A chi scrivere lettere?

Attraverso le lettere il Generale Tadamichi Kuribayashi si salva: poi arriverà la morte anche per lui, ma è cosa secondaria, che forse ha soprattutto il senso di esaltare il momento presente. Ho pensato ad un’affermazione di Bion durante i Seminari Italiani del ‘77: 

“Si dice che questo particolarepaziente stia morendo… Questa morte del paziente non mi interessadi più che la sua nascita. Quel pezzettino piccolo tra nascitae morte – quello sì, mi interessa” (Bion, 1983, 119). Allelettere del generale Tadamichi Kuribayashinoi assegnamo immediatamente un destinatario remoto, ma certo e vivo,perché noi nel destinatario remoto esorcizziamo la nostramorte, ma non sono certo che quello sia lo stesso destinatario delgenerale o degli altri soldati nel momento in cui scrivono dal loroinferno. Penso che per loro il destinatario remoto non abbia senso,perché, forse, il destinatario di una lettera è sempremolto prossimo. Altrimenti: che senso avrebbe? Sono lettere cheproprio nel momento in cui scrivi trovano gli occhi di un figlio…della propria donna… che sono lì mentre scrivi e questo, peril generale, è quanto basta. Forse, poi le lettere servirannoa chi le troverà o le riceverà, ma ognuno scrive per sée ognuno legge per sé. E’ per questo che quelle letterepermettono la storia del film… è per questo che quellelettere mi permettono ora di emozionarmi… anchè Giò,che è con me, mi dice che si è emozionato e forse perquesto quando torniamo a casa mi mostra un articolo su La Repubblica che proprio oggi parla delle perplessità diHiroito rispetto alla querra: anche in quel caso non si tratta didichiarazioni ufficiali, ma dei diari che l’imperatore scriveva(per chi?… per se stesso con l’intermediario del messo imperialecol compito di scrivere?).

 

Nelle lettere il generale disegna persuo figlio il bombardamento: le bombe scendono come palloncini dalcielo…. “Cara… non so nemmeno se questa lettera vi arriverà…ma scrivere mi dà sollievo”. Il film mi aiuta ad aver chiarauna sensazione che spesso sospetto nell’incontro con i mieipazienti. A chi si scrive una lettera? Non c’è dubbio: alSé, a una parte del Sé che un tempo è nataperché una emozione profonda ha inciso una zona fin’alloraopaca e fredda come una lastra di pietra… Da quel momentoquell’emozione ti accompagna e ti precede per tutta la vita ed èciò che ti dà sollievo perché ti fa sentirevivo. Qualche analista l’ha chiamato “Senso del Séemergente” ovvero la felice meraviglia di accorgersi che la vita tiprecede (sicuramente quell’analista si riferiva ad apparati diordine fisico quando si evidenziano come strutture che permettono lacompetenza…) e ci si sente vivi non perché lo pensi, maperché lo verifichi e lo sei e lo senti.

Cosa significa avere sollievo dalloscrivere una lettera quando sai che la fine è inevitabile e prossima? Esistono gli altri in quel momento? Non so! So cheesistiamo noi che ci aggrappiamo a qualcosa che abbia lo statuto disopravviverci. Un pensiero? Un’immagine? Forse solo un piccolosegno che l’inchiostro incide sul foglio, perché solo ciòche non è vivo rimane… E’ un’emozione che qualche voltami prende: se leggo una lettera – magari di una persona che non c’èpiù – mi scopro a considerare che c’è stato unmomento in cui una mano ha inciso quelle parole, ha curato che lagrafia fosse rotonda, e quel momento di vita è custodito inquel documento! Le lettere sono l’incredibile miscela dellostatuto inanimato e perenne delle cose che però possonocustodire e tramandare la vita consegnandoci immagini. Una letteraprima di tutto è il segno che esiste qualcosa che, nonostantetutto è in contatto con te: non importa se ti potrai salvareper questo, ma è evidente che ti salva proprio in quelmomento. Le lettere annullano il tempo: si fondano sul passato, ma –nonostante le apparenze – non hanno bisogno del futuro, perchéil futuro è il momento in cui la lettera la scrivi: “ma dàsollievo scrivere!”

 

Il 6 dicembre del 1938 si ricovera almanicomio di S. Maria della Pietà di Roma, Enrichetta M…..,30 anni, proveniente da Genova Quarto dei Mille “…perconferire con Sua eccell.Bottai avendogli personalmente consegnato aGenova stessa il suo dente del giudizio cadutole due anni or sono perfarlo esaminare. Dice che questo dente contenga il brillante dellasua ava trasmesso di discendenza in discendenza…”. Rimarràricoverata per oltre 10 mesi prima di essere trasferita. La suacartella clinica è un fascicolo che custodisce decine dilettere tutte perfettamente chiuse che attendono – ancora oggi –di poter essere spedite. Mi ha stupito che in questi anni, nessunoabbia mai avuto la curiosità per poterne aprire almenoqualcuna. Ma il motivo è chiaro: quelle lettere non hanno undestinatario esterno, nessuno che le attende perché EnrichettaM. è una paranoica e il manicomio era esattamente lasospensione di ogni comunicazione. Le tettere da un manicomio,esattamente come i deliri e le sofferenze di chi ne èricoverato, non devono essere accolte ed indagate, ma semplicementecustodite. Eppure, sulle buste gialle, Enrichetta M. appunta in modochiaro i suoi indirizzi e nei fogli fitti della larga calligrafiaimplora ascolto:

 

“Sua Eccellenza Giuseppe Bottai,ministro Educazione Nazionale,… ho inviato a Sua Ecc.za Ill.maoltre 5 missive, tutte urgenti…”

“Cari Amelia, Tania e Federico,sono 18 giorni che mi trovo relegata in questo manicomio… Vi auguroil buon Natale e vi bacio tutti caramente, anche i cognati enipotini…”

“Illustrissimo sig. Questore, desidero rispostaalla mia del 13 corrente…”

“Dal 7 gennaio ‘39 ad oggi sonotrascorsi 4 mesi: un quarto di anno! Che l’ordinanza sia giàcaduta nel dimenticatoio?…”

“Gentile prof. De Angelis,primario di S. Maria della Pietà, la prego di evasione allamia del 25 luglio…”

Anche queste lettere hanno unpreciso destinatario, pur se il mondo esterno si nega, perchéle lettere sono sempre indirizzate al Sé perchésopravviva. Enrichetta scrive, semplicemente perché sa che haun diritto antico di dover essere ascoltata, perchéanticamente questo ha significato esistere ed essere amati:“…accettando le sue lettere gli hai dato speranza” (Pamuk, 91).La cecità del manicomio si pone nella linea di anticheesperienze di sospensione della comunicazione. Enrichetta sente chenon avere risposte, nel suo caso, la impoverisce e l’ammala. Appenaprima di essere finalmente trasferita al manicomio di Genova,commenta:

“hanno mandato al padiglione imiei panni (fine vestiario) in cattive condizioni. Lacerate fodere,cinte,.. nonché addirittura in distruzione una camicetta diseta fine, come le calze, finissime…”

a te…

“Non c’è due senza tre”, promette il generale Tadamichi Kuribayashi aSaigo. Capiamo già che ci sarà un altro evento,un’altra fortuna per Saigo; sappiamo che sarà lui asalvarsi… sarà lui a testimoniare che è semprepossibile uscire dal posto in cui ti trovi e da cui non vedi uscite.Saigo è il destino che vogliamo abbiano le lettere: difficileimmaginare che una lettera non sarà mai letta, èimpensabile (anche perché conosciamo solo le lettere che hannopercorso la strada verso un destinatario e non sapremo mai di quelleinfinite lettere scritte, ma che non hanno mai trovato un lettore…)!

Siccome Saigo vivrà, adifferenza del generale Tadamichi Kuribayashi odel fiero Baron Nishi, campione olimpico di equitazione,famoso in tutto il mondo, può permettersi la paura e quindi ipersecutori: “è stato mandato qui per spiarci! E’ statoall’accademia…!”. La paura è la padrona del campo. Ma sitratta di una paura sana… di perdere quello che ti lega alla vita enon c’è nessun motivo percui devi lasciare tua figlia chenemmeno hai conosciuto e a cui, prima di partire, quando era ancoranella pancia della tua donna hai promesso in segreto che papàsarebbe tornato! Anche questa è una lettera? Certamente! Diquelle lettere che mandi perché siano una promessa che dovràtenerti legato alla vita a tutti i costi e sarà questa letterache ti farà vedere gli eventi per quello che sono: “maperché non ci fanno scavare piuttosto la nostra fossa vistoche moriremo tutti?”.

Non c’è lettere da mandare senon sei ancora vivo. Ricordo di un vecchio signore che una voltaandai a trovare a casa e che feci ricoverare perchénegativista e bloccato a letto. Dopo due giorni di ricovero ebbbe unarresto cardiaco e mi telefonarono che era morto. Ovviamente michiesi se il ricovero fosse stato il massimo che avessi potuto fare.Non so. So che il motivo per cui decisi di ricoverarlo fu che lafiglia mi disse che il padre – che viveva con una governante ed eraben accudito e curato – da alcuni giorni aveva “staccato iltelefono”. Sentii che questa era la comunicazione più gravee, forse, già un annuncio o, peggio ancora, una dichiarazione.

Ho pensato che rispettro ad Theflags of our fathers qui le emozioni sono più semplici,leggere e precedono i protagonisti, mentre in The flags…erano i protagonisti a deciderle… Lì la storia eragovernata, persino piegata, dagli uomini mentre in questo gli uomininon possono nulla contro la storia che li piegherà al suopasso inevitabile. In questo film le lettere sembrano essere l’unicaestrema soluzione dell’uomo di sopravvivere al potere inevitabile eduro del mondo. Le lettere sono una piccola arma per difendersi dallostrapotere già segnato degli eventi. Tutto il film èfatto di piccole armi, inconsistenti rispetto alla terribile gravitàdegli eventi: “non sperate di tornare vivi a casa… ciascuno divoi non ha diritto di morire prima di aver ucciso almeno 10 soldatiamericani!”. In fondo è questo il senso del film:contemplare l’inevitabilità celebrando, però, quellepiccole aree di vita che solo tu puoi ricavare e che poi sono lamisura della vita di ognuno.

a nessuno…

Il film parla anche di una zona in cuile lettere non sono possibili perché non puoi permetterti diriconoscere che la realtà ti impone la perdita: “qual èil vantaggio che abbiamo verso gli americani?”. Shimuzu,silenzioso, rigido e scostante è stato nell’accadema; fingedi saperlo. “Perché gli americani lasciano traparire leemozioni e per questo sono più deboli!” L’istruttoreesulta per la compiacenza. Il tono del film ci dice che anchel’istruttore sa che non è vero, ma che il gioco –maniacale della negazione – è quello. In questa zona dove lelettere non sono possibili, come per l’ufficiale che, mimetizzatofra i cadaveri, attende un improbabile carro armato sotto cui farsiesplodere, la morte verrà, violenta, senza che tu abbia potutopreparare il passo incidendo in un foglio ciò che, nell’ultimoistante, mantiene vivi i tuoi occhi.

 

“…aspettaifiducioso. Sognai il mio futuro e l’infinito viaggio che avevodavanti”

(O. Pamuk, 186)