano a casa di Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini) per una cena tra amici di vecchia data, l’occasione per bere del buon vino e svagarsi un po’, canzonandosi su vecchie questioni e nuove realtà: la misteriosa fidanzata di Beppe (Giuseppe Battiston), la figlia adolescente che sta facendo impazzire la madre psicoanalista o la coppia di amici che si è separata burrascosamente a causa della scoperta del tradimento del marito, scoperta avvenuta tramite lettura di un inequivocabile messaggio inviato al cellulare di lui e incautamente  (più che altro inconsciamente) non cancellato.

Il regista sembra volerci portare fin da subito all’INTERNO  di una dimensione privata con inquadrature in ambienti ristretti: stanze, abitacoli di auto, e, infine, un appartamento romano ai Parioli dai colori opachi e luci in penombra che dà sia la sensazione di intimità (richiama un po’una stanza di analisi) ma anche di un temporale in arrivo e che sarà il teatro (o il setting appunto) in cui si consumerà un gioco.

Il gruppo di amici è composto da: due coppie ormai spostate da anni Lele e Carlotta (Valerio Mastandrea e Anna Foglietta) e Eva e Rocco, due neosposi Cosimo e Bianca (Edoardo Leo e Alba Rohrwacher) e Beppe in solitaria, poiché la sua misteriosa e sconosciuta fidanzata  Lucilla sarà l’ospite assente a causa di una febbre improvvisa.

Gli amici sono ormai accomodati a tavola, e gli spettatori con loro, quando Eva, di cui riconosciamo già alcune tendenze all’intromissione e all’invadenza, provoca tutti con fare di sfida e chiede:

“State dicendo che nessuno di voi ha segreti?

 Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro?!”

Con questa frase Eva (interessante scelta del nome) introduce l’ultimo personaggio del film ovvero IL cellulare e apre il gioco – un gioco sadomasochistico che difficilmente nella realtà si accetterebbe di fare – proponendo che per l’intera durata della cena i cellulari vengano messi sul tavolo e tutte le chiamate e i messaggi  in arrivo siano resi pubblici- un gioco che pian piano prende la forma e la tensione di una roulette russa, alimentata dalle prime chiamate/sparate a salve che lasciano ancora la speranza che la serata fili liscia come tante altre, ingannando il tempo che passa. Ma lo spettatore sa che non sarà così, perché è stato già preannunciato dalla scelta lessicale di definire il cellulare “una scatola nera”, ovvero quel dispositivo elettronico che contiene le registrazioni che si ascoltano, in genere, dopo che un grave incidente è avvenuto e ci si interroga sul perché, alla ricerca della verità sul disastro.  Vale la pena notare che, quindi, sulla scena non ci sono solo le quattro coppie sedute al tavolo, ma anche le coppie formate da ciascun individuo e il proprio cellulare che nasconde un segreto.  Molti segreti dunque, tutti ne hanno almeno uno, ed è attorno ad essi che sembrano muoversi i diversi personaggi del film.

C’è chi svela i segreti ingenuamente come Bianca che, come dice il nome stesso, è la pura, è l’ultima arrivata nel gruppo ed, essendo la più piccola, sembra dotata di un certo fascino ingenuo ed infantile, che sarà obbligata, dal corso degli eventi serali, ad abbandonare per diventare grande, imparando a sua volta a truccarsi e a colorare di rosso quella sua bocca ingenua. Bianca è l’Alice nel paese delle meraviglie, è la bocca della verità, colei che dice che no, non è normale che una analista si voglia rifare le tette e che sì, si vede che l’analisi ha fatto bene a Beppe. C’è chi i segreti li vuole guardare, vedere e spiare, come Eva, colei che propone il gioco; Eva che è abituata, per lavoro, ad avere a che fare con i segreti e i moventi nascosti delle persone sembra spinta, con gli amici, da  una pulsione voyeuristica ed intrusiva. Fruga nella borsa della figlia adolescente che segretamente forse invidia e poi, attraverso questo gioco, sembra quasi voler spiare dalla serratura la vita degli altri. Il richiamo alla scena primaria e al complesso edipico, che intuiamo non risolto, è piuttosto evidente ma anche lei, che crede di essere al sicuro e non spiabile, nasconde un segreto che si svelerà agli occhi dello spettatore verso la fine del film.

C’è chi li dichiara i segreti, come Carlotta che travolta dal turbinio delle rivelazioni troverà il coraggio per urlare la verità, non solo a proposito di un avvenimento che ha segnato il destino della propria vita di coppia, ma anche a proposito di ciò che spesso tiene insieme, ma non unite, due persone: il senso di colpa e la paura di dover affrontare le angosce di crollo collegate alla separazione.

C’è chi, come Lele, li mantiene i segreti in modo complice. A suo rischio e pericolo però, perché mantenendo lealmente i segreti degli altri  sembra volersi sacrificare e farsi del male.

Rocco invece li intuisce i segreti e prova a rimediare; sembra avere un ruolo protettivo (sarà lui a mettere la scatola di preservativi nella borsa della figlia avendo compreso e accettato che Sofia non è più una bambina, ma una giovane donna dotata di impulsi sessuali), verso la moglie di cui è troppo innamorato per accorgersi che è “stronza”, come gli dice la figlia, e verso gli amici di una vita facendo resistenza al giochino di Eva  perché sa che “tutti siamo frangibili”, si può facilmente mandare in pezzi una vita e si possono infrangere i sogni.

E infine c’è chi i segreti li tiene nascosti come Beppe e Cosimo… mentre il primo dichiara che in fondo voleva essere scoperto e sembra voler utilizzare il gioco proprio a questo scopo per svelarsi, il secondo, il “superficiale”, il traditore seriale e indifferenziato, nonché il proiettivo per antonomasia, avrebbe  tutto l’interesse per tenerli celati.  Accetta però di giocare … e ci si interroga sul perchè, forse per un eccesso di onnipotenza maniacale.

Perché andare o meno a vedere il film: è una finestra sulla realtà.

La versione dello psicoanalista.

Il film si regge, magistralmente attraverso primi piani, dialoghi, battute e sguardi incrociati dei personaggi e attraverso lo squillare dei telefonini. Lo spettatore così piano piano è guidato verso una sorta di apprendimento: grazie alla ripetizione dello stimolo acustico delle suonerie imparerà ad associare, in modo quasi condizionato, uno stato di attivazione poiché intuisce che il gioco si  sta trasformando in un crescendo disastroso, quasi all’eccesso e alla parodia, e verrà trascinato quando la roulette accelera il suo giro in un vortice di rivelazioni e verità. Non a caso le suonerie più caratterizzate sono quelle di Cosimo (I will survive) e Beppe (il gracidare di una rana) rispetto a quelle piuttosto anonime degli altri smartphone.

E così nel corso della serata la suoneria del cellulare viene offuscata dal rumore di fondo della scatola nera che esso contiene: il frastuono della verità che ha a che fare con la solitudine e il sesso, esperienza fondamentale che “ricorderai per tutta la vita e che è importante sia un ricordo che nel tempo ci faccia sorridere” come dice Rocco a sua figlia che, senza sapere di essere in viva voce, chiede al padre se passare la prima notte d’amore con il fidanzatino, o il sesso “da fotina”, passatempo innocuo per Lele che però potrebbe mandare all’aria un matrimonio e una famiglia o il sesso compulsivo che avvinghia Cosimo.

Non si capisce più con chi si sta parlando e qual è la vera identità delle persone che si crede di conoscere…

Il nero della scatola/cellulare richiama il bianco del vuoto comunicativo e affettivo in cui annaspano tutti i partecipanti al gioco. Come spesso capiamo nella realtà clinica dei nostri studi, ascoltando i pazienti, le chat vanno a colmare un  vuoto relazionale, una profonda solitudine e distanza che ha preso spazio in relazioni usurate dalla concretezza e dall’incapacità di sintonizzarsi e ascoltarsi, dove il restare insieme ha a che fare, come dice Carlotta, con l’incapacità a separarsi ” dobbiamo imparare a lasciarci” dice agli amici, a se stessa e al pubblico in sala.

Il finale è a sorpresa, una sorprendente amara realtà.

                                                                                “La vera solitudine è in un luogo che vive per sé

                                                                                 e che per voi non ha traccia né voce

                                                                                 e dove dunque l’estraneo siete voi”

                                                                                 Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

Marzo 2016