“Ready player one” di Steven Spielberg. Commento di Elisabetta Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Ready player one

Dati sul film: regia di Steven Spielberg, USA, 2018, 140’

Genere: fantascienza

 

Trama

Siamo nel 2045, in Ohio, dove la popolazione più povera e alienata abita una desolata periferia in casette prefabbricate e roulotte impilate a formare grattacieli storti, tra montagne di rifiuti. Qui vive il protagonista del film, Wade Watts (Tye Sheridan). È un ragazzo che, come tutti, non ha altro da fare, per sentirsi bene, che immergersi nel mondo virtuale di OASIS, creato dal geniale Halliday, morto da poco. OASIS è un mondo virtuale, dove ognuno, attraverso il proprio avatar che crea a suo piacimento e con l’aspetto che preferisce – ma la personalità rimane –  può prendere parte alle più svariate attività. Watts ha l’obbiettivo, con un gruppo di amici, di vincere il “Gioco di Anorak”, per diventare padrone di OASIS e dell’eredità miliardaria di Halliday. A contrastare Wade una multinazionale con a capo un uomo senza scrupoli, deciso a prendere il controllo di OASIS a qualsiasi costo.

 

Andare o non andare a vedere il film

Tratto dall’omonimo romanzo dello sceneggiatore e scrittore statunitense Ernest Cline, il cui titolo rimanda alla classica schermata di avvio dei videogiochi prodotti all’inizio degli anni ottanta, il film conferma le doti dell’eclettico Spielberg come Maestro indiscusso di cinema. Potrebbe essere definita di primo acchito un’opera di “di nobile intrattenimento”, secondo la nota definizione del critico letterario Gianluigi Simonetti, ma sarebbe riduttivo. Infatti, pur trattando del nostro rapporto con i media digitali, questo film non si limita a descriverlo, non sono solo fenomeni di “escapismo”, rappresentati nel film e fatti vivere allo spettatore.

Spielberg, con una storia classica di buoni contro cattivi intrecciata a una storia d’amore, piena di effetti speciali mirabolanti di altissimo livello, inserisce una serie di citazioni di film che hanno fatto la storia del cinema, sorprende gli spettatori più attempati e incuriosisce i più giovani. Costruisce un protagonista che non solo è un abilissimo giocatore di videogames e giochi di ruolo, ma anche anche un appassionato della cultura degli anni ottanta in generale e, infine, sa tutto di Halliday, dalla sua vita ai suoi gusti personali, e per lui questo costituisce un un notevole vantaggio rispetto ai suoi avversari.

Il tempo presente e il futuro,dipendono dal passato, da una storia che è necessario conoscere per poter essere in grado di affrontare “le sfide”, non solo virtuali, che la vita propone.

La colonna sonora di Alan Silvestri si alterna al rumore delle esplosioni e degli spari con una certa dose di ironia e il film è senz’altro da vedere in 3D, per provare l’esperienza di essere anche noi spettatori dentro a OASIS e perché ha anche, metaforicamente, una sua profondità, rilanciata dall’esperienza di fruizione in 3D.

 

La versione di uno psicoanalista

“Raedy player one” è un film che ha un notevole impatto visivo e sonoro, induce anche una serie di riflessioni che meriterebbero ben più spazio. Il mondo virtuale e i media digitali sono una realtà oggettiva che nessuno può permettersi di ignorare e neppure demonizzare, come provano i convegni proposti dai diversi Centri Psicoanalitici in questo periodo, anche se con un certo ritardo rispetto alla velocità dell’evoluzione della tecnologia. Per la psicoanalisi si tratta di una serie di “oggetti” nuovi con cui fare i conti, che entrano di forza nella stanza d’analisi e nella relazione terapeutica.

La visione di Spielberg ci mostra che è importante conoscerli e sapere come usarli, perché hanno delle conseguenze sul nostro mondo, sia interno che esterno, ci permettono cioè di aumentare la conoscenza di noi stessi, delle nostre potenzialità e dei nostri limiti. Wade, il protagonista non avrebbe avuto la meglio se non avesse avuto le conoscenze necessarie sulla persona con cui aveva a che fare e se non avesse delle storie in mente, apprese anche attraverso i film visti. Non avrebbe trovato la “giusta misura” tra realtà oggettiva e realtà virtuale, un compromesso “a misura d’uomo”, che tenga conto dell’importanza della storia e della cultura in evoluzione. Le cose possono essere diverse da come sono, ma per capirle e magari cambiarle, bisogna conoscerle.

 

Aprile 2018