Presentazione del Tribeca Film Festival 2014

Quattro passi al Tribeca Film Festival
(16-27Aprile)
a New York City……

Rossella Valdrè

“…Ho fatto il giro del mondo tornando a dormire a casa tutte le notti. C’è solo un luogo dove è possibile farlo: New York”.
Non è un turista, ma un abitante e profondo conoscitore della Grande Mela – William Helmreich, professore di sociologia a New York – ad aprire con queste parole verissime e fulminanti il suo ricco e curioso ultimo libro dedicato appunto a NYC, “The New York nodoby knows” (ed Princenton University Press). Armato di scarpe comode e taccuino, disposto a chiacchierare con chiunque (cosa molto facile a NY), il prof. Helmreich si è messo a gironzolare passo passo per la città, compresi i 4 distretti (se si possono chiamare così queste città nella città) di Queens, Brooklyn, Harlem e Bronx, diventate ormai isole e contenitori culturali vivacissimi e autonomi, e ne è uscito questo straordinario diario durato 4 anni dove, tra otto milioni di persone, ha scovato ogni angolo di mondo: dalle star seminascoste del cinema, a cubani che fumano il sigaro nei loro localini, pachistani e indiani a State Island, e infiniti altri pezzi di umanità…

Perche questa premessa? Questa è un po’ l’atmosfera del Tribeca film Festival, che da alcuni anni seguo soltanto nella piccola fetta finale degli ultimi tre giorni, per cui noi dovremo accontentarci di molto meno: un’occhiata, un lampo di film e documentari per quanto, in questi pochi giorni convulsi, riesco a scegliere, vedere e trovare posto. Dopo l’esperienza fortunata al Festival di Venezia 2013 condivisa con Elisabetta Marchiori (http://bit.ly/1iuAUDK), abbiamo pensato con Roberto Goisis e la redazione di spiweb che ha accolto l’idea, di offrire all’ormai fedele lettore di cinema del nostro sito, anche un giretto per il Tribeca
Se a Venezia si era come magicamente sospesi nell’isola del Lido, con quella sensazione che, almeno per me, fu una specie di inebriante fuga dalla realtà e dal quotidiano, niente di simile al Tribeca. Niente tappeti rossi, niente isole galleggianti in cui si concentra l’esclusivo mondo del cinema, niente star (se non in apertura e premiazioni, immagino, ma non mi sorprenderei a vedere De Niro che passa quasi inosservato sul marciapiede…): in clima perfettamente newyorkese, il festival è sparpagliato in diversi cinema ‘normali’ della città, nel quartiere di Tribeca ma non solo, mescolato alla gente e alla quotidianità del quartiere, dove quasi non si distingue il tecnico di cinema, l’attore, i curiosi, gli appassionati, il pubblico, dalla vecchietta che tutti i giorni è lì a vendere le sue mercanzie. In comune con Venezia, solo le lunghe code, piedi gonfi e spalle dolenti per trovare posto, non esistendo accrediti, rischiando di non farcela, nonostante l’amplissima scelta.
Nato, infatti, su iniziativa di Robert De Niro nel 2001, come immediata risposta degli artisti all’attentato alle Torri Gemelle, il TFF ogni anno cresce in importanza, presentando quest’anno 32 Paesi, 102 registi di cui più di 30 esordienti (l’Italia è presente con il bel Il capitale umano di Virzì, non a caso tratto dal romanzo americano ‘The human capital’ di Stephen Amidon, (http://bit.ly/1kkq8iQ). Il Tribeca nasce quindi da un grave lutto collettivo, a ulteriore conferma di come l’arte, e il cinema in particolare, sia sempre un tentativo di trasformare, elaborare le perdite, di sublimare le mancanze, le tragedie.
Prende nome, come forse è noto, dal quartiere che prevalentemente lo ospita (ma non solo, come detto), e non credo sia un caso: Tribeca, attiguo a Chelsea, sono esempi di straordinarie riconversioni urbane, quartieri quasi destinati all’abbandono e rinati oggi come poli culturali, artistici e paesaggistici della città, soprattutto, a mio avviso, dopo la costruzione dell’High Line, magnifica passeggiata sopraelevata nata dalla ristrutturazione della vecchia ferrovia, in un intreccio di vecchio e nuovo, conservazione e innovamento davvero perfetto. Il cinema Chelsea, forse il più abitato dal Festival, si trova a fianco al mitico Hotel Chelsea, anch’esso ristrutturato, dove hanno vissuto Bob Dylan, Leonard Cohen, Andy Warhol con la sua factory e molti altri, ritrovo di artisti bohèmiens che, pur passati, restano nell’immaginario di noi tutti. Molto, insomma, vi sarebbe da narrare sulla storia, la vita, il senso di rinascita, recupero, ridare vita, che il Tribeca festival e la parte della città che prevalentemente lo ospita, significano per i newyorkesi, e non solo.

Per finire, daremo un sempre rapido sguardo a un altro elegante omaggio che la città dedica a un nostro maestro, Marco Bellocchio. Regista dal percorso alterno, su cui ora non mi addentro, vicino alla psicoanalisi, che dopo lo splendido esordio de I pugni in tasca incontra una fase di declino e confusione per tornare, a mio avviso, con la recente triade di Buongiorno notte, Sorelle Mai e Bella addormentata alla sua poetica più pura e raffinata, più essenziale. Come tutti gli artisti dalle forti connotazioni politiche non incontra oggi, in Italia, il meritato riconoscimento. Il MOMA (Museum of Modern Art), uno dei più importanti musei d’arte contemporanea del mondo, gli dedica una rassegna di 16 film, ripercorrendone tutto il percorso e la carriera. Sebbene non ci sarà tempo di seguire anche questo, appassionata appunto del primo e dell’ultimo vecchio Bellocchio (e non foss’altro che per entrare nel cinema del MOMA, che per chi non lo conoscesse merita da solo una sosta, tanto è delizioso col suo velluto rosso che ti avvolge nella sala buia…) mi pareva doveroso segnalarlo.
Grazie all’universalità del cinema, e a come NY sa accoglierlo e nobilitarlo, come il nostro avventuroso professore in pochissimo tempo, avremo visitato un pezzo di mondo….

Buona visione!