Arrivederci ragazzi

di L. Malle, 1987, Francia, 104 min.

commento di Paola Catarci

Questo film di Luis Malle, del 1987, ha una origine particolare: è un suo potente ricordo autobiografico. Malle ha dichiarato che la sua vocazione di regista ha avuto origine proprio da questo episodio.

“…fu un trauma tale che mi ci vollero molti anni per superarlo, per cercare di capire, quando, ovviamente, ero così giovane da non poter capire. Giunsi alla conclusione che ci fosse qualcosa di sbagliato nel mondo, e cominciai a ribellarmi…”

Il film si conclude con la cattura, da parte della Gestapo, di tre ragazzini ebrei, che erano stai accolti e nascosti nel collegio dei Carmelitani di Fontainbleu, lo stesso frequentao da Malle in quegli stessi anni.

La voce fuori campo che dichiara di non aver mai dimenticato quella scena è quella dello stesso regista, che ha voluto così esplicitare la dimensione autobiografica di questa sua opera ed onorare una sorta di debito della memoria che portava con sé da allora.

E’ da notare però che il film è del 1986: sicchè Malle ha “dovuto” aspettare i suoi cinquanta e più anni – come peraltro ha raccontato in molte interviste – prima di poter ripercorrere, rivisitare, traendone un bellissimo film, la vicenda che lo ha visto protagonista. Ma protagonista di cosa?

Forse della stessa cattura del suo amico, come la scena della irruzione in classe della Gestapo lascia intuire ?

Io direi che prima di questo, Malle ha voluto donarci, e donare a se stesso, il ricordo della nascita e della brutale e improvvisa interruzione di un’amicizia speciale, come ne accadono forse solo in quel particolare momento della vita. Mi riferisco all’arco di tempo che si situa tra lo splendore inconsapevole dell’infanzia, e la dolente, ed allo stesso tempo gioiosa, scoperta del mondo e delle relazioni , com’è tipico del processo adolescenziale. E’ questa l’area che commenterò, prima di affrontare il tema dell’Olocausto e del collaborazionismo.

Malle ci offre il racconto, la descrizione del crescere di un rapporto di affinità elettive così tipico del tempo della prima adolescenza: la scoperta di un amico come alter-ego, il rapporto con l’altro da sé come fucina della costruzione dell’Ideale dell’Io, elemento tipico della prima adolescenza, e fondamento della costituzione dell’identità.

Nel corso del film assistiamo al lungo percorso di avvicinamento che porta Julien, il protagonista, a scoprire in se stesso la lealtà verso l’amico Jean Bonnet. Non prima però di aver soddisfatto la sua curiosità nello scoprire chi veramente è Bonnet, così bravo, così saggio, così profondamente “ideale”, potremmo dire.

Il primo adolescente si rivolge all’amico dello stesso sesso, che assume un’importanza senza precedenti nelle sue relazioni. La scelta segue il modello narcisistico, nel senso che il soggetto stringe amicizie che esigono l’idealizzazione dell’oggetto: alcune caratteristiche di esso sono ammirate ed amate perché il soggetto stesso vorrebbe possederle, e nella relazione le vive come se fossero anche sue.

Il protagonista Julien vivace, smaliziato, insolente, arrogante ma anche timido, sembra annusare Jean, intuirne il valore, ma anche la dimensione di estraneità che porta con sé. Il sentimento di rivalità che prevale nella prima parte del film, può sciogliersi solo nel momento della condivisione gioiosa, al riparo dagli sguardi degli adulti,- al momento dell’allarme aereo- nella suonata a quattro mani del boogie-woogie.

La musica diventa così un terreno di confronto su cui misurare la loro stessa identità, ma anche la loro diversa capacità di possedere il mondo.

Il tempo della prima adolescenza è, quasi per definizione, un tempo di passaggio e trasformazione:

in questo senso il film è pieno di riferimenti metaforici che ci aiutano a cogliere il farsi di questo passaggio.

Si apre con la scena alla stazione, luogo di transito, di arrivi, partenze, di separazioni: assistiamo infatti alla separazione tra Julien e la madre, piena di sofferenza e dolore reciproci.

La relazione di Julien con la madre è un legame molto passionale, all’insegna dell’attaccamento edipico: sembra porsi come paradigmatico per spiegare le difficoltà che l’adolescente maschio incontra ad allontanarsi dalla madre dell’infanzia, figura fantasmatica di cui mantiene la nostalgia per tutta la vita.

Ancora il passaggio attraverso la foresta e le gole di Fontainbleu, per sentire di aver vinto, aver passato la strettoia del rito di iniziazione, ( da notare come Julien ghermisca una punta di ghiaccio, una sorta di spada nella roccia) lontano dalle sicurezze del convento, condividendo l’esperienza col suo nuovo amico.

E tutto questo inserito in un momento drammatico, di passaggio della Francia stessa, dal governo di Petain e dell’occupazione nazista, alla imminente liberazione ed arrivo degli alleati.

E poi ancora parlo di passaggio perché la guerra, gli orrori, i sentimenti di odio e di paura entrano nella trama narrativa del film nella misura in cui vengono percepiti dai ragazzi stessi. Assistiamo inizialmente alla vita quotidiana del collegio, alle (relative) privazioni, ai giochi, al freddo: la telecamera “gira” ad altezza dei ragazzi, restituendoci una visione quantomai soggettiva del tempo e degli eventi.

Il regista, in molte interviste, ha dichiarato che la sua è stata una ricostruzione molto soggettiva:

“La verità è che ho inventato molte cose, ne ho aggiunte, ne ho cambiate. Penso che la memoria è qualcosa che non è stabile, fissa. La memoria è una cosa complicata e piena di angoli segreti, di misteri”.

In questo senso il film è un buon esempio del lavoro della “posteriorità”, l’elaborazione che avviene quando si assegnano nuovi significati ad elementi del passato, alla luce delle rappresentazioni, dei nuovi investimenti  del presente.

La scena della denuncia, in classe, di cui parlavo all’inizio, è stata “inventata” da Malle per veicolare la sua convinzione di adulto, per la quale c’è una quota di responsabilità individuale che tutti noi abbiamo nel dispiegarsi degli eventi che ci circondano.

“L’ho scritta così. Dopo mi sono chiesto perché l’avessi scritta così. Ora lo so. E’ perché, nel corso degli anni ho finito per pensare che anch’io ero responsabile dell’arresto di Bonnet. Io e gli altri: eravamo tutti responsabili”

Eppure l’approccio di Malle è scevro da moralismi e da prese di posizione. Il regista cerca di evidenziare le contraddizioni e la complessità delle situazioni, più che assumere una posizione netta. E’ volutamente non ideologico, non dicotomico: il bene è di qua, il male di là.

A cominciare dalla figura di padre Jean, così generoso da pagare con la vita il rifugio offerto ai ragazzi ebrei, eppure così sordo al bisogno di rifugio ed indulgenza del servitore Joseph ( e sarà proprio questo ciò che lo perderà). Passando poi agli stessi nazisti, più sensibili al fascino della madre di Julien che all’esclusione dell’ebreo, ( nella scena del ristorante) oppure capaci di cure ( quando offrono le coperte ai due smarriti nella foresta).

Ho nominato Joseph, personaggio non secondario: è l’anti-eroe, la rappresentazione stessa della banalità del male. Joseph sperimenta un grande senso di ingiustizia: è diseredato, handicappato, vessato; a sua volta trova qualcuno da vessare e disprezzare, gli ebrei, e con questo esercizio si sente in salvo. Gli ebrei possono essere disprezzati più di sé stesso.

Joseph è amico di Julien: trafficano assieme, ma Joseph, più grande, conosce il segreto, la dolcezza delle donne. Julien gli fa domande, cerca da lui i significati delle parole che ancora non conosce, rimane annichilito ed incredulo quando realizza che è lui il delatore.

Di nuovo, in questa scena, si ripropone il messaggio per cui siamo tutti responsabili.

La scoperta del tradimento di Joseph veicola il cambiamento di prospettiva che determinerà la crescita di Julien; egli sarà obbligato a lasciare l’assunto infantile per il quale gli eroi di una giusta causa sono sempre vincitori e salvi: non lo era Scherazade, eroina prigioniera nell’harem del sultano; non lo era Charlot, capace di conquistare la giovane emigrante, ma vinto dal sistema poliziesco; ed infine non era vincitore padre Jean, la cui cattura, nella bellissima ed articolata sequenza finale, insegnerà a Julien – e a tutti noi-che si può essere un giusto e non essere salvato.

Novembre 2014