Bling Ring

regia Sofia Coppola, USA, 87 minuti 

commento di Stefania Nicasi 

Il film è ispirato a fatti realmente accaduti in California fra il 2008 e il 2009: un gruppo di ragazzi penetrava nelle ville delle star facendo man bassa del guardaroba.  I fatti sono narrati nei dettagli in un articolo – facilmente reperibile in Internet – uscito su “Vanity Fair” e intitolato: “I sospetti indossavano Louboutins”. Le Louboutins sono scarpe di lusso.

Madre di due bambine piccole, colpita dall’enorme presa delle celebrità sui ragazzi statunitensi e dal successo dilagante dei reality show, Sofia Coppola ha l’idea di girare un film su quella che è nota come “bling ring”, “banda della bigiotteria”. “Bigiotteria” il cui valore ammonta a migliaia di dollari.
Intervistata, la regista non dice molto più di questo. Voleva raccontare una storia, era interessata ad analizzare la cultura pop, certo preoccupata della piega che hanno preso le cose ma anche curiosa di vedere se ci sarà una svolta, un cambiamento di direzione. Non si lancia in prediche sulla gioventù perduta, non fa previsioni apocalittiche, non assume un atteggiamento moralistico ma neppure trasforma in eroi i protagonisti della vicenda. Di tutto questo le siamo grati. Trova una giusta distanza. Non condanna né assolve: racconta abbastanza fedelmente i fatti. E’stato detto che il film, proprio in questo poco discostarsi dalla realtà, risulta banale e didascalico. Io non lo penso. E’ un film più fenomenologico che psicologico: descrive il fenomeno, non lo scava. Lo scavo in un certo senso sarebbe potuto cadere nel giustificazionismo. Tuttavia i fatti sono illuminati dalla sensibilità della regista che imprime una torsione alla vicenda conferendo valore artistico all’opera. 

Che mondo mette in scena il film? In quale mondo si muovono i ragazzi? E’ un mondo dove non compaiono genitori. In questo mondo inizialmente non ci sono limiti: i ragazzi si muovono in branco, entrano facilmente nelle case – abbandonate dagli adulti – e si appropriano di oggetti simbolo di gusto e di successo. Tutto è possibile, facile, esaltante, e adrenalinico come quando da bambini si saccheggia la dispensa o l’armadio della mamma mentre i genitori sono fuori. Tutto però genera dipendenza: le sostanze, le feste, lo shopping, Facebook, il furto. Diventa impossibile fermarsi. Cresce l’avidità ma cresce anche l’angoscia, nel film resa attraverso la musica e un abile montaggio. Poi, bruscamente, traumaticamente, il reale irrompe per mano della polizia e della giustizia. Sirene spiegate e in un batter d’occhio i ragazzi si ritrovano in prigione. Grandi pianti e disperazione ma per qualcuno anche un certo sollievo. Autori psicoanalitici hanno definito questo fenomeno “fare l’Edipo con la polizia” essere cioè costretti, nel vuoto lasciato dai genitori, a cercare un limite fuori dalla famiglia, nello scontro con le forze dell’ordine. Con il risultato che al posto dell’educazione arriva la repressione. 

Tutto ciò è interessante ma non sorprendente. Siamo su un terreno piuttosto battuto, sia sul piano cinematografico sia sul piano socio psicologico. L’originalità del film va cercata più nel dettaglio, nel fuoco posto sul furto degli oggetti personali delle star. Bisogna cercare nel guardaroba – simbolo del corpo materno – l’ombelico del film. Sono le scene nelle quali i ragazzi si tuffano negli armadi, arraffano e indossano indumenti. Un recensore ha voluto fare la morale e ha visto in questo comportamento la spia del decadimento dall’essere all’avere che contraddistingue la società capitalista, un fenomeno notato da Eric Fromm cinquant’anni fa. Senza capire che qui la tragedia sta proprio nel fatto che i protagonisti non rubano per avere ma per essere. Che un disturbo dell’identità in formazione li porta non a voler essere assomigliare alle star ma a voler essere proprio loro, infilandosi nei loro panni, nella loro pelle. Non “come” Paris Hilton, ma proprio “Paris Hilton”. La psicoanalista Sandra Lemma che nel libro “Sotto la pelle” (uscito da Cortina nel 2011) ha studiato questi disturbi nell’adolescenza, cita la rubrica della rivista femminile “Style” intitolata appunto “Ruba questo look”. E nota, citando Gaddini, come queste forme imitative estreme nascondano un sentimento di invidia per la madre e la sofferenza infantile di chi si è sentito escluso dalla infinita ricchezza del corpo materno. 

In un film bisogna cercare le salienze, le immagini dove il senso si condensa e si rivela. Qui io le trovo in due scene molto intime – forse le uniche nelle quali un protagonista è solo, appartato rispetto al gruppo. Sono due toccanti scene di travestitismo. Nella prima, il ragazzo si prova un rossetto rubato e accenna allo specchio una danza femminea. Nella seconda, vediamo lo stesso ragazzo disteso sul letto vestito con ai piedi un paio di chanel rosa, tacco dodici. Fuori dalla porta della camera bussa sua madre, una donna incolore dall’aria depressa. Noi che guardiamo la scena oscuramente intuiamo che, al di là delle considerazioni generali, e a volte generiche, sulla gioventù del giorno d’oggi, per quel ragazzo il senso privato del furto è racchiuso tutto lì.

settembre 2013