Philomena

Ho voluto vedere il film ‘Philomena’ sperando di poter confermare l’entusiasmo del pubblico e della critica per un’opera che, a leggere le testate giornalistiche più importanti, è stato individuata come la più convincente e la meglio interpretata a quasi metà Festival. Strappa risate e favorisce le lacrime, coinvolge e appassiona. Come scrive Natalia Aspesi: scrosciare di applausi a non finire (e io non ero alla Prima!), perché al cuor non si comanda. Come mio primo film della Mostra, posso dire di essere uscita dalla Sala pensando: ecco il Cinema!

Titolo: Philomena

Sezione: in Concorso

Dati sul film: regia di Stephen Frears, Gran Bretagna, 2013, 94′

Giudizio: 4/5  ****

Genere: drammatico

Trama

Tratto dal libro di Martin Sixsmith, The lost child, Philomena Lee è la storia vera di una donna irlandese che, rimasta incinta a 14 anni, orfana di madre, viene cacciata di casa dal padre e da lui data per morta. Viene accolta in una delle case-convento Magdalena, note per le crudeltà e gli abusi perpetrati dalle suore che le gestivano, raccontate nel film di Peter Mullan ‘Maddalena’, che nel 20002 vinse il Leone d’Oro. La storia di  ‘Philomena’  ne appare quasi uno sviluppo in una direzione più intima e complessa, che prende solo avvio dalla denuncia di un aspetto ancora più aberrante di quella terribile realtà, ovvero la ‘vendita’ dei bambini delle ragazze (se sopravvivevano) a facoltose famiglie americane (anche all’attrice Jane Russell). Philomena dopo cinquant’anni rivela alla figlia il segreto di questo suo figlio perduto, strappatole quando aveva tre anni.  Ed è proprio questa giovane donna che fa conoscere la vicenda della propria madre ad un giornalista politico che ha perso il lavoro, e ora trova una storia che, prima di poter raccontare, vive e soffre in prima persona con Philomena. L’incontro tra lei  e quest’uomo  è l’inizio di un viaggio alla ricerca dell’altro per ritrovare, con l’altro, anche se stessi. 

Andare o non andare a vedere il film?

Anche il nostro Papa Francesco, cosi attento alle vicissitudini delle umane sofferenze, dovrebbe vederlo, lo ha ripetuto più volte lo stesso regista. È interpretato magnificamente da Judi Dench, nei panni di una donna semplice, che è riuscita, malgrado tutto, a non perdere la speranza. Il co-protagonista, Steve Coogan (co-sceneggiatore e co-produttore), cui sono affidate le battute in perfetto stile inglese, è molto efficace nel ruolo di un giornalista fuori dagli schemi, che cerca un riscatto.

La versione di uno psicoanalista.

È un film che apre una serie di ‘versioni’ e ‘visioni’ psicoanalitiche a diversi livelli. In maggiore evidenza sono le vicissitudini della colpa, della vergogna, dell’invidia, dell’abbandono, del sadismo e della crudeltà. Non posso scegliere tra queste, ognuno merita una riflessione e un approfondimento.

A me sembra che il tema centrale del film, da cui si dipanano le altre tematiche,  sia il tema dell’incontro, che può cambiare il destino di ognuno di noi, sia congelandolo nel silenzio e nell’omertà, sia permettendone l’evoluzione, nell’autenticità e nell’empatia, favorendo l’evoluzione o la ricostruzione della propria identità e del senso della propria storia. E così si può chiudere il cerchio della vita che, paradossalmente, continua a riaprirsi. Come sintetizza Thomas Eliot in Four Quartets: “Non finiremo mai di cercare. / E la fine della nostra ricerca / sarà l’arrivare al punto da cui siamo partiti / e il conoscere quel luogo per la prima volta”. Citazione dal film.