A proposito di “A Dangerous Method” (…prima della visione…)

Che
strano scrivere di un film prima di averlo visto.

Non mi è
mai successo…ma, come si dice, c’è sempre una prima volta.

C’è
molta attesa tra noi psicoanalisti appassionati (avevo scritto "amanti", ma,
visto il tema, forse è meglio scegliere un termine meno intenso…) di cinema.

È
cambiata di molto la nostra sensibilità nei confronti dei registi che in
qualche modo cercano di rappresentare il nostro mondo e la nostra professione.
Sappiamo quanta attenzione e ricerca venga svolta, quanti scrupoli ci siano e
quanto rispetto susciti, in generale, la nostra disciplina.

In
questa occasione la figura professionale di David Cronenberg rappresenta una
garanzia di qualità e di attenzione. Possiamo addirittura dire che il regista
rappresenti in qualche modo un nostro compagno di viaggio, dato che i suoi film
sono sempre interessanti, complesse e approfondite riflessioni sulla condizione
e sul funzionamento della mente umana. Basti pensare a Spider (2002), recensito
anche sul nostro sito
o a Crash (1996), spesso presentato e commentato in Cineforum o rassegne
psicoanalitiche.

La
vicenda raccontata nel film, come è ormai noto, è quella della controversa (o
meglio eticamente scorretta…) relazione tra Carl Jung e Sabina Spielrein,
futura psicoanalista, quando la stessa era una paziente di Jung. La scelta
narrativa segue gli scambi affettivi e relazionali dei due protagonisti,
intrecciati a quelli relazionali, professionali e affettivi in senso lato con
altre figure significative, come quelle di Sigmund Freud (mentore dello stesso
Jung), Otto Gross (psichiatra in analisi con Jung) e la moglie di Jung.

È
probabile che il grande pubblico (come è naturale) non sia al corrente di
questa complessa vicenda, anche se il film Prendimi
l’anima
(2003) di Roberto Faenza ebbe una certa risonanza e fu seguito con
attenzione sia dai media, sia dalla comunità degli psicoanalisti.

È vero,
comunque, che fu solo negli anni ’80 che la storia divenne nota tra gli
psicoanalisti dopo la pubblicazione del libro Diario di una segreta simmetria a opera di Aldo Carotenuto,
analista junghiano.

A
partire da quegli anni gli psicoanalisti che si sono occupati della Spielrein
si sono divisi tra quelli (pochi) che ricercano le tracce della sua
partecipazione e contributo allo sviluppo della psicoanalisi, quelli (la
maggioranza) che si tuffano nella vicenda scabrosa (chi attaccando Freud e
Jung, chi difendendoli) o dibattendo sulla sua salute mentale giovanile e
quelli (ancora meno numerosi) che cercheranno di indagare le implicazioni e
conseguenze della sua relazione segreta con Jung.

Forse a
causa di tutto ciò è frequente leggere commenti su presunte coperture o
occultamenti della realtà da parte degli psicoanalisti o dei loro organismi
rappresentativi.

In
realtà è oramai da parecchio tempo che gli analisti e le loro società di
appartenenza si interrogano e si occupano della possibilità (ahimè non così
remota…) che tra analista e paziente (in tutte le declinazioni possibili degli
incroci di genere) si mettano in atto relazioni a sfondo sessuale. Uno dei più
autorevoli esponenti della psicoanalisi americana e internazionale, Glen O.
Gabbard, ha scritto numerosi articoli sul tema, tra i quali un libro specifico.
La frequenza e importanza del fenomeno, da un lato questo potrebbe essere solo
la semplice conferma della potenza della sessualità e delle sue pulsioni nella
vita degli esseri umani (categoria alla quale appartengono anche gli
psicoanalisti…), dall’altro credo che dimostri e confermi a sua volta quanto la
relazione affettiva (anche reale) sia una componente estremamente potente e pericolosa
dentro lo scambio intimo e terapeutico che si stabilisce nella stanza di
analisi. In questo senso il termine "Dangerous", che potrebbe far storcere il
naso in maniera prevenuta a qualche collega, a me non dispiace preventivamente,
in quanto può davvero esprimere quanto "pericolosa" possa essere la
psicoanalisi, sia per i pazienti, sia per gli analisti, se professata al di
fuori di ambiti di formazione e di appartenenza ben garantiti.

Da
questo punto di vista sono molto curioso di vedere e capire come questo
delicatissimo, ma ineludibile tema sia stato trattato nel film che verrà
presentato a Venezia il 2 settembre e nelle sale il 30.

Le
segnalazioni storiche e sinottiche che la casa di distribuzione italiana
(B.I.M.) ci ha fatto avere (i
materiali stampa sono scaricabili dall’area press del sito
www.bimfilm.com) testimoniano sicuramente del grande impegno,
della estrema serietà, dell’immenso lavoro di ricerca e di ricostruzione che
tutti i protagonisti hanno messo in campo per una buona riuscita del film. Le
persone e i professionisti coinvolti, a ogni livello possibile, sono sicuramente
una garanzia di qualità.

Ho letto
nei resoconti della lavorazione quanta cura sia stata messa nella ricerca dei dettagli,
quanto gli attori abbiano cercato di trovare una profonda immedesimazione nei
confronti dei personaggi che dovevano interpretare. La stessa sceneggiatura, a
opera di Christopher Hampton, è tratta dal suo testo teatrale ‘The Talking Cure’,
a sua volta ispirato al libro ‘A Most Dangerous Method’ di John Kerr, che verrà
ora ripubblicato in Italia. Il produttore, Jeremy Thomas, ha lavorato a lungo con Bernardo
Bertolucci, mostrando una sensibilità verso le tematiche psicoanalitiche.

Ho
l’impressione che sia stata fatta una scelta più indirizzata verso la
ricostruzione storica (pare che sia stata dedicata una cura quasi maniacale
alla ricostruzione gli ambienti…fino a scoprire quale marca di sigari fosse
solito fumare Freud…), ma so per certo che nel caso della psicoanalisi, questa
misteriosa e affascinante disciplina che tanto ci prende e coinvolge, la storia
non può mai essere separata dall’attualità.

L’attesa
è ampiamente giustificata e cresce, quindi!

Aspetto,
ora, aspettiamo tutti, di vedere il film!

Sicuramente
avremo modo di parlarne, apriremo nuovamente uno spazio di dibattito pubblico e
ci confronteremo come sempre con passione e onestà intellettuale.

A
presto, allora…