Amour

Michael Haneke, 2012, Austria-Fr-G, 127 min. 

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commento di Amedeo Falci

L’HÔTE INATTENDU

Inusuali, per un autore come Haneke, i due inserti onirici in questo suo “Amour”. Nel primo, Georges sente il campanello alla porta, apre, si trova in un “esterno” scala degradato, disabitato ed irreale, si inoltra in corridoi che non promettono nulla se non vuoto ed inquietudine (i corridoi di incubo e follia di “Strade perdute” di Linch?). Lì, dove la luce termina ed il buio avanza: „c‟è nessuno‟. Georges affonda i piedi in acque inaspettate, mentre una mano emerge da dietro di lui, tappandogli la bocca e il respiro. Si sveglia in preda all‟ incubo, accanto alla moglie gravemente ammalata, incamminata verso la fine.
La morte. Ecco l’ospite inatteso a cui non si riesce a pensare. Ma è lì. In un’interessante scena degli inizi, noi, pubblico cinematografico siamo a lungo posti di fronte ad un pubblico che si accinge all’audizione di un concerto. Un rassicurante quadro di vita agiata colta raffinata. La messa in scena è il nostro “specchio”. Siamo noi stessi. Guardatevi!L’ospite inatteso giunge silenziosamente. Inaspettatamente. L’afasia e l’amnesia momentanea di Anne che sopraggiungono in pieno benessere, come da linguaggio medico. E lei poi dice: ma no, non è nulla.Inusuale anche questa aura di (apparente?) “pietà” che pervade questo nuovo film di Haneke. Autore decisamente tra i più importanti – dopo il superbo “Il nastro bianco” – e difficili del panorama europeo, e che meriterebbe letture critiche molto più approfondite. Ma anche tra i più „duri‟. Regista tra i meno forniti, sembrerebbe, di compassione verso i suoi personaggi e verso il suo pubblico. Haneke non è un regista a cui si possano attribuire movimenti di solidarietà verso le „sue‟ vittime. A cominciare dall‟ agghiacciante autodistruzione familiare del “Il settimo continente” (1989), a continuare con la crudeltà adolescenziale di “Benny‟s video”(1992), con la anemotiva e automutilatoria protagonista de “La pianista” (2001), con l‟ autosgozzamento repentino e la violenza fredda e osservata da lontano in “Niente da nascondere” (2005), con gli sconvolgenti e „divertenti‟ esercizi di sadismo senza senso dei due “Funny games” (1997, 2007), fino agli „innocenti‟ puri adolescenti criminali, nel migliore film, finora, di M.H., Il nastro bianco (2009). (Confesso che la visione, dei due Funny games, – il primo girato in Austria, il secondo nella versione americana – ha tuttora, per me , un impatto altamente disturbante, con una pervasiva opprimente angoscia, proporzionale alla totale ineluttabilità e gratuità dei giochi di morte messi in atto dai due „angeli‟.)Proprio in associazione alla comune origine austriaca, direi che Haneke – e questo non gli dispiacerebbe – ricorda molto della scrittura antiborghese, senza concessioni, senza morbidezze, dura ed „antisimpatetica‟ di Thomas Bernhard. Solo con meno ironia e con molta molta più ossessiva insistenza sulle crudeltà.Dunque: questa persistente lontananza dello sguardo di H. rispetto a qualsiasi empatia con la sofferenza e le vittime. Si tratta di una assenza etica? O, come paradosso, di una particolare posizione etica che ci dice che questa è la realtà umana, o meglio che questa è la natura umana, o meglio ancora, che questa è la natura. H. fotografa da lontano i suoi „oggetti‟. Come i modelli meteorologici danno le mappature di uragani, nubifragi, tempeste e quant‟ altro, senza restare affetti da preoccupazioni valoriali umane. È solo la natura.Il suo punto di vista è di inquadrature ferme, remote, che non „scavano (affatto) le psicologie dei protagonisti‟ – come si direbbe in cinematografese.H. non è autore „psicologico‟, o da „simbolismi psicoanalitici‟. Anzi direi che ne rifugge con tutte le sue intenzioni. Se rappresenta in scena i volti della famigliola destinata senza ombra di incertezza ad un sicuro sterminio (“Funny games”), la sua ripresa è nitida, ferma, sterilizzata e lontana. Gioca con le implicite crudeltà a cui ci ha assuefatto la tv, giocando sull‟ equivoco che si tratti di un video gioco, con i suoi rewind and start. Potrebbe essere una finzione a cui assuefarsi. Con la sua freddezza „an-etica‟ (?) ci mostra l‟invalicabile barriera tra le (non)ragioni della crudeltà e le vittime. Che devono solo accettare. Anche se capita di rivedere i film di H., parteggiamo emozionalmente, quindi inutilmente, per esse – le vittime – (mirror sistems?). Come se volessimo evitare i determinismi della natura (e le scelte del regista). Non dovrebbero morire, questi innocenti. Ma accadrà.Potremmo anche insinuare l‟ impressione di H. come un autore anti-moderno, nel senso di antitetico a posizionamenti relativistici, psicoanalitici, pluralistici. Non ha esitazioni, invece, a perseguire un impianto classico, antico, da tragedia. Non è dato di sfuggire al volere del destino. Non ci sarà mai dato di penetrare il senso del male. Il personaggio di Anne lo sottolinea intensamente, da corifèa, in tutta la seconda parte del film, con il suo ripetuto: “male… male… male…”. Che non va inteso come: “ho male”. Ma più propriamente come : [questo] è male”.Tuttavia noi siamo, stavolta, ammessi all‟ universo privato di questa coppia che „è noi‟. La fotografia indulge sui volti invecchiati di Georges ed Anne. Sulle rime palpebrali slabbrate. Sulle loro andature incerte e vacillanti. Sulla lentezza dei movimenti. Georges ed Anne non a caso scelti in due attori protagonisti, da giovani, di una delle migliori stagioni del cinema francese. Adesso valicati gli 80 anni. Due splendide prove che reggono grandiosamente l‟intero film e di cui è difficile dire chi sia migliore. Affiancati da una meravigliosa Huppert, sempre perfetta, sempre grande nel suo lavoro di sottrazione (l‟ ossimoro è meritato).C‟ è forse un sospetto che il regista ci stia avvicinando, in questo film, ai personaggi. Che possa rendere possibili delle „identificazioni‟. Ricordate la scena „programmatica‟ del pubblico cinematografico riflesso nel pubblico della sala concerti. Guardatevi!Personaggi psicologicamente identificabili in un‟ „interno intimo‟. I luoghi della nostra intimità familiare. Stanza da letto, la cucina dove si mangia, bagni, soggiorno. Contrapposti ad un esterno che non esiste. Non vediamo mai un fuori. Se scorcio viene dato, è quello dell‟ esterno scala orribile e da incubo. Dove un ascensore perennemente guasto e sbarrato rende tangibile una rappresentazione di isolamento dal mondo. È la vita dei vecchi? È l‟approssimazione de „l’ hôte inattendu‟ che comunque ci troverà sempre soli?Nell‟ attesa, tutto si ripiega nelle risorse degli spazi interni. La musica (ma Anne, per bizzarria della sua decadenza mentale, o per il non potere più resistere al dolore degli ultimi ascolti, ne interrompe subito l‟ ascolto). I quadri di paesaggi. (Ma senza figure umane). La lettura.Anche una figlia distratta ed incapace di reggere l‟ angoscia della malattia e della morte sembra appartenere ad un esterno che nulla vuole/può capire. In un radicale pessimismo che niente e nessuno, del mondo sociale e del mondo esterno, ci possa accompagnare all‟ estremo.Stavolta l‟ agonia – di entrambi i personaggi – è seguita con attenzione. La decadenza del corpo, dei linguaggi e del pensiero. I gesti della cura. I gesti dell‟ amore. I gesti della pazienza e della non sopportazione. Interessante questo spiazzamento di H. che mette l‟ uomo nei panni, insoliti per il genere, della cura e dell‟ accudimento.Quindi riemerge il tema morale. Il titolo morale. Non “L‟ Amour”. Ma “Amour”. Come una appartenenza alle categorie delle Virtù. (non Cardinali e Teologali: „Amore‟ non è tra di esse). Quelle Virtù che permettono di reggere l‟ approssimarsi dell‟ ospite inatteso. Amore, pietà, tolleranza.Ma sarebbe troppo pensare ad una svolta „benevola‟ di H. Perché il dispiegamento di „Amour‟ non nega il dare la morte. In un gesto velocissimo ed imprevedibile che è evidentemente il „kairòs‟ del protagonista. Quello è il momento giusto. Prima di ripensarci ancora. Perché meglio „liberare‟ – come dirà Georges per il piccione – nel momento in cui c‟è ancora un barlume di vita che accettare il ricadere nel degrado del corpo e della mente.La durissima e faticosa scena di „liberazione‟ del piccione (l‟ ultima, giacché la prima era solo un „ingenuo‟ tentativo di restituire al „volo‟ l‟ animale) sfida le precedenti affermazioni di H. come un autore antipsicologico e, soprattutto, antisimbolico. La „liberazione‟ (leggi: soppressione) del volatile che cos‟è? Un totale e tremendo rigetto, se si vuole, di ogni ipotesi religiosa, di un altro mondo, diun volo in cielo, di uno Spirito Santo. Lettura simbolica. Alta. Ovvero si tratta, molto più modestamente, solo della rappresentazione di una umana, umanissima, intolleranza dei tormenti arrecati dalla malattia, dal degrado, dalla fatica, dalle invasioni „piccionarie‟. E farla finita con tutto. Far sparire tutto. Come anche Georges farà a breve con se stesso. Lettura concreta, pragmatica. Bassa.Solo il sogno…. L‟ ospite inatteso non è la morte, è il dispiegarsi necessario ed indifferibile della natura. “Matrigna” (G.L.). “Male… male… male” (Anne /Haneke). Di fronte a cui non possiamo nulla. Haneke sa rendere tutto questo in modo tremendamente, e spesso insopportabilmente, visibile. In un finale dove non c‟è consolazione, non c‟è fede in un altro universo di esistenza che ci possa accogliere, solo il (secondo) sogno restituisce la libertà. Solo il sogno di ritrovare la compagna viva e scomparire insieme ad essa.In un film che merita di essere assimilato ad una sorta di “Operetta morale”, non è chiaro se H. sia tentato da una impercettibile avvicinamento alla „pietà‟. (Lo vedremo in seguito). O se stia solo rappresentando le nostre illusioni, come parte degli inganni della natura. Come il sognare. “Guardatevi!”.

novembre 2012