Presentazione

73° Mostra del Festival del Cinema di Venezia 2016

31 Agosto – 9 Settembre

“ Solo con il coraggio delle scelte e la capacità di assumere rischi si svolge una funzione ‘culturale’. Saremo utili fintanto che sapremo essere in buona misura imprevedibili.” Così ha dichiarato il Presidente del Festival Paolo Baratta. Alberto Barbera, dal canto suo, anche quest’anno Direttore del Festival, ha annunciato che ci saranno, come sempre, delle novità, accanto al “paradigma immutabile” del rito cinematografico.

Estrarrei questi due scorci di discorsi per ricordare, ancora una volta, la duplice, immutata magia del cinema che ci fa essere ancora lì, anche quest’anno, ad attendere lo spettacolo che sempre si rinnova e sempre si ripete: l’imprevedibile e il rito. Al “paradigma immutabile” del rituale che tanto ci rassicura, ci piace e ci consola, dell’attesa nella sala buia, delle fantasie che ci accompagnano e ci porteremo dietro, si associa l’imprevedibile che ogni film, anche il minore, contiene in sé, lo sconosciuto che andremo a scoprire. Questo binomio ogni anno rinnova al Festival – e ogni volta in cui varchiamo una sala cinematografica – l’eternità labile del cinema, il suo potere, il fascino infantile che, attingendo a gioco, rituale e novità, risveglia sempre il nostro interesse.

La 73° Mostra del Cinema di Venezia, il festival più antico al mondo, che vede quest’anno come Direttore della Giura l’americano Sam Mendes (che ricordiamo per il folgorante esordio con “American Beauty”, vincitore di cinque Oscar), si apre con la consueta serata di pre-apertura la sera del 30 Agosto, ricordando come esattamente centoventi anni fa, nel 1896, il Cinématographe Lumière faceva al sua prima apparizione a Venezia con la proiezione di un programma a “15 vedute”, insieme  ai primi tre film proiettati in città. Accanto alla proiezione del restaurato, indimenticato “Tutti a casa” di Comencini, la pre-apertura offrirà l’omaggio di nove di quelle antiche vedute realizzate a Venezia, che sanciscono la nascita del cinema, di Venezia in quanto sua splendida cornice e, non dimentichiamo, che per noi la nascita del Cinema coincide con la nascita della psicoanalisi. Un po’ rudimentali e goffamente all’inizio, l’uno si è poi sempre più nutrito dell’altro in uno scambio di reciproca e fertile creatività, in misura sempre più profenda, raffinata, sempre più vicina al teatro del sogno che non dell’interpretazione in sé.

Non si intendi raffinato come elitario; Alberto Barbera ci ha tenuto a precisare che il cinema, anche quello “da Festival” vuole essere per tutti, che si va colmando il vecchio iato tra cinema popolare e quello d’autore, dicotomia che, ha aggiunto, speriamo esserci lasciati alle spalle. A colmare questa dicotomia, le serate del Cinema nel Giardino, gratuite e aperte a tutti, che offrono un ventaglio vasto e articolato di film di vario genere, italiani e non. Tra le principali novità, anche sotto il profilo squisitamente tecnico (essenziale, nel cinema), segnaliamo l’apertura di una nuova sala, l’avvio del “Venice Production Bridge”, nuovo strumento di finanziamento non limitato ai film ma aperto anche alle serie televisive, i documentari e tutte le forme narrative dei nuovi media, e la presenza di una SalaWeb che permette la visione in streaming da tutto il mondo di film significativi della selezione ufficiale per cinque giorni.

Veniamo al programma del Festival, che vede quest’anno la presenza di 42 Paesi – i più rappresentati Italia, Stati Uniti e Francia – con 55 film in Concorso, 16 cortometraggi, 10 documentari e 20 Classici restaurati. L’Italia è presente con 24 film, tra Concorso e Fuori Concorso, tra cui segnaliamo Giuseppe Piccioni con “Questi giorni”;  di e con Kim Rossi Stuart “Tommaso”;  il ritorno di Francesco Munzi con “Assalto al cielo”; Michele Santoro con “Robinù”, l’evento speciale dedicato a Sorrentino con l’atteso “The Young Pope”, e molti altri.

Attesissime, come sempre, le star internazionali, a cominciare dal film d’apertura con Emma Stone “La La land”, revival sentimentale del musical americano degli anni ’50 e ’60; “I magnifici sette” con Denzel Washington; Kaenu Reeves in “The Bad Batch”; Michael Fassbender in “The light between oceans” mentre, tra i grandi registi, il ritorno di Wim Wenders, Terence Mallick, Mel Gibson (quest’anno nei panni di regista), Francois Ozon, Kutristka e molti altri ancora. Al piacevolissimo ritorno del “rito” dei grandi nomi che affollano di pubblico il red carpet, diamo sempre un occhio di riguardo all’imprevedibile degli esordienti: è grazie a loro, che la macchina del cinema continua a produrre sogni e inventare le infinite storie e trame possibili.

Come psicoanalisti, concludendo, la nostra presenza è non solo giustificata, ma possiamo ormai dire sempre più competente e gradita: i Festival non sono “tutto” il cinema, non ne rappresentano la quotidianità delle nostre visioni personali, ma fotografano lo spaccato di un’arte che evolve, più e prima di ogni altra, con l’evolvere del mondo, del costume, dei sentimenti, delle forma rappresentative e, come la psicoanalisi, si nutre di reale e immaginario, elabora ferite, accede al simbolico, realizza sogni nel magico e circoscritto spazio di un’ora  e mezza. Sulle similitudini e sulla necessità di queste due “arti” nel mondo della Cultura, sul loro potere dissacrante rispetto ad un sapere convenzionale, non ci stancheremo di soffermarci, poiché ne costituisce il valore più sacro:

“L’arte è sovversiva perché è connessa all’inconscio. Più un film è connesso all’inconscio, più è sovversivo. Come i sogni” 
(David Cronemberg)