American Sniper e The Imitation Game

“Contro la guerra: due grandi biografie al cinema”.

American Sniper
di Clint Eastwood, 2014, USA, 134 min.


The Imitation Game

di Morten Tyldum, 2014, GB, 113 min.

Di Rossella Valdrè

Due storie vere. Mondi apparentemente lontani: l’uno, la Seconda Guerra Mondiale e il ruolo decisivo che vi ebbe la geniale e tragica vicenda del matematico Alan Turin; l’altro, il conflitto tra America e Iraq dei giorni nostri, attraverso la singolare vicenda di un uomo, Chris Kyle, non noto ai più, che dall’autobiografia dello stesso protagonista, Clint Eastwood riabilita e fa conoscere al mondo attraverso un grande film.
The Imitation Game di Morten Tyldum (Gran Bretagna, 2014) e American Sniper (USA, 2014) prodotto e diretto dall’ultimo grande narratore epico, il sempre più perfetto Clint Eastwood, portano sulle scene due vicende cronologicamente e geograficamente lontane, due intimità personali dissimili e fortemente contestualizzate nei loro ambienti, ma che hanno immediatamente suscitato in me profonde, dolorose associazioni.
Cosa accomuna la biografia di un genio matematico, solo tardivamente riconosciuto in tutta la sua grandezza, e del cecchino americano noto per il più alto numero di uccisioni sul fronte iracheno, tanto da essere chiamato “il diavolo” dagli insurrezzionalisti e “leggenda” dai compagni di pattuglia che lo ebbero con loro per mille giorni?

La guerra. La sua ferocia, la sua insensatezza pur a partire da una necessità storica (a seconda dei punti di vista, ma i film rappresentano, non giudicano), la sua cecità di fronte a tragici destini individuali di uomini che, dotati di un talento e di una particolare fiamma interiore, sebbene molto differente, vi hanno dedicato e perso prematuramente la vita. Non per e durante la guerra in sé, ma pochi anni dopo, schiacciati da responsabilità e conseguenze indelebili alle loro coscienze, impossibilitati a riabilitarsi in una vita “normale” dopo essere stati protagonisti della Storia, dopo aver contribuito a scriverla.
Due modi, strategie diverse di stare dentro la guerra, di escogitare ingegno per vincerla, profondamente coinvolti, vittoriosi e vittime di qualcosa che si rivela più grande di loro: sulle spalle di poco più che trentenni, i film illuminano chiaramente il peso di responsabilità enormi. Chi uccidere e chi no, in che tempi, in che modi, con che priorità. Può un uomo sopravvivere a tanto?

The Imitation game è il sentito e accurato adattamento cinematografico della biografia di Alan Turin, il geniale e strambo matematico inglese che, appena laureato, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, viene assunto dal governo inglese per decodificare e decriptare, insieme ad un gruppo di scelti colleghi che dopo un’iniziale ritrosia finiranno per affidarsi a lui, il misterioso codice nazista Enigma, ritenuto fino ad allora del tutto impenetrabile. La posta in gioco è altissima: vincere la guerra, sottrarre un’Inghilterra e un’Europa straziata dal nazismo alla totale devastazione. Vincolato al più stretto e rigoroso segreto, il giovane Turin dedica tute le sue energie ad inventare una macchina, a cui ciecamente crede fin dall’inizio, che si rivelerà, in effetti, in grado di decifrare Enigma. In un misto di tenacia, dedizione assoluta e sprazzi di intuizione come ci si aspetta dal genio, con mezzi ancora rudimentali, la macchina di Turin non solo permetterà di scoprire Enigma e vincere, due anni dopo, la guerra, ma pone le basi per quelle macchine intelligenti che hanno modificato per sempre l’uomo contemporaneo: i computer.
Ma al genio cui sarebbe bastato ‘giocare’ con la sua macchina, ex bambino appassionato di cruciverba, un governo a suo modo spietato con l’unica priorità di vincere la guerra non chiede solo la decriptazione: anche una volta svelato il codice, chiede di prendere tempo per non essere subito compresi dai nazisti, chiede di decidere strategicamente dove colpire e dove no, chi salvare e chi no, caricando il fragile Alan e il suo gruppo di un’enorme responsabilità. L’Inghilterra, come sappiamo, ne uscirà vittoriosa, abbandonando però questo suo eroe della pura intelligenza, un uomo mite, ossessivo, costretto dai tempi ad un duplice segreto: non solo non rivelare il suo lavoro ma, in epoca in cui la cosa è illegale, anche la sua omosessualità. Il segreto, avrebbe potuto essere un altro titolo del film. Omosessualità che, di per sé, non avrebbe importanza e il film ha il merito di far conoscere senza soffermarvisi ma che, negli anni ’40 e ’50, è ancora perseguitata nel Regno Unito. Dimenticato, isolato e perseguitato, nel ’51, dieci anni dopo la fine del conflitto, Turin è condannato alla castrazione chimica per evitare il carcere, ridotto dai farmaci alla totale impotenza creativa. Si suicida a 41 anni.

Anche il texano Chris Kyle, dalla cui autobiografia è tratto il film, è a suo modo una solitaria vittima di una macchina stritolante. Bambino cresciuto nel culto paterno della violenza in nome del “difendere chi ami”, inadatto alla noia della vita civile, Chirs entra nel ’99 a far parte del corpo del Navy Seal, ristretto gruppo di cecchini allenati nei modi più duri per combattere sul difficile fronte iracheno. Chris ne ha tutte le qualità: determinazione, forza, concentrazione, coraggio, un sincero nazionalismo, la voce paterna che impone di “difendere il gregge dai lupi”, incessante dentro di lui. Arruolato nel 2003, parte per quattro turni (ritmo con cui è scandita la narrazione) e si guadagnerà la fama di “leggenda” tra i colleghi, il più abile tra i tiratori, il più capace, senza cedimenti ma non privo di umana sensibilità, temuto dai nemici come “il diavolo”. Nel frattempo si sposa, ha una famiglia, due bambini a cui tenterà, a suo modo, di trasmettere i suoi valori una volta tornato a casa. Ma come Alan Turin, anche Kyle ha il destino dei reduci. Dei reduci per sempre, comunque: la fine storica del conflitto non corrisponde alla fine emotiva dentro di loro. In modi diversi, della macchina di guerra restano entrambi prigionieri.
Può un giovane uomo partito in fondo inconsapevole, per avere un ruolo nel mondo e stima di sé, può riadattarsi a una vita senza armi, senza bersagli, senza “nemici”, in una tranquilla assolata città californiana? A quello che una psichiatria categorizzante chiamerebbe ‘disturbo post-traumatico da stress’, Chris risponde con l’intelligente stratagemma di continuare a “stare” nella guerra attraverso l’occuparsi dei reduci. Li aiuta a riabilitarsi, a sentirsi ancora uomini “con le palle”, empatizzando con l’unico mondo che conosce, con l’unico fronte in cui si sente utile e non dannato dal ricordo. Vi è un accenno di ripresa, nel prendersi cura di questi pezzi umani dalle gambe diventate protesi, dalle mani di plastica che possono giocare alla guerra ormai solo con lui, al poligono di tiro. Qui, da un veterano disadattato di cui si prende cura, viene ucciso nel 2013. Sopravvissuto al massacro del fronte iracheno, muore per mano di un folle in un banale poligono di tiro. L’America lo onora.
Se l’Inghilterra, scabrosamente, riabilitò la figura di Alan Turin solo ufficialmente nel 2013 (!), Eastwood chiude la sua epopea col solenne funerale di Chris Kyle.

Grande cinema. Visionario, potente, eppure asciutto, realistico. Biografia di dramma individuale che assurge a metafora e narrazione universale dell’insensatezza di ogni guerra, di come l’individuo più dotato vi venga stritolato, reduce per sempre, menomato a vita condannato alla memoria e a essere diverso da tutti. Più squisitamente biografico il primo, ovviamente, più votato alla grande narrazione con scene sublimi di orrore il secondo, forse per l’averli visti in tempi ravvicinati, immediata dentro di me l’associazione, il senso profondo di un film rouge che li accomuna e che vi propongo.
Grande regia e cast perfetto, sia con Benedict Cumberbacht nei panni di Turin, che con Bradley Cooper i cui occhi azzurri centrati nel mirino, la mascella volitiva e il corpo da guerriero, ci accompagna per tutto lo scorrere del film. Se Eastwood aveva già dato prova di grandi capacità nell’evocare la narrazione bellica e l’interrogarsi critico dell’America contemporanea con i precedenti del 2007 ‘Flags of our fathers’ e ‘Lettere da Iwo Jima’, con American Sniper la dolente nota biografica nulla toglie alla grande narrazione, ma aggiunge un personale punto di vista umano che arricchisce il film e aiuta, come nel caso di Turin, un’immediata immedesimazione da parte di tutti noi.

Due destini lontani e simili che la grande macchina del cinema rende noti al mondo, grazie a quella forza che le sole autobiografie letterarie non avrebbero avuto, di imporsi al nostro inconscio attraverso la forza bruta dell’immagine, il reale trasfigurato in immaginario non solo personale, ma collettivo.
Un’amara riflessione a margine, uscendo pensosa dalla sala…è anche grazie a uomini così, noti e meno noti, alle loro personali devastazioni non sempre riconosciute, che viviamo in un mondo relativamente sicuro, relativamente democratico, dove il fronte, il complotto, i servizi segreti, i conflitti sono sentiti come altro da noi. Lontani, televisivi, magari argomenti da salotto. Ma la Guerra esiste davvero…

“il sentimento di assurdità potrebbe colpire un uomo in faccia ad ogni angolo di strada”.

A.Camus

Gennaio 2015