Birdman

di A.G. Iñárritu, USA, 2014, 119 min

commento di Amedeo Falci

MACBIRD

Malgrado tutto. Anche dopo un film cosi veloce e tutto in movimento in entrare e uscire e andare avanti e così caotico da sembrare dispersivo e con una ripresa in sequenza (quasi) continua che non dà respiro – malgrado tutto – si esce con la sensazione che il film sia invece unito concentratissimo coerente, con alcune idee chiarissime che fanno da nucleo fondamentale.
“La popolarità è la cuginetta z****** della fama”, dice a un certo punto Norton-Mike a Keaton-Riggan. Una delle chiavi del testo. Dichiarata tutta nel dialogo di Keaton con la critica teatrale del NYT, Lindsay Duncan-Tabitha. Keaton-Riggan è l’attore stracotto, consacrato alla popolarità dal blockbuster “Birdman” di un paio di decenni prima. E che in un sussulto di dignità, prima della fine, vuole anche conquistare una ‘fama’ teatrale con la riduzione del testo di Carver “Di cosa parliamo, quando parliamo d’amore?”. Ma la giornalista è tosta, un intellettuale integralista, e distruggerà la piece. I clown di Hollywood non possono competere con gli attori di Broadway. Le star ignoranti con i colti del teatro. La cultura bassa e di massa con la cultura alta e d’élite.
Il che, in termini cinematografici, è la contrapposizione tra i film delle majors ed i film artistici ‘indie’ (indipendent), a basso budget, prodotti direttamente dal regista, o da privati, o dalla partecipazione degli stessi attori. L’opposizione della grande produzione commerciale al cinema autoriale ‘povero’, a limitata distribuzione.
(Ma non stupitevi se tra gli indies figurano storicamente film tutt’altro che per pochi “sfigati”; ricorderei il primo (credo) film dei fratelli Coen, “Blood Simple” (1984), “Clerks “ di Kevin Smith (1994), un paio di film di John Cassavetes, e per finire in gloria, “Drugstore Cowboy”, di Gus Van Sant (1989), e nientemeno che “Pulp Fiction” di Tarantino (1994), e “Memento” di Nolan (2000); il famoso Sundance Festival è tutto per film “indie” del resto).
Certo, “Birdman” sta a metà. Non è certo un ‘indie’, se si vanno a vedere le cinque production companies e la distribuzione delle varie compagnie locali della 20th Century Fox. E “Ignárritu” (lo dico come lo dicono loro) è un raffinatissimo autore e scrittore (di sceneggiature), ma anche di quelli che girano per i festival ufficialissimi, e pienamente integrato nel sistema commerciale multinazionale del cinema.
Comunque, anche da questa posizione ‘compromessa’, il nostro si getta in questa vigorosa autostoccata antiintellettuale, a voler minare i bastioni che separano la Cultura Alta dalla standardizzata e mercificata cultura di massa (Hollywood). A voler enfatizzare l’atteggiamento tracotante e protervo dei critici – appunto fanno i critici in quanto incapaci di fare arte (citatissimo aforisma di Flaubert ) – che disprezzano il basso commerciale della cultura di massa, per riproporre la loro aristocrazia estetica. Una storia che si ripete in moltissimi altri angoli della cultura. Per le pratiche della psiche, le culture del bronzo possono mai competere con quelle dell’oro?
Ma non occorre essere sociologi per sapere della caduta del muro di Francoforte. Per sapere che questa divisione tra Cultura Alta e cultura di comunicazione di massa non regge più, con buona pace di Adorno, Horkheimer, Marcuse. Il concetto di “popular culture” dei sociologi americani degli anni ’70 riabilita le culture industriali, le molteplici facce delle culture, leggendovi un trasversalismo e una complessità, e vede profonde osmosi ‘alto-basso’ nelle produzioni culturali, come arte, scrittura, cinema, musica. Citiamo testi semiotici tirando in ballo anche “I Simpsons”, e possiamo agevolmente navigare tra un Bergman (Ingmar), un Allen (W.) e “The Bing-Bang Theory” (a proposito…. una delle più creative ed intelligenti fiction on TV… accettiamo adesioni per un fan club!). E a quando recensioni sui cinepanettoni e sulla estetica dei fratelli Vanzina? Chi si prenota per “Cinquanta sfumature di grigio”?
Questa polemica, in cui sembra che Iñárritu miri al cerchio e alla botte – ascia sarcastica sugli intellettuali e semplicismo ingenuo dei dilettanti allo sbaraglio – in realtà ha come meta la promozione di un’immediatezza estetica emozionale ‘ignorante’, naïf, contro gli schemi geometrizzanti dei colti. Il gesto di Keaton-Riggan, nello scontro con la giornalista al bar, di metterle in mano un fiore sgualcito, ma vero, è già programmaticamente annunciato dal biglietto nello specchio del camerino: “A Thing is a Thing not What is said of that Thing.” Vogliamo la Cosa reale, vissuta col sangue (alla lettera, in finale), non le parole che la descrivono, snaturalizandola.
Ma la Cosa è anche, nel film, una Cosa reale che non si stacca. È questo alter-Birdman che parla a Keaton-Riggan come voce fuori campo. Ma che non si parli, per cortesia, di psicopatologia allucinatoria e delirante. Keaton-Riggan non è un dissociato, ma semmai un con-sociato. La Cosa che gli è rimasta attaccata addosso non è altro che il personaggio del suo blockbuster di successo. Questo Birdman-uomo-uccello non è mai andato via, e gli ha persino passato i suoi superpoteri, e lo richiama al cinema da miliardi di dollari. “Che cosa stai cercando di provare? Che sei un artista? No, che non lo sei”.
E questa è la trovata geniale del film. Questo realismo magico di un uomo medio, forse mediocre, eppure contaminato da poteri straordinari. Può far muovere oggetti e mobili. Può far cadere un proiettore in testa all’attore ‘cane’. E lo troviamo, nello straordinario incipit del film, nella posizione del loto, levitando a pochi centimetri da terra.
Il punto non è ‘io e l’altro’. Ma ‘o Noi o tu’. “Smettila – dice Riggan – di dire ‘noi’! Non c’è un ‘noi’. Io non sono te. Io sono lo straf***** Riggan Thomson’. ‘No, tu sei Birdman. – replica la voce off – Perché senza di me, tutto quello che resta è solo un ‘tu’, un triste, mediocre, attorucolo che annaspa.’
E non è un Noi mentale. Perché al ‘centro’ del film, non solo Birdman si materializza, ma si incorpora nel protagonista che vola, e anima una straordinaria culminante sequenza filmica, iperbolica, assordante, da action/adventure/Sci-fi movie, che da sola vale un Oscar. L’impossibile è possibile.
Ma se l’impossibile è possibile, allora l’alter-Birdman non è solo quello che richiama ai billion dollars.
È anche un irreale impossibile, ma possibile.
L’immmaginario indissolubile che permette un ‘noi’, una forza aggiuntiva sovrannaturale che permette di volare magicamente nel reale. E che permette di uscire, in finale, dalla finestra e……Non si sa.
Emma Stone-Sam rientra nella stanza dell’ospedale, non vede suo padre nel letto né in bagno, dopo un attimo di incertezza vede la finestra aperta, si affaccia, guarda angosciata in basso, ma il suo sguardo non focalizza nulla, fruga l’aria, e finalmente più in alto della finestra scorge qualcosa, e l’angoscia si tramuta lentamente in un sorriso divertito e rasserenato…… Chi ha concepito questa scena –magistrale – ha visto tutti i film del mondo. Perché Birdman è il cinema. E il cinema rende l’irreale plausibile e possibile. E questo sarebbe il secondo Oscar.
Cosi tutto si rifonde. L’ignoranza rivela le sue insospettabili virtù (il sottotitolo del film). Riggan, il cafonesco clown hollywoodiano, è tanto attore da rimetterci la vita. E l’alter-Birdman è (suo malgrado, e non lo sospetta) il poeta e la meraviglia. «È del poeta il fin la meraviglia…» (Giambattista Marino). Alto e basso si mescolano. L’intellettuale affonda, il naif si getta… e vola.
Un film straordinario. Un riuscito concepimento estetico. Iñárritu firma il suo film migliore. Migliore del pur eccellente “Amores perros” (2000). Un film personalissimo e autoriale. Ispirato, pensato.
Dal web si apprende che il regista aveva scritto un altro finale, in cui, dopo la morte in scena di Keaton-Riggan, nel camerino sarebbe stato pronto un Johnny Depp tormentato dalla voce off di Jack Sparrow….. (“Pirati dei Caraibi”). Chiaro …? Poi non se fece più nulla. (Ma sarebbe stato interessante…..)
Ma conferma l’intento di Iñárritu di cucire un film intorno a figure di attori realmente compromessi al blockbuster. È iperevidente con Michael Keaton per i suoi “Batman” (1986) e “Batman. Il ritorno” (1992) entrambi di Tim Burton. Ma neanche Edward Norton è candido, con il suo blockbuster “L’incredibile Hulk” (2008). E Naomi Watt deve scontare la pena per il suo “King Kong” (2005). Ed Emma Stone deve redimersi per “The Amazing Spider-Man” (2012) e “ The Amazing Spider-Man 2” (2014). La persona e (è) il suo ruolo. La Cosa reale.
In questo intrigante scambio di identità tra persone e ruoli – tra vero e falso – gli attori nei loro ruoli qui, in “Birdman”, vorrebbero riscattare un’autenticità che loro ruoli nei blockbusters non hanno mai permesso. Anzi è nel teatro il vero Vero. Come Mike che “è vero solo quando è in scena” (e quindi solo lì ha vere erezioni), mentre è un falso quando è fuori. O come quando distrugge il set perché vuole del gin vero in scena. O come il set (artificiale) che è in realtà un vero teatro – il St. James Theatre di Broadway –. Insomma che cosa significa essere autentici? Che cosa è una identità? To be or not to be (loved), that the question. Farsi amare. Dalla donna. Dal pubblico. “(Riggan) ma perché devo sempre pregare le persone che mi amino?…. ma io volevo essere quello che tu volevi…/ (Mike) ma lei non ti ama più… /(Leslie) …No, non ti amo…/(Riggan) Io allora non esisto. Non sono neanche qui. Non esisto. Niente di niente…. (si uccide…)”
Una affiatatissima e straordinaria compagine di attori che regge alla grande il gioco. Michel Keaton, è stato meritatamente ripescato da Iñárritu, che ha scritto una sceneggiatura su misura per lui. Una grande straordinaria prova, in cui Keaton porta se stesso, qualcosa della sua vita tra successi e cadute, i suoi 63 anni, la pinguedine, il diradamento dei capelli, uscendo anche bene dalla terribile prova di farsi riprendere nudo in calzini (corti) e con delle bruttissime ed impresentabili mutande bianche, quelle stesse, maxislip sovraombelicali e tipo pampers, che la mamma ci comprava alla Standa. Eppure, quella leggera smorfia ironica che si porta da “Beetlejuice”, di Tim Burton del 1988, gli conferisce quella sofferenza quasi spiritosa che alleggerisce tutto il film. Per gentilezza volete dargli finalmente un Oscar? Norton è sempre bravissimo e all’altezza, e Naomi Watts è sempre bella splendente ed occhi azzurri, e fa bene l’umiliata. Ma quella che le ruba la presenza scenica, è la vera grande comprimaria che tiene testa a Keaton. Questa straordinaria ragazzetta con lineamenti gradevolmente marziani, e che risponde al nome di Emma Stone. Sgarbata, distrutta e distruttiva, e grande e bravissima qui, in una prova intensa e vigorosa che la riscatta dal melenso e scipito ruolo alla camomilla in “Magic in the Moonlight” (2014) di W. Allen. Seguitela nelle sfumature del volto e della voce nella lunga scena in cui massacra verbalmente suo padre, quando si va fermando dall’odio che ha schizzato contro di lui e se ne va rendendo conto. Fatela mangiare un po’ di più, almeno, e datele un Oscar. Una menzione alla bravissima Amy Ryan, nel ruolo della ex-moglie, già vista in “Gone baby gone” (2007) del sottovalutato Ben Affleck.
Un film claustrofilico, di interni, apparentemente del genere cinema teatrale. Ricorderei, tra tanti, “Vanya sulla 42a strada” (1994) di Malle, ed il recentissimo “Venere in pelliccia” (2013) di Polanski, ma questo ha un movimento circolare ed ipnotico dentro-fuori che gli altri non hanno. Un piccolo debito ispirativo credo che lo debba a “All that jazz” (1979) di Bob Fosse: l’allestimento difficile e contrastato di un musical da parte di un regista protagonista, lacerato tra ex-moglie, amante e figlia, e inseguito da un appuntamento con la morte. E poi, certo, alcune tirate al ruolo dei social networks come motori della notorietà sembrano stiracchiate e scontate, per imbottire la fabula. Ma questi difetti non tolgono nulla alla forza complessiva dell’opera. Un’idea intensa e unica di film che potrebbe starci come il migliore film dell’ annata. Tra i migliori in assoluto, per me, degli ultimi anni, accanto, se la memoria non ha dei buchi, a “The master” di Paul Thomas Anderson (2012), a “Il passato” di Asghar Farhadi (2013), a “La grande bellezza”, regia di Fellini-Sorrentino (2012), a “Le meraviglie” di A. Rohrwacher (2014). Insomma, o lo coprite di Oscar, o agli altari subito.
Rimane da ricordare la grande maestria tecnica di un film girato con camere da presa digitale Arri Alexa M e XT, apparentemente in un unico piano sequenza, ma non in continuità temporale, perché ogni tanto il tempo degli eventi scivola leggermente in avanti. E che qualcuno ci venga a spiegare questi virtuosismi tecnici del fotografo Emmanuel Lubezki (quello di “Gravity”), come quando la camera riprende un edificio dall’ esterno, poi si abbassa a inquadrare ad altezza d’uomo, poi va arretrando ed ‘entra’ dentro una stanza dalla finestra…..
Infine le solite ammiccate cinefile. A un certo punto Naomi Watts-Leslie si bacia teneramente e appassionatamente con Andrea Riseborough-Laura, perché è la citazione del bacio erotico tra Naomi Watts e Laura Harring in “Mulholland Drive” (2001) di David Lynch. E ancora ai corridoi bui e terrificanti della casa del Lynch di “Strade perdute” (1997) sono ispirati i corridoi e le scale mal illuminate e buie che portano su al terrazzo del teatro. Infine, solo per i cinetossicodipendenti, il corridoio con pareti damascate che porta al camerino di Keaton-Riggan, ha il tappeto a disegni esagonali analogo a quello dei corridoi dell’Overlook Hotel di “Shining” (1980), il corridoio della scena delle gemelline.
Per finire sacro e profano. Anzi prima il profano. La migliore battuta del film? Quando chiedono a Naomi Watts-Leslie come conosca Mike, e quella risponde secca: “Ci dividiamo una vagina.” Perfetta. Un’idea semplice. Com’è che non avevamo visto le cose (altre cose) da questa prospettiva politicamente avanzata, equa solidale e condivisiva? Era un’idea che sarebbe dovuta venire a W. Allen. Che ora starà a mordersi le mani.
Poi il sacro. Torniamo all’inizio. Perché ‘Macbird’? Lo dice il film nella scena in cui Keaton-Riggan esce dal negozio con la bottiglia di whisky per ubriacarsi, e vaga per strada. Una voce fuori campo, di un ubriaco, declama….e alla fine capiamo:

Breve candela, spegniti!
La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello che si pavoneggia,
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!

A Macbeth (atto V, scena 5) spetta infine battere il chiodo che trafigge e tiene tutto il film. Macbird.

Febbraio 2015