Caos Calmo. Il campo – Rec. Riefolo

Pietro tocca una zona che non conosceva ancora e ora è portato a conoscerla per necessità, per colpa. Il film fa pensare al caso, ai mille destini degli incontri e a come un incontro decide per i prossimi incontri e può costruire percorsi. “c’è un insieme di elementi che ha fatto nascere la serendipity, la magia  inspiegabile per cui le cose si incontrano, diventano  armoniose fra loro…” (“Renzo Piano”, Valli, Repubblica 15.1.2007). Il film mi ha toccato non tanto per gli aspetti di sospensione del tempo e dei ritmi consueti, o il ribaltamento dei valori che si possono dare alle cose che si fanno. A me ha fatto pensare a cose mie, forse più urgenti… alla incredibile novità che gli oggetti assumono nel momento in cui c’è un soggetto che se ne occupa. Ho pensato che in quello spazio dei giardinetti mille cose accadevano e sarebbero continuate ad accadere secondo una propria scansione e progressione… secondo una particolare modulazione; ma tutto questo cambia nel momento in cui in quello spazio si insedia un nuovo soggetto ed è la presenza di quel nuovo soggetto che polarizza i movimenti “il campo diviene spazio-tempo in cui si avviano le turbolenze emotive che l’incontro analitico attiva … non c’è luogo del campo che non finisca per contagiare tutti gli altri” (Ferro, 2007, 66 e 17). I percorsi sono quelli che si realizzano e quelli che, in quell’istante, avrebbero potuto essere non saranno mai. Ovviamente è quello che mi trovo a pensare mille volte nella vita quando godo della novità degli incontri e nel lavoro quando mi trovo a farmi le domande che i pazienti mi potrebbero fare. Marco mi dice: “perché devo venire a trovarla qui ogni settimana? Non vede che oramai sto bene? So che è mia sorella che chiama per controllare se io vengo ancora da lei! Non sono più libero di avere una mia vita!” Lui è ancora arrabbiato con me perché non sa ancora quanto il suo incontro con me sia originale o sia il controllo che, riferito alla sorella, gli impedisce di godere della felice sensazione di vita che in un fondo di Sé teme di aver perso. Ci siamo incontrati perché lui era partito per l’Islanda “… lì potevo impiantare un’attività!… sono stanco del mio lavoro qui!”. Il viaggio non permise nuove esperienze di incontro… forse si ritrovò solo come solo era partito col progetto di risolvere altrove il fondo di solitudine che ancora lo tiene. Io provo a dirgli proprio questo, che in un certo senso, con il suo viaggio e con il suo ricovero lui mi ha cercato… in fondo ci conosciamo da allora e io, da allora lo aspetto quando abbiamo il nostro appuntamento e lo cerco quando non lo vedo arrivare per molto tempo… perché, dopo quell’incontro, ora io devo preoccuparmi per lui. Lui mi rinfaccia di quella volta che ho chiamato i pompieri per entrare a casa sua dove lui non rispondeva da giorni; in un certo senso mi tiene ancora fuori quando cerca persino di scusarmi: “so che quella volta è stata mia sorella a chiedere che venissero i pompieri fino a casa… lei non centra, dottore!”. Il punto è proprio questo: io centro! Perché io e lui, indipendentemente da tutto, ci siamo incontrati e da allora le nostre vite sono particolari e diverse da quelle che avrebbero potuto essere altrimenti. In un certo senso c’è il caso ma, quando gli incontri incidono emozioni forti,  – come deve essere nelle cure psicologiche – si ha la sensazione che il caso abbia i suoi vettori, affinità complementari, che lo sostengono: “… anche se fino a ieri non ci eravamo mai incontrati, lavoriamo insieme da anni” (Auster, 2002, 180)

Per fortuna la nostra mente continua a mantenere i mille possibili percorsi che non sono ancora stati e potranno essere un giorno. Quindi: il bambino Down che ogni giorno attraversa il parco cambia perché ad un certo punto si incrocia con Pietro che è lì e fa il suo piccolo gesto che poi, piano piano diviene una istituzione. Ho pensato: “e se non ci fosse stato Pietro nel parco in quella fase della sua vita, la mattina quando la madre lo accompagnava alla fisioterapia? Lo stesso per le mamme che aspettano i figli al bar e parlano fra loro perché tutto improvvisamente cambia se in quel gruppo così levigato nelle possibilità si insinua un soggetto che le possibilità levigate non prevedevano (è quello che Bion chiamerebbe il mistico e che rompe la consuetudine opaca).  Allora tutte si guardano stupite e si interrogano se ciò che sta accadendo è sano: Pietro fissa la finestra e parla con una figlia che non c’è… le chiede di affacciarsi…  Claudia, come evocata magicamente, si sporge! Eppoi c’è la ragazza col cane che ogni giorno compare silenziosa e curiosa verso Pietro; e il vecchio che ha perso la moglie da due anni e che ha dovuto imparare a fare gli spaghetti che ora offre al “dottore” il quale frequenta un luogo dove non avrebbe dovuto essere e i due, per un attimo, intersecano i reciproci lutti. Cambiano anche i percorsi di quelli che sono soliti essere al tuo fianco e che per continuare ad esserlo ora modificheranno la traiettoria: i giardinetti e la panchina improvvisamente portano una insolita attrazione e tutti si avvicineranno a quel luogo perché ora qualcuno l’ha scoperto: “Ma non puoi obbligare la gente ad ascoltare, se non vuole. Dovrà tuttavia venire a noi a suo tempo, chiedendosi che cosa esattamente sia accaduto…!” (Bradbury, 1951, 180).

Forse il film (in realtà il libro…) esagera nel proporre un ribaltamento eccessivo e caricaturale dei valori… forse voleva essere proprio questo… forse la caricatura sottolinea l’evento: magari è così… ma a me piacciono i suggerimenti accennati perché ciascuno ci metta poi quello che vuole su una traccia appena  segnata. Sta di fatto che per me i protagonisti non sono tanto quelli che appartenevano ai percorsi soliti di Pietro (e che ora dovranno modificare i loro percorsi…), ma quelli che non sarebbero mai esistiti per Pietro e che vengono toccati e significati da quella esperienza singolare e irripetibile (il film direbbe irreversibile…) dell’incontro affatto preparato e pensato prima: l’incontro che si realizza solo perché ad un certo punto la tensione di due soggetti li fa incontrare e l’incontro li fa scoprire.

 

Pietro si accorge che non ama nessuno. Claudia è al posto di ciò che non puoi più amare, non perché Lara è morta e non c’è più, ma perché è passato il momento utile, quando avresti potuto amarla e non l’hai fatto (il kairos dei greci che anche gli analisti conoscono bene…): entrambi, Pietro e Claudia non sembrano soffrire, perché Pietro ha deciso così e vuole così anche per Claudia:  “Claudia sta bene…. sta’ attento! non so se è pronta a certi discorsi…”. Le cose che si fanno, quindi, sono al posto del dolore, perché questo è impossibile: “e quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: ricordiamo” (Bradbury, 1951, 194).  Quando Pietro incontrerà casualmente Eleonora, la donna che ha incrinato la levigata consuetudine in cui lui non sapeva di amare Lara, non potrà amarla (perché non è possibile, per come lei ti si è presentata nella tua vita…..), ma cercherà e riuscirà a possederla senza reciprocità… ognuno per conto suo perché ognuno ha un conto in sospeso con sé dovuto alla presenza violenta dell’altro sin dall’inizio del loro incontro. Perché Pietro non cercava nessuno e qualcuno violentemente si è insinuato nel suo spazio non disponibile, ma per forza, quella mattina. Il tono del loro incontro dice che i due non si erano cercati, neanche dopo essersi scontrati, per questo ora devono chiudere il conto. Gli analisti sanno che alcune volte il sesso è al posto delle angosce di separazione.

 Pietro amerà qualcuno. Magari amerà Iolanda, perché lei è la sola che si presenta ogni mattina e, da quando lui abita quel posto, ogni mattina cambia e va ad un appuntamento per lui e sempre meno per il cane. Iolanda, ogni volta che compare nel giardinetto è sempre più bella, in un crescendo di cura. Forse è bella per Pietro che, piano piano imparerà a salutarla e ad aspettarla finché si abbracceranno come fanno gli adolescenti che da tanto si cercano: per caso. Ho pensato che è quello che succede nel campo che gli analisti curano con i loro pazienti: bisogna farsi sorprendere dai nuovi personaggi, dalle nuove descrizioni dei personaggi e dai colori e dai toni che il campo continuamente assume: “mi trovai a sentirmi e a comportarmi in un modo curioso e interessante” (Ogden, 2001, 97).  Allora, quando Marco mi dice: “dottore, ho conosciuto una ragazza carina e gentile, e che ha gli orecchini belli …”,  io riesco a  pensare alla fatica che faccio soprattutto al mio servizio per permettermi di incontrarlo e lui, parlando della ragazza appena conosciuta, forse mi chiama a dare peso ad aspetti vivi di me di cui lui si accorge e che io faccio fatica a vedere. In fondo io so sempre che “il paziente è il miglior collaboratore!” (Bion). Alla fine, nel cinema, ho provato a seguire un finale diverso, dove le cose non debbano essere dette, ma solo accennate. Il finale del film è:: «le cose bisogna dirle!» Perché una bambina deve spiegare a suo padre che lui sta occupando un posto non suo, che lei vuole a sua disposizione per continuare a vivere? Ho pensato che, in questo, il film è duro; ho pensato che sin dall’inizio ognuno occupa lo spazio di un altro dove non era atteso e ci entra di forza. Forse questa è la vera dinamica del lutto: essere costretto in un posto non tuo. Per questo il giardinetto e la panchina curano il dolore, non perché lo sospendono, ma perché permettono che nuove figure si insedino leggere ed efficaci nella nostra vita. Le presenze lievi sono quelle del ragazzo Down, del barista, del vedovo al primo piano e di Iolanda che forse ci piace immaginare porti sensualità adolescente in quel giardinetto. Non a caso con questi personaggi appena accennati, vale soprattutto il gioco degli incontri e i desideri non vanno detti, ma costruiti passo passo. In quei personaggi Claudia non avrebbe bisogno di dire il suo desiderio a suo padre “perché…le cose solo suggerite sono più incisive di quelle spiegate” (Borges. 2000, 34)*. “i ricordi sono legati più al presente che al passato”

(Stern, 2002, 163)

 

* pubblicato anche su www.istitutoricci.it