Carol

di Todd Haynes, USA, 2015, 118 min.

Commento di Rossella Valdrè

                                              “…ogni adulto ha dei segreti”

                                                                                             (P. Highsmith, Carol)

Presentato fuori Concorso in anteprima nazionale al Festival del Cinema di Roma (dopo il premio come miglior attrice a Cannes a Rooney Mara e l’uscita nelle sale americane a settembre), Carol è l’atteso, graditissimo ritorno a una delle perle meno conosciute della letteratura di Patricia Highsmith, una delle più grandi e originali “gialliste” americane di cui sono sempre stata lettrice appassionata. Occorre, infatti, fare una premessa letteraria al bellissimo film di Haynes. Carol, pubblicato per la prima volta nel 1952 con il titolo di “The price of salt” e sotto lo pseudonimo di Claire Morgan (per poi essere ripubblicato con l’attuale titolo e il nome vero dell’ormai nota autrice) rappresenta un’assoluta eccezione nella letteratura della Highsmith: romanzo giovanile, scritto ‘di getto’ come lei stessa confessò, nel 1948 in preda a una furibonda fantasia creativa, unica tra le sue opere a non rientrare nel genere ‘giallo’ – benché ugualmente percorsa da una sottile, ineguagliabile tensione narrativa – e, sopratutto (cosa che il film non specifica) trae spunto da una vicenda autobiografica, che l’autrice trasformò in seguito con qualche variazione narrativa. Vicenda che si può definire di formazione, della scoperta dell’omosessualità in una giovane ragazza di New York, Thèrese (la stessa Highsmith, nel film Rooney Mara), ancora incerta sulle scelte della vita, legata con poco convincimento a un insistente fidanzato che vorrebbe sposarla, mentre arrotonda i piccoli guadagni facendo la commessa nel periodo natalizio in un grande magazzino di New York. Nel reparto di giocattoli, in una Manhattan dipinta con l’elegante tristezza di un quadro di Hopper, innevata e soffusa, un giorno l’annoiato sguardo di Thèrese si incrocia con quello di un’elegante cliente bionda, avvolta da pelliccia, le dita curate che nervosamente sfiorano le bambole da regalare alla sua bambina. Quella signora è Carol – una sempre splendida Kate Blanchet – e da quello sguardo anche metaforicamente immerso tra le bambole, simbolo di un femminile convenzionale e privo di scelta della donna anni ’50, le due non si separeranno più.

Torniamo un attimo all’autrice, al cui testo cui il film è completamente fedele. Benché nota al grande pubblico per i suoi gialli o per alcune fortunate trasposizioni sul grande schermo, tra cui soprattutto “Sconosciuti in treno” (di cui Hitchcock si innamorò alla prima lettura e chiamò in “Delitto per delitto”, e la serie dei vari “Ripley”, di cui esistono anche versioni recentissime), è a mio avviso improprio, o meglio riduttivo, definire la Highsmith una scrittrice di gialli. Il delitto, nelle sue vicende di gente comune, ordinaria, che tira stancamente a campare in qualche sobborgo di un’America senza clamori, è in genere noto fin da subito, e il colpevole non difficile a identificarsi: il colpevole è l’uomo della strada, ognuno di noi se colto improvvisamente da una pulsione, amorosa o aggressiva, che sbilancia la sua esistenza e lo trascina in un vortice da cui non sa più uscire. Il colpevole è la stessa vittima, è il desiderio che non trova inciampi o coglie la fortuita occasione di liberarsi di un rivale, o di dare sfogo a una passione, o di giocare ambiguamente con un’identità che si vorrebbe cambiare: se è il caso a venirci incontro, come sottrarsi? Il Male della Highsmith è male ordinario, quotidiano, che non fa cronaca; è la parte scissa, nascosta nella psiche del personaggio che qualche evento, improvvisamente, porta alla luce. Sottrarvisi è a quel punto impossibile.

Qualcosa di analogo avviene in Carol: dal loro primo sguardo, sottrarsi alla forza della passione, di quel desiderio che non cerca solo il suo appagamento ma diventa costruzione del vero Sé dei personaggi, non sarà più possibile.

Todd è regista, omosessuale a sua volta, assai sensibile non solo al tema della scoperta interiore e sensuale insieme della pulsione verso il proprio sesso, ma anche alla cornice storica in cui questa identità, oggi diventata quasi di moda con gli “outing”, andava in quegli anni tenuta nascosta, o sottaciuta, pur in un Paese avanzato come quello in cui vivono le protagoniste. Non solo la “differenza” dell’orientamento del desiderio, ma le “differenze” in genere sono tema caro a Todd: quelle sociali, di classe, di razza. Le cosiddette “minoranze”, per usare un altro termine oggi diffuso, ma che, lontane da ogni clamore e men che meno da ogni coming out, vivevano oppresse nell’ombra del loro scabroso segreto. Come nel precedente, bellissimo “Lontano dal paradiso” (con Julianne Moore), moglie perfetta della middle-class anni ’50 in uno Stato retrivo del Sud che, alla scoperta dell’omosessualità del marito, restava completamente smarrita e ‘vuota’ fino a ritrovare nuova consapevolezza attraverso l’amicizia con un altro diverso, il giardiniere di colore, così in Carol altre differenze pesano sulle due donne: l’età e il ceto sociale. Thèrese ha vent’anni, fa fotografie per hobby, un corpo acerbo e obiettivi confusi, una ragazze tra le tante della working-class newyorkese, commessa a Natale che deve sorridere a tutti, mentre Carol è una ricca donna matura, lacerata da un matrimonio che vuole chiudere, ma perseguitata dal marito e dalla sua ricca famiglia per l’affidamento della figlia, cui Carol tiene moltissimo. Il film lascia intuire che, così come sta avvenendo in Thèrese, anche Carol, anni prima attraverso un contatto occasionale con l’amica d’infanzia, insoddisfatta da un marito e un ruolo di moglie che ne fanno, ironicamente, una bambola più che una persona, deve aver scoperto l’amore per il suo sesso dentro di sé ma, schiacciata dalla paura di perdere la figlia per “indegnità morale” e dalla persecuzione che subirebbe, fino all’incontro con Thèrese ha cercato malamente di sopportare, di subire, limitandosi a vite da separati in casa. Ma l’impulso solo blandamente represso torna a bussare prepotentemente alla coscienza di fronte a quella ragazza “diversa dalle altre”, che non sa che bambola consigliarle perché “da piccola giocavo coi trenini”. Iniziano a frequentarsi: sguardi, carezze, complicità, eloquenti silenzi, fino a un viaggio in cui Carol, in attesa dell’incontro per l’affidamento della figlia, invita Thèrese a un viaggio in macchina, “verso ovest, dove ci porta la macchina”. Sono i momenti più intensi del film: motel, parcheggi, ore di guida e confidenze (sempre contenute, lievi, facendo della ‘sospensione’ la cifra stilistica del film) la scoperta dell’amore fisico. Thèrese e Carol realizzano, in quei giorni, un’isola di intesa perfetta, assoluta: Carol è, prima ancora che storia di una soggettivazione e di un incontro, una grande storia d’amore. Nessuna concessione a un erotismo poco più che evocato, nessuna volgarità, pochi dialoghi (come nella prosa secca e scarna della Highsmith); alla perfetta maschera truccata di Carol basta quel rossore sulle gote, il suo fumare nervoso, mentre l’acerba ragazzina va maturando un talento (diventerà fotografa), capacità di opporsi, un corpo e un’eleganza di donna, e una piena consapevolezza di sé. Benché, dunque, questa tranche de vie autobiografica dell’autrice esca completamente dal genere ‘giallo’, si rintracciamo i germi degli ingredienti della futura narrativa dell’autrice: quella tensione continua, quel senso di incombente pericolo, di irriducibilità della pulsione, amorosa o violenta che sia (o le due insieme, a volte): né Carol né Thèrese sono colpevoli. La loro colpa, semmai, sarebbe rinunciare al proprio desiderio, inteso come desiderio dell’inconscio. Amputare il Sé per il conformismo sociale, pervertirlo nei molti falsi Sé possibili. Sposare Richard per Thèrese, restare ingabbiata nel ricatto coniugale per Carol.

E’ quest’angolatura (la più interessante, in un momento in si discute molto su questi temi che il cinema sta acutamente esplorando con varie pellicole) la più psicoanalitica, la più rivoluzionaria, sincera e in fondo ottimista. Ma di un ‘ottimismo’, se si può dire, tutto umano, sempre parziale. Non è senza prezzo che si accede alla consapevolezza di Sé (Carol dovrà rinunciare all’affidamento della figlia), ma il prezzo di abdicare alla propria natura sarebbe stato non una dolorosa rinuncia, ma la lacerazione di un’identità.

Duplice, dunque, il soffuso lieto fine. Non solo le due donne si ritrovano, ma quelle che si ritrovano alla fine, nella sala da pranzo dell’Hotel Ritz, sono in qualche modo due donne nuove: il loro incontro, come avviene in quei fortunati casi in cui l’incontro con l’altro  ci cambia profondamente portandoci nella direzione di noi stessi, ha generato una coppia e due nuove soggettività. Mature, piene, consapevoli. Il film, dalla fotografia ovattata e intensa insieme, non abbandona quasi mai i loro volti, i loro primi piani che parlano con lo sguardo fino al ricongiungimento finale:

  “…perchè lei ora era una persona diversa, ed era come incontrare Carol da capo, ma era sempre Carol e nessun’altra. Sarebbe stata Carol in un migliaio di città, in un migliaio di case, in terre straniere dove sarebbero andate insieme, al paradiso e all’inferno”.

                                                                                                                                      (Carol, 1952)

PS: nella realtà, la Highsmith resistette ai grandi magazzini solo due settimane, per poi seguire Carol nel viaggio in auto in cui scoprirà per sempre la sua vera natura. Non smise mai di scrivere, vivendo un’intensa vita letteraria, intellettuale e amorosa tra il Connecticut e New York per poi ritirarsi in Svizzera, dopo la morte dell’ultima compagna, sola e schiva, immersa nei suoi demoni che affidava alla letteratura, dove morì nel 1985. Slavoj Zizek, nelle sue argute peregrinazioni tra cinema e romanzo, ha scritto: “non toccatemi la Highsmith! Lei è per me un territorio sacro”.

Ottobre 2015