Colpa delle stelle

Josh Boone, 2014, USA, 125’

commento di Cinzia Carnevali e Gabriella Vandi

“Penso che possiamo scegliere a questo mondo come raccontare una storia triste. Da una parte si può indorare la pillola come nei film e nei romanzi rosa … Solo che non è la verità! Questa è la verità. Mi dispiace!”

L’incipit del film, Colpa delle stelle, attraverso la voce fuori campo di Hazel, la protagonista, dà avvio alla storia d’amore drammatica e straordinaria di Hazel Grace e Augustus Waters. Entrambi sono adolescenti e malati di tumore: lei ha un sarcoma alla tiroide al quarto stadio, che la fa respirare a fatica, mentre lui ha un tumore osseo e ha dovuto rinunciare a una gamba per fermare il cancro, che però se lo porterà via durante l’arco della loro breve storia d’amore. Il film racconta del loro provvidenziale incontro e del doloroso e difficile percorso elaborativo di entrambi, nel tentativo di comprendere e affrontare una delle paure più profonde dell’essere umano: l’angoscia di morire, di non esistere più. Uno sgomento che può portare alla depressione.

La dottoressa che ha in cura Hazel, infatti, la ritiene depressa, ma per la giovane “la depressione non è un effetto collaterale del cancro, è un effetto collaterale del morire!”. A causa del suo malessere è obbligata dai genitori a frequentare un gruppo di supporto in cui incontra Augustus, soprannominato “Gus”.Per quanto i due giovani si difendano, criticando e negando il loro bisogno di aiuto, accettano di aprirsi e di esporsi nel gruppo di facilitazione, parlando delle loro malattie e delle loro paure. Il gruppo diventa contenitore e dispositivo terapeutico e creativo.

Fin dal loro primo incontro, Gus rimane affascinato da Hazel, che cercherà di conquistare in tutti i modi. Tra i due si sviluppa un sentimento sorprendente e bellissimo, caratterizzato dall’aspirazione a quell’“assoluto e per sempre” che ogni adolescente appassionato di vita e di emozioni desidera. Inaspettatamente, la principale protagonista del film non è la morte, come ci si aspetterebbe dalle premesse, ma la vita. L’amore, infatti, incoraggia alla vita i due giovani e li sostiene: essi si trovano, in tempi alterni, a fronteggiare la morte, descritta con tono ironico e disincantato, mai completamente rassegnato.

Il regista Josh Boone mette in scena, con grande rispetto, un film tratto dal best seller di John Green, avventurandosi in quelle zone impervie della vita che riguardano le questioni ultime e la morte; lo fa attraverso due protagonisti straordinari (Ansel Elgort e Shailene Woodley, alla quale è stato attribuito il premio come migliore performance femminile), che ci fanno entrare in contatto con sentimenti dolorosi e strazianti.

La loro ironia nell’affrontare la morte, nominata senza troppi pudori, ispira un’immediata empatia verso i due giovani, che non diventano mai oggetto di compassione. Ciò favorisce la possibilità di identificarsi nel dolore di questi ragazzi ma, anche, nella disperazione dei loro genitori. Hazel è consapevole del dolore che produce la sua malattia nella madre e nel padre e afferma, con spietata saggezza: “C’è solo una cosa più brutta che morire di cancro: avere un figlio che muore di cancro!”.

Nel film, la scienza si presenta in tutto il suo limite: Hazel è sottoposta a cure sperimentali di cui la medicina stessa non sa prevedere gli effetti. Si brancola nel buio. Il corpo della giovane è violato dalla malattia devastante; l’impotenza delle cure che, quasi certamente, non potranno salvarla, mette in crisi l’identità stessa della persona.

Il cancro compare come un personaggio persecutorio, annidato dentro il corpo.

Il film mette in contatto lo spettatore con le profonde emozioni dei protagonisti: l’idea della propria morte li espone a vissuti impensabili e traumatici in grado di bloccare le energie vitali, ancora presenti.

Nel film, questo coraggio sembra arrivare alla protagonista dall’esperienza di un immenso amore condiviso, che crea in lei le condizioni per ritornare a vivere. Inizialmente esanime e depressa, riprende vitalità davanti alle richieste incalzanti di Gus, che la vuole frequentare a tutti i costi e la incoraggia a sperimentare, ritrovando il desiderio vivere. Nella parte iniziale del film, infatti, è descritta una giovane che si arrende, impotente, che oscilla tra il desiderio di lasciarsi andare e combattere. Sembra che Hazel rimanga in vita per non gettare i genitori nella disperazione; dopo l’incontro con Gus vive perché scopre in sé un rinnovato desiderio di esistere.

La possibilità di condividere in coppia l’esperienza delle loro malattie terminali apre nella ragazza la dimensione della speranza che amplia i suoi confini vitali, dilatando i contorni dell’esistenza, senza tuttavia farla scivolare in menzognere promesse. La loro relazione, lungi dall’essere un contenitore dove evacuare angosce o eludere l’idea della morte, diventa un legame vitale e creativo, in cui prendono vita speranze e progetti da realizzare, nel tempo che resta alle loro esistenze. Il loro intenso legame li sostiene in una dolorosa elaborazione del lutto, legato al limite delle loro esistenze, offrendo il coraggio di non ritirarsi dalla vita, ma di affrontare l’inaspettato e il non conosciuto senza esserne distrutti.

Rita Corsa (2015) descrive, con grande raffinatezza, le profonde emozioni che si generano nell’uomo davanti all’esperienza della malattia e della finitudine della vita. Si tratta, talvolta, di forme di sofferenza indicibili che disarmano la persona. “Della morte si può parlare solo per metafore, tanto è immenso il suo mistero” (p. 155).  Secondo l’autrice la speranza apre al futuro, inteso nella sua funzione generatrice di avvenire.

Il film, in effetti, parla soprattutto della vita poiché la morte e l’angoscia che ne deriva, solo a tratti invadono l’animo dei due protagonisti, che si alternano nel ritrovare la tridimensionalità della loro esistenza, senza mai scivolare nell’inganno dell’illusione. “Se vuoi l’arcobaleno devi sopportare la pioggia”, si legge sui muri della casa di Gus: la vita ha riservato loro prove molto impegnative ed hanno sperimentato che non ci sono sconti! Entrambi sanno che la malattia non lascerà loro scampo, tuttavia intuiscono con straordinaria saggezza che la loro vittoria non consisterà nell’eludere la morte con improbabili promesse di vita, ma nel non farsi sottrarre ciò che resta, a causa della paura di morire.

La morte, in effetti, rappresenta una delle paure più ancestrali e profonde dell’uomo, perché è in grado di mettere l’individuo in contatto con sentimenti traumatici, come il turbamento legato al senso della propria finitudine e all’angoscia del non esistere più.

Freud (1915) evidenzia la tendenza dell’uomo a scartare la morte dalle sue riflessioni, a eliminarla dalla vita: “Abbiamo cercato di mettere a tacere il pensiero della morte. (….) In verità è impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte, e ogni volta che cerchiamo di farlo possiamo constatare che in effetti continuiamo ad essere ancora presenti come spettatori” (p. 137).

Gus teme l’ombra dell’oblio che la morte porta con sé, ha paura di precipitare in un buco nero e di essere dimenticato, senza riuscire a lasciare una traccia di sé nel mondo. Intuisce che può affrontare questa paura se ama e cerca di lasciare un ricordo di se stesso, capace di preservarlo dal terrore dell’essere dimenticato, del non esistere più. Chiede a Hazel un elogio funebre, proprio nella speranza di continuare a vivere nella sua mente e nel ricordo di chi resta. È proprio per chi rimane in vita che si celebra il rito funebre, come dirà saggiamente la protagonista del film: “I funerali non sono per i morti, ma per i vivi!”-.

La ragazza, pur riconoscendo realisticamente che la loro storia morirà con loro, mantiene aperto il varco tridimensionale, con una metafora matematica: “Ci sono infiniti numeri tra 0 e 1. Tra 0 e 2 ce ne sono ancora di più. Certi infiniti sono più grandi di altri. Vorrei più numeri di quelli che ho. Voglio più giorni per Gus.  Ma ti sono grata per il nostro piccolo infinito! Tu mi hai dato il ‘per sempre’”.

Hanno entrambi la passione per un romanzo dal titolo “Un’imperiale afflizione”, di Peter Van Houten, e Gus organizza un viaggio ad Amsterdam, regalando così a Hazel la realizzazione del suo desiderio più grande: conoscere lo scrittore amato e idealizzato.

L’amore risveglia la passione di Hazel che torna a desiderare e recupera il suo carattere determinato e coraggioso, capace di sfidare i rischi mortali del viaggio, alla fine del quale la mamma le dirà che è cresciuta. Vivere e amare fanno crescere.

Solo alla fine del film scopriremo perché fosse così importante, per i due giovani, conoscere il finale del romanzo che s’interrompe quando la bimba della storia si ammala. Hazel vuole conoscere il destino dei genitori della giovane protagonista perché ha bisogno di capire cosa succederà ai propri genitori, dopo la sua morte. Teme, infatti, che vivranno nella disperazione e cesseranno di esistere come persone. Toccante la risposta della madre che non le nega la verità: “Quando morirai, io sarò sempre tua madre, è la cosa più bella che potrei essere!”.

Le spiega che perderla sarà un dolore che la strazierà, ma con il quale si può anche convivere. Ha iniziato un volontariato, per aiutare gli altri. Sa bene di non poter allontanare questa sofferenza o evitarla, ma tenta di trasformarla in qualcosa di utile, mettendosi al servizio di altri! Il progetto materno alleggerisce i sensi di colpa di Hazel, che aveva temuto di portare via con sé anche la vita dei genitori. Può coltivare la speranza che sopravviveranno alla sua morte. Scopre che ci sono dolori che fanno cessare di vivere, come accade allo scrittore sadico, morto interiormente, dopo la perdita della figlioletta Anna (che intuiremo essere la protagonista del romanzo, morta di tumore) e che ci sono dolori strazianti, ma che fanno crescere.

Ciò che uccide più della morte è il rinchiudersi nell’odio e nel rancore, ma questo non è il rischio che corrono i due coraggiosi protagonisti, che sono disposti a sopportare gli oltraggi della vita, accogliendo ciò che può ancora offrire loro.

Pur morendo prima di Hazel, Augustus regala alla fidanzata il suo elogio funebre, restituendo alla loro storia il sapore dell’eternità: “Non puoi scegliere di non soffrire a questo mondo, però puoi scegliere per chi soffrire. E a me piace la mia scelta. Ok Hazel Grace?”. “Ok”, lei risponde.

Bibliografia

Rita Corsa. (2015). Spes, ultima dea. In “Limite è speranza”. Rita Corsa, Lucia Monterosa. Alpes.

Freud S. (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, O.S.F., 8, Boringhieri, Torino, 1976.

Dicembre 2015