Piccola Patria

Dati sul film: regia di Alessandro Rossetto, Italia, 2013, 110’

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama

‘Piccola Patria’, presentato nella sezione Orizzonti della 70a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è il primo lungometraggio del regista padovano Alessandro Rossetto, documentarista di formazione e antropologo. In ‘A che tempo che fa’ è stato definito ‘documentario di finzione’, ‘thriller senza poliziotti’, ‘noir assoluto’. Rossetto ne ha parlato come un film che ha all’orizzonte un ‘tentativo di fuga’ da parte delle protagoniste (Lucia, l’attrice e cantante Maria Roveran e Renata, Roberta De Soller, artista), associato alla speranza di un cambiamento, della creazione di un nuovo ‘melting pot’, di un amalgama di culture che apra i confini di una piccola patria asfissiata e asfissiante. Una speranza che lo sguardo dello spettatore intuisce a fatica nelle smagliature del tessuto di una narrazione filmica strutturata su un ordito grezzo e ruvido, sul quale si intrecciano i fili di storie d’amore difficili, squallide o incestuose, di sesso e di ‘schei’ (soldi), di ricatti e di omertà, di xenofobia e di violenza, di ignoranza e di fallimento, di moralismo bigotto e di paura. Che sia ambientato in un piccolo paese del Veneto, lo capiamo dal dialetto parlato dai personaggi, così stretto da richiedere i sottotitoli. Ma potremmo essere ovunque ‘in un Nord Est diffuso’ o in qualsiasi altrove, dal raccordo anulare di ‘Il Sacro Gra’ di Rosi fino all’America di ‘Gran Torino’ di Eastwood.

Andare o non andare a vedere il film?

Vardete intorno, vardete intorno/Le strade no ga più l’onbrìa/ le piazze zé posti de pena/ nei pra no se trova più fiori/ i boschi ga perso la pace/ e l’aqua? e l’aqua? e l’aqua?/ l’aqua zé morta, zé morta, zé morta stamattina/tuti lo saveva l’aqua zé morta disperà.
Questa canzone del Maestro Bepi de Marzi, cantata da un coro polifonico popolare, accompagna l’incipit del film, la visione aerea di una pianura frammentata da strade trafficate e violata da costruzioni disorganizzanti, che si restringe fino a inquadrare i volti e i corpi iperesposti dei protagonisti, impegnati in un avvicendarsi di incontri e scontri a distanza ravvicinata, osservati con spietata attenzione che si addice ad un antropologo, quale il regista è.
‘Vardete intorno’: questa è la richiesta che accompagna lo spettatore durante tutto lo svolgersi del film, obbligandolo a ‘guardare in faccia la realtà’, senza filtri, senza trucchi, cimentandolo in un ‘corpo a corpo’ con le immagini, creando ‘un rapporto materico con i sentimenti, il paesaggio, le persone’, come ha detto Roberta De Soller. Vengono in mente i versi della Szymborksa: “Guardate com’è sempre efficiente/ come si mantiene in forma/ nel nostro secolo l’odio”.
In una sceneggiatura scarna, che ha lasciato ampio spazio all’improvvisazione, ogni personaggio è interpretato in modo convincente e autentico. La colonna sonora originale è in parte scritta e cantata da Maria Roveran, dalla voce struggente: le canzoni sembrano quasi svolgere la funzione del coro nella tragedia greca.

La versione di uno psicoanalista

“Un uso del corpo scisso dalla ragione, dall’intenzione” –dice Fazio – “Dall’anima” – aggiunge il regista, “Che però c’è” – ribatte Fazio. Trovo che questo stralcio di intervista colga il motivo per cui il film possa creare una sensazione di disagio fisico e una difficoltà a recuperare una funzione elaborativa. Come se anche i sensi e il corpo dello spettatore, investiti da elementi di realtà troppo veri, troppo grezzi, troppo crudi, si scindesse dall’anima e dalla ragione, mettendo in atto un meccanismo difensivo Credo che sia necessario, per poter riflettere su questo film, chiamare in soccorso quella funzione che noi psicoanalisti chiamiamo reverie, che permette di accogliere gli elementi “grezzi” di queste immagini (elementi beta di Bion) e trasformarli in forma tollerabile e integrata, in pensiero (elementi alfa di Bion). Non basta guardarsi intorno, prendere atto che l’acqua è morta. È necessario tornare a farla scorrere, entrare nel fluire dell’esistenza, rimettere insieme il corpo e l’anima, traformare il rigurgito di emozioni in pensieri, perché un cambiamento creativo possa avere inizio e si evolva. Il personaggio di Luisa e quello del suo fidanzato albanese Bilal ci fanno intuire quella speranza di cui Rossetto parla, l’apertura dei confini di quella patria davvero troppo, troppo piccola, completamente sigillata rispetto all’Altro da sé, dove proietta tutte le sue paure, completamente indifferenziato: albanesi, moldavi, africani, cinesi, giovani che desiderano diventare se stessi. Tutti ‘negri’. I soli che parlano italiano o cantano in cinese.

Aprile 2014