A Dangerous Method

David
Cronenberg, 2011, GB-D-C, 93 min.

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Commento
di Maria Vittoria Costantini e Daniela Lagrasta

 

La
prima del film "A Dangerous method" di David Cronenberg si è svolta al
Festival del Cinema di Venezia in un clima di frenetica curiosità e di grande
aspettativa.

E’
apparso evidente quanto il grande interesse fosse amplificato dal tema
prescelto dal regista canadese che, per il suo stile e la complessità delle sue
riflessioni sulla condizione e sul funzionamento della mente umana, è stato
definito "il maestro di un horror tutto interiore".  Come dunque il ‘Maestro’ sarebbe entrato
nella complessa vicenda della relazione fra il Dottor Gustav Jung e Sabina Spierlein
allora sua paziente? E come nei legami tra Freud, Jung e Sabina, ai tempi in
cui la scoperta dell’inconscio, dell’oscuro e profondo mondo interiore, era
assolutamente nuova e ancora ‘sperimentale’ ne era l’osservazione e la pratica?

Da
psicoanalisti sappiamo quanto si tratti di una storia davvero sofferta e
intricata fra i tre che, ormai sdoganata da tempo anche se non totalmente
chiarita, tanta importanza ha avuto per l’evoluzione della psicoanalisi e la
ricerca del transfert e controtransfert amoroso, come viene sottolineato da Maria
Vittoria Costantini e Paola Golinelli nel loro articolo "Le origini della
psicoanalisi dalle coppie incestuose all’amore di transfert" ( ).

Cronenberg
apre il suo film con la giovane Sabina che, in preda alle contorsioni della
‘follia isterica’, a forza viene condotta all’ospedale psichiatrico Burghölzli di Zurigo dove Jung,
l’entusiasta seguace delle teorie freudiane, tale da essere designato dallo
stesso Freud suo delfino, sperimenta la "talking cure" con lei ed inizia a
riportarne e discuterne le sedute con Freud.

Le
complesse e perturbanti vicende che da quel momento intercorsero fra i tre
protagonisti della storia, si succedono sullo schermo sequenza dopo sequenza, a
macchina da presa quasi sempre fissa, secondo una ricercata ricostruzione
storica: ne emerge la meticolosità e la concentrazione sui particolari per ogni
rifacimento degli ambienti, per le parole e contenuti dei dialoghi, per
l’interpretazione dei personaggi, che risulta più di maniera che
interiorizzata.

Una
ricerca di fedeltà storica che finisce invece proprio per tradire la storia
interiore con le tonalità affettive dei suoi passaggi psichici profondi e con
le tensioni emotive in gioco nell’incrocio dei legami fra i tre.

Così
lo spettatore si trova di fronte all’incendio emotivo che si scatena fra Sabina
e Jung, ma non gli è dato di comprendere quanta sia la complessità del lavoro
psicologico e del ‘method’ di Jung con Sabina, quanto profondo possa essere il
livello di intimità raggiunto nella relazione fra terapeuta e paziente, e
dunque, la potenziale pericolosità.

Non
emerge neppure la difficile, tormentata strada della sofferenza psichica
profonda di Sabina, il cammino travagliato fino alla guarigione, come si trovi
da paziente gravemente sofferente, a essere assistente di Jung ed acuta
interprete dell’animo umano.

Nell’episodio,
pur fedele ai fatti, della sospensione dell’analisi da parte di Jung, impegnato
con le reclute militari per quindici giorni, non c’è traccia del senso di angoscia,
del senso di perdita e abbandono vissuto da Sabina e del successivo
fondamentale lavoro interpretativo-relazionale chiarificatore, per l’evoluzione
della sofferenza di Sabina.

Come la passione fra Jung e la sua paziente possa nascere
e scatenarsi, qualcosa che lasci almeno intendere la presenza del transfert e
del controtransfert, inizialmente di stampo materno e poi paterno, non viene
mostrato da Cronemberg che invece più insiste sugli aspetti sadico-masochistici
della relazione concretamente agiti da Jung su Sabina con violenza e piacere
reciproco.

Viene pure trascurata la rabbia disperata di Sabina
allorquando, respinta dall’amato Jung, da lui abbandonata e svergognata agli
occhi di Freud, si trova anche 
scandalosamente derubata di quelle intuizioni teoriche che dolorosamente
aveva sviluppato a partire dalla sua tormentata storia personale. (Ricordiamo
che Sabina riuscì a pubblicare il suo famoso lavoro sulla pulsione di morte,
soltanto dopo Jung) .

Il
regista sembra voler orientare lo spettatore a imputare la maggiore
responsabilità dei cedimenti sessuali di Jung, più che alle dinamiche mosse dal
‘dangerous method’, dalla ‘talking cure’ freudiana, alle provocazioni perverse
di un altro paziente di Jung: Otto Gross. 

Gross,
uno psichiatra, tossicodipendente e perverso seduttore, obbligato dal padre, famoso
criminologo e penalista, a entrare al Burghölzli
per disintossicarsi, incita Jung ad avere rapporti sessuali con le
pazienti, canzona le sue remore e il suo ritegno, lo invita sulla strada della
sua stessa sfrenata passione sessuale.

A
sostegno di ciò, nel film, Freud deluso dal suo delfino, di fronte
all’inconfutabile realtà della relazione fra Jung e Sabina, dice amaramente a
Jung "Non avrei mai dovuto mandarle in cura Otto Gross".

Se vediamo tuttavia la relazione tra Jung e Gross come
dialogo interiore tra due parti in conflitto di Jung, Cronenberg, forse
inconsciamente, in questa parte del film, sta restituendo sia importanza alla
complessità del mondo interno scoperta da Freud, (ma anche) sia alla difficoltà
di  Jung di trattare per la prima volta e
in solitudine una materia così incandescente e ancora così sconosciuta come il
transfert.

"The
dangerous method" sembra essere un film che ‘manca d’anima’, potremmo dire
parafrasando il titolo del film, "Prendimi l’anima", che sullo stesso tema
aveva girato Roberto Faenza senza ‘timore’, a nostro parere,  di scendere nella perturbante profondità
degli affetti.

Settembre 2011