Bella addormentata

 

Marco Bellocchio, Italia, 2012, 110 min. 

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                 “Dormi? Non ti svegli?” disse il vecchio Eguchi, forse soltanto per toccare quella mano (…..) 

                                         Sapeva che la ragazza non si sarebbe svegliata…..

 

                                                              Y. Kawabata, La casa delle belle addormentate

 

 

La poetica del reale 

Forse troppo legato alle vicende italiane, così è stato detto dell’ultimo film di Marco Bellocchio per non avere vinto all’ultimo Festival di Venezia….può darsi. 

Certamente a noi pare, al contrario, che la favola triste di Bella addormentata  (o meglio: delle belle addormentate, come vedremo) sia invece riuscita nel non facile intento di lasciare sullo sfondo, ma incessantemente proiettata, la vicenda di cronaca affidandola alla sola voce realistica dei Telegiornali, per sviluppare un registro narrativo originale, profondo, e niente affatto privo di quella poetica del reale così peculiare nell’ultimo Bellocchio, che è di per sè universale.

A tre anni dalla morte (o potremmo dire, dalla morte definitiva) di Eluana Englaro nel febbraio del 2009, chiuse le polemiche, le diatribe, il serio dibattito non disgiunto mai, nel nostro Paese, alla più becera propaganda, il cinema di Bellocchio ha potuto riavvicinarsi a questo che fu uno dei cosiddetti ‘casi di coscienza’  che hanno occupato le pagine dei media per anni, non per farne un manifesto idelogico, per sposare una tesi o un’altra, nè all’opposto una pura metafora favolistica o simbolica, ma riuscendo appunto a tradurre un complesso caso di cronaca in quello che mi piace definire un reale poetico. Come in ‘Buongiorno, notte’ del 2003, dove il racconto del rapimentoe l’uccisione di Aldo Moro era affidato prevalentemente al pensiero e al sogno della brigatista che ne ebbe la custodia negli ultimi giorni di prigionia, in Bella addormentata non entriamo mai direttamente nella stanza clinica di Eluana o nella vita del padre, ma entriamo nelle case, nelle menti e nei sogni dei personaggi a cui il regista affida, in parallelo, il progressivo svolgimento del registro narrativo.

Tre storie parallele, in quegli ultimi convulsi giorni in cui l’attenzione mediatica dell’intero Paese è convogliata su Eluana, la giovane donna in coma vegetativo da 17 anni a seguito di un incidente, e da allora diventata una sorta di icona tra le opposte fazioni di chi ne invocava la libertà di coscienza staccando la spina che artificialmente la teneva in vita, e coloro che equiparavano un tale atto ad un omicidio. Tre storie, narrate non perdendo mai di vista il reale di fondo, la spaccatura dell’opinione pubblica e delle forze politiche non riducibile a cattolici e laici, ma ricca di opinioni trasversali, problematiche e sofferte, non priva di fanatismi e opportunismi partitici, il tutto affidato, come detto, alla sola voce dei media televisivi.

Un senatore di Forza Italia, allora partito di governo, si dibatte internamente in un problema di coscienza e libertà di scelta che lo porterà infine a dimettersi dal Senato. In quei pochi giorni, è alle prese col suo doloroso conflitto interno, il difficile rapporto con una figlia ultracattolica che gli si oppone, e il ricordo dell’amata moglie che, come le molte Eluane nei letti d’ospedale, gli chiese di lasciarla pietosamente morire. In un ospedale romano, parallelamente, un giovane medico ricovera una tossicodipendente decisa a farsi fuori, e senza esserne obbligato (anzi, contro il parere dei superiori) ne veglia il sonno profondo della sedazione, finchè non si risveglia, bella addormentata ostile e nevrotica, provocatoria come molti tossici, che lui è deontologicamente deciso a tenere in vita, a fare sì che non si butti dalla finestra una volta risvegliata…. E ancora, in un elegante e algido quartiere romano, un’attrice di teatro vive ormai interamente dedicata a vegliare e tenere in vita la figlia in coma, un’altra bella addormentata che mai si risveglierà, preziosamente accudita da suore silenziose e musica da piano, in una sorta di immobile, funereo e al tempo stesso incantato presente che pare congelato, immacolato, senza tempo. La madre – forse il personaggio più bello e controverso del film, splendida Isabelle Huppert che si muove statuaria tra i rituali congelati del presente e i tormentati sogni dei suoi brevi sonni – non ha più alcun interesse vitale, se non tenere in vita questo giovane, biondo fiore mai sbocciato. In ognuna di queste famiglie, di questi mondi colpiti dall’improvviso sonno delle belle addormentate, si muovono pochi, rarefattipersonaggi a latere, importanti nella dinamica del conflitto, ma non centrali, portatori di un qualche elemento trasformativo o riflessivo, come il breve ma intenso innamoramento della figlia del senatore (che andrà ad umanizzare le sue rigide convinzioni), o la scena oniroide dei parlamentari al bagno turco, anime morte alla Gogol terrorizzate dalla perdita del Potere.

Le belle addormentate, potremmo dire, sono fra tutti noi; dormono silenti nelle case, nelle camere d’ospedale, vegliate da medici attenti o parenti lacerati nel conflitto, ricordate da messe e preghiere, osannate nelle piazze o sepolte nelle coscienze. Come nella favola o nel romanzo di Kawabata, aldilà delle cause, è come se fossero cadute vittime, giovani e belle, di un incantesimo che le imprigiona in un’eterna, virtuale giovinezza. Sono vive? sono morte? nè vive nè morte, le belle addormentate?

Seppur intuibile la posizione personale del regista, la macchina da presa si mantiene sempre alla giusta distanza dalla presa di posizione o dal commento urlato, lasciato invece alle eloquenti immagini dei Tg di quei giorni (invero squallide nelle parole faziose e persino offensive dell’allora capo del Governo). E’ altrove, che va a posarsi il nostro sguardo. Non si tratta propriamente di un film sulla vita e sulla morte, a mio parere, come a una prima sensazione può sembrare, sulle scelte etiche intorno al fine vita, alla libertà di coscienza o meno, al concetto stesso di vita che non tutti intendiamo allo stesso modo, la vita stessa rappresentando per ciascuno qualcosa che inizia col concepimento o con la nascita, e finisce quando? con la morte biologica, o delle funzioni vitali, o cerebrali, o cos’altro? in un appassionante dibattito che investe tutta la società e il mondo scientifico da tempo, e da cui il film trae spunto, ma  in cui sapientemente non entra.

Bella addormentata è un film sui legami, sui legami che lasciano andare, che lasciano morire e quindi, forse, poter vedere una rinascita, e sui legami indissolubili, folli, che non lasciano andare, che non lasciano morire, non consentono distacchi. Ecco allora l’attrice pietrificata nel museo del suo lutto impossibile, che veglia l’eterna adolescente bionda impedendole di andarsene, tenacemente, dimenticando così i legami con gli oggetti vivi, il marito, il figlio, la sua carriera, poichè tutta la libido, diremmo noi, è vischiosamente legata a un oggetto morto, perduto, che si pretende di mantenere illusoriamente in vita. Ma ecco anche il senatore che, su richiesta della moglie stessa morente, la lascia invece andare, ne consente il distacco e sarà questo lutto a rendere possibile il suo ripensamento politico, le dimissioni, lo stesso mutamento nella figlia….Nelle stesse ore l’altra bella addormentata, intanto, la tossica ribelle (la vicenda più ‘positiva’ del film) che si risveglia, si lascia infine salvare alla vita dall’unico rapporto umano che l’ha raccolta, un medico tra gli altri, non ancora scivolato nel qualunquismo e nel cinismo. E ancora, il legame con il Potere, il Potere del Palazzo è qualcosa che gli uomini non riescono più, tranne il senatore, a lasciare andare: nel racconto dello stanco psichiatra che “prescrive solo medicine” per tenerli in piedi, vagano come spettri per il centro cittadino, bramosi di una televisione che li inviti, di un occhio che li guardi (se dovessi scegliere un’immagine-simbolo del film, senza dubbio il bagno turco del Potere, dissolvenza di anime moribonde in quello che sembra un sogno dell’autore).

Non mancano, in questa complessità narrata con molta essenzialità, gli accenni e le sfumature incestuose dei legami indissolubili: i due fratelli che dormono insieme preferendo il loro legame alle scelte amorose, la rapida carezza della Huppert ad un figlio che non riesce,  che non può crescere, vincolato com’è da un amore materno negato, sempre rivolto al fiore della bella addormentata. E non mancano, come abbiamo visto, le aperture alla speranza e al cambiamento che l’amore può dare, l’amore tra gli uomini in senso lato: il medico, il senatore e la figlia, facendo il lutto delle loro perdite, accedono ad una posizione emotiva diversa, si dischiude per loro qualcosa di nuovo…..

Freud si chiedeva come mai, in Lutto e malinconia del 1915[1], fosse per noi tanto difficile staccarci da un oggetto amato e perduto, per quale mistero ciò che dovrebbe essere un movimento fisiologico e opportuno è invece causa di tanto dolore, di tanta “pertinace adesione all’oggetto” anche quando questo risulta sconveniente, antivitale e ci conduce ad ammalarci, come gli onorevoli spettrali orfani del Potere o l’attrice pietrificata. Non vi sono facili giudizi, in Bella addormentata, nè pedagogici moralismi; ognuno sceglie come può, costretto da un mondo interno che non può fare diversamente, in certi casi, come dice il marito dell’attrice, lei ormai non può vivere che così. Solo l’inconscio, nel borbottio del sogno finale, si consente quei dubbi, quei movimenti che la coscienza pietrificata non accetta: le mani non sono pulite, non ho abbastanza fede…..

 

“Non ti svegli dunque? Non ti svegli? – e Eguchi afferrò e scosse la spalla della ragazza, quindi le sollevò il capo.

                                                                        “Non ti svegli dunque? Non ti svegli? 
                                                                                         

                                                                                      Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormetnate[2]

Ottobre 2012

pubblicato anche in psychiatryonline 

 

[1] Freud S. (1915): Lutto e malinconia, O.S.F, p. 104

[2] Y. Kawabata (1960): La casa delle belle addormentate, trad. it Mondadori ed., Milano, 1982