Premi Oscar 2016

Uno sguardo ai premi Oscar 2016

Il fil rouge che lega i film premiati all’88esima edizione degli Oscar sembra essere quello di dar voce, ispirandosi a “storie vere”, alle vittime di pregiudizi, di discriminazioni, di abusi, di persecuzioni, di stermini, forse in parte a riparare la controversia sugli “OscarSoWhite” (nessuna candidatura a afro-americani).

Spothlight, di Thomas McCarthy, vincitore come Miglior film e Migliore Sceneggiatura Originale, racconta le vicende messe in luce dal team di giornalisti investigativi del Boston Globe nel 2003, riguardanti gli abusi sessuali perpetrati da più di settanta preti nei confronti di minori, per anni protetti dalla Chiesa cattolica con l’ausilio di avvocati senza scrupoli. La serie di articoli pubblicati grazie alla determinazione del nuovo direttore Marty Baron, una vita dedicata al giornalismo, ha meritato l’attribuzione del Premio Pulitzer. Confezionato in modo rigoroso e asettico, con un cast di attori letteralmente eroici (Mark Ruffalo-Hulk, Michael Keaton-Batman, Liev Schreiber-Xman, Rachel McAdams-True Detective), mette sotto i riflettori il gran lavoro dei reporter, senza preoccuparsi di dare spessore ai caratteri. Vittime e carnefici sono comparse cui sono dedicate brevi apparizioni, rispetto alle due ore di film, e un paio di battute a effetto: “Quando sei un bambino povero di una famiglia povera e un prete si interessa a te è una gran cosa….Come puoi dire no a Dio?” dice la vittima, “Non li ho violentati, so la differenza, l’ho subito anche io”, dice – più o meno – il prete. Una prova d’autore e di attori corretta, ma senza pathos, che pare eviti di “sporcarsi le mani” e delinei il contenitore più che il contenuto, il primum movens della storia, di vite distrutte e insabbiamento: troppo scottante, troppo torbido, troppo perverso per essere messo direttamente sotto i riflettori. La costruzione della cornice, tuttavia, è già la creazione di uno spazio di pensiero e discussione.

È il regista messicano Iñárritu a vincere, per il secondo anno consecutivo, la statuetta per la Miglior Regia di Revenant-Redivivo, discussa, ma in linea con il citato fil-rouge. Esordisce sul palco ricordando una frase del film detta dal protagonista Di Caprio al figlio meticcio: “Loro non ti ascoltano, guardano solo il colore della tua pelle”, puntualizzando che “questa generazione ha una grande opportunità: di liberarsi dai pregiudizi e assicurarsi che il colore della pelle diventi irrilevante come la lunghezza dei capelli”. Revenant è un film che non si presta a una lettura univoca e può generare sentimenti contrastanti. Non mette confini, il regista, alla natura sconfinata in cui si perde, né dighe alle acque in cui si immerge, scandaglia senza risparmiarsi le infinite sfumature dei sentimenti umani, dagli istinti primordiali all’amore più profondo, si addentra nella sostanza dei sogni senza interpretarla (ma nelle sequenze oniriche ricorda vagamente Il gladiatore di Ridley Scott). Lo spettatore può perdersi in tanti contenuti senza cornice, e cerca di seguire il protagonista Hugh Glass, il cacciatore-guida interpretato dal finalmente premiato di Caprio, in un viaggio al limite della sopravvivenza, prima per proteggere e poi per vendicare il figlio, la cui madre è stata uccisa in una delle tante stragi compiute dai soldati nei confronti dei nativi d’America. “Siamo tutti selvaggi”, intima il cartello appeso al collo dell’indiano che ha salvato la vita a Hugh ed è stato impiccato dai soldati francesi.

Di Caprio, Miglior Attore Protagonista, ha conquistato l’ambito premio dopo cinque Nomination, con una performance fisica “selvaggia”, che lo trasforma nell’orso che ha ucciso, indossandone la pelle. Quindi dal tappeto rosso denuncia l’abuso “selvaggio” dell’uomo sulla natura, in questo film così ben fotografata da Emmanuel Lubezki, consacrato con il terzo Oscar consecutivo dopo Gravity e Birdman.

Brie Larson è la Migliore Attrice protagonista per il film Room (in uscita), dell’irlandese Lenny Abrahmson, un film potente, in cui le vittime di un maniaco, una giovane donna e suo figlio, sono protagoniste assolute.

Alle persecuzioni politiche durante la Guerra Fredda rimanda il premio a Mark Ryalance, Migliore Attore non protagonista per la sua interpretazione di una sospetta spia sovietica Rudolf Abel catturata dall’FBI durante la guerra fredda in Il ponte delle spie diretto dal maestro Steven Spielberg e sceneggiato dai fratelli Coen. “Ma tu non ti preoccupi mai?” gli chiede più volte il suo avvocato interpretato da Tom Hanks – “Servirebbe?” risponde Abel. Uno scambio di battute che ricorre più volte nel corso del film, che rimane in testa come un mantra (inteso nel suo significato letterale di “veicolo o strumento del pensiero o del pensare”, come scritto in Wikipedia).

Migliore Attrice non protagonista è Alicia Vikander – ottima in Ex Machina di Alex Gardland che vince per gli effetti speciali – per The Danish Girl, di Tom Hooper, la storia del primo transgender che negli anni ’20 si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare sesso, trattata con estrema leggerezza. È comunque un importante riconoscimento per la comunità LGBT (Lebiche, Gay, Bisessuali e Transgender), ricordata anche da Sam Smith, cantante inglese gay che ha vinto per Writing’s on the wall, Miglior Canzone Originale, colonna sonora del film Spectre.

Sullo straordinario Il figlio di Saul, che tratta il tema del genocidio degli ebrei, ha scritto la recensione per questo sito Manuela Martelli, sottolineandone gli aspetti più significativi.

Ennio Morricone ha vinto per la colonna sonora di The Hateful Eight di Tarantino “una struttura sinfonica complessa, molto spiazzante e affascinante insieme” l’ha definita Nicola Piovani (La Repubblica, 1 marzo 2016), come lo è il film, su cui qui non mi dilungo.

Mad Max: Fury Road, di George Miller, ha fatto incetta dei premi tecnici (montaggio, scenografia, sonoro, montaggio sonoro, trucco), mentre per la Sceneggiatura non originale l’Oscar è andato a La grande scommessa di Adam McKay, il racconto di un crack finanziario.

Come documentario ha vinto Amy, di Asif Kapadia, il racconto della vita della cantante Whinehouse, vittima di se stessa, del suo successo, e di discografici senza scrupoli.

Non sorprende il premio come Miglior Film di Animazione a Inside-Out, di Pete Docter e Jonas Rivera, di cui sono pubblicate su SPIWEB recensioni (di Amedeo Falci, Maria Chiara Risoldi e Rossella Valdrè), che vale la pena di rileggere.

La cerimonia degli Oscar personalmente mi diverte e mi emoziona, pur facendomi pensare a una frase pronunciata da Roberto Benigni: “Il cinema è composto da due cose, uno schermo e delle sedie: il segreto sta nel riempirle entrambe”.

7 marzo 2016