Coraline

Henry Selick,Usa, 2009, 100 min. 

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Commento di Rossella Vaccaro 

Coraline è un film che parla di genitori e figli, del loro modo d’incontrarsi o di non-incontrarsi, di vedersi o di non-vedersi.

Come nell’ambito di genitori e figli è nato anche il racconto di Neil Gaiman a cui il film s’ispira.  Il personaggio di Coraline nasce dalla richiesta di Holly, la primogenita di Neil Gaiman, di raccontarle una favola che fosse molto speciale. Neil Gaiman ne scrisse inizialmente una prima parte e cinque anni dopo la figlia più piccola Maddie gli chiese di completarlo. Finito il racconto, Gaiman lo inviò a un altro grande del mondo fantasy, il regista Henry Selick, già regista del riuscito Nightmare before Cristhmas ideato e prodotto da Tim Burton, che lo definì “ottimo”.

Le fiabe sono da sempre esemplificazioni chiare e precise di dilemmi esistenziali così da permettere ai bambini, ma direi anche agli adulti in questo caso, di non avere dubbi su qual è il problema in questione.

I personaggi non sono mai ambivalenti: s’incontrano i buoni e s’incontrano i cattivi, le virtù e il male ed è attraverso questa evidente polarità che il bambino comprende la differenza fra le due possibilità.  Il regista, Henry Selick, ci propone in questo film un format che sembra essere invece quello tipico dell’anti-fiaba: la protagonista non è bella, non è bionda ma ha i capelli blu, non è orfana, non è ingenua ma è arguta, determinata e coraggiosa (il blu ricorre spesso nel film come gli occhi del gatto, le pantofole del vero-padre e nel linguaggio dei colori significa purezza come capacità di separare ciò che è nocivo da ciò che non lo è, rappresenta l’autenticità dell’anima). L’antagonista non è un lupo e neanche un orco e nemmeno una matrigna, e neanche è così immediatamente chiara e lineare la collocazione del bene e del male perché spaesanti appaiono anche la vera madre e il vero padre. Da una parte c’è una finta-madre che da accudente si rivelerà malvagia, dall’altra ci sono una vera madre e un vero padre affettivamente distratti.

Come invece in tutte le fiabe, e anche nella storia di Coraline, è il coraggio a sconfiggere la strega cattiva e a ripristinare così il principio di moralità che nel caso di stasera coincide anche con il principio di realtà.

La storia comincia con le mani dell’Altramadre che, nelle sue vere sembianze di ragno, svuota una bambola e nuovamente la riempie per confezionare quella con le sembianze di Coraline. Il suo bisogno di amare è in realtà fin dall’inizio un bisogno di consumare, di divorare qualcuno che serve in quanto soddisfazione di un bisogno e non in quanto individuo con le sue caratteristiche. La bambola sarà il modo con cui l’Altramadre potrà spiare i desideri di Coraline perché ne rappresenta una sorta di alter-ego che asseconda la fragilità di Coraline, il terreno fertile che procura le vittime all’Altramadre.

Coraline Jones è una ragazzina curiosa e avventurosa, insieme ai suoi genitori ha traslocato nell’Oregon e si trovano ora nel Pink Palace, nel Palazzo Rosa; è senza amici, li ha lasciati dove abitava prima, è questa la fragilità di Coraline? sta lasciando i luoghi dell’infanzia? È iniziato per lei il difficile congedo dall’infanzia? Coraline è ancora lontana dall’ambientarsi nella nuova situazione, si sente sola, si annoia, e inoltre è una bambina avventurosa, un’esploratrice, è in cerca di qualcosa di eccitante.  Oltre ai bizzarri vicini di casa Coraline incontra Whyborn, (tradotto “perché nato” e con un nome così come non essere maldestro? ) e con lui Coraline incontra il gatto, personaggio chiave di tutto il racconto, che appare e scompare, alleato prezioso perché superpartes. Nel disappunto di Coraline i genitori occupano un peso significativo: sono molto occupati dal lavoro e non hanno tempo per Coraline, non hanno tempo per sintonizzarsi con le sue emozioni, si potrebbe dire, visto il tema della rassegna, che non s’incontrano. La madre sembra indifferente, trascurante: “Non ho tempo per te” dice a Coraline e la spedisce dalle due simpatiche e alquanto bizzarre vicine di casa da lei stessa definita “toccate” o dal più che eccentrico, e forse alcolizzato, domatore di topi. Il padre non è diverso, anche se sembra essere più capace di mostrare affetto: scherza, canta, è lui che prepara il “cibo/nutrimento”. Ma neanche lui ascolta veramente e infantilizza Coraline mandandola a contare le porte. Per una di queste la madre, per non essere disturbata nel lavoro, fornirà la chiave inconsapevole del pericolo che questo comporterà per tutta la famiglia.

Solo gli stravaganti abitanti del Pink Palace sono consapevoli del pericolo imminente che sta per coinvolgere Coraline. Entrambi i genitori di Coraline invece sono banalizzanti e offrono alla figlia un atteggiamento d’indulgenza svalutante. Nel racconto di Neil Gaiman a un certo punto si legge: “Coraline si domandò come mai fossero così pochi gli adulti di sua conoscenza che riuscivano a dire cose sensate. A volte si domandava a chi credessero di rivolgersi”. Coraline è arrabbiata, delusa, ha bisogno di altro, desidera altro.

E quale miglior contesto se non quello onirico, del sogno, per esprimere i propri desideri? E’ nel sonno che avviene il primo passaggio dalla realtà grigia al sogno colorato, il primo ingresso di Coraline nell’Altromondo seguendo un simpatico topino saltatore dentro il quale si nasconde invece una spia della perfida Altramadre.

E subito Coraline incontra la dimensione del doppio e della sua seduzione. Ogni fiaba è uno specchio magico che riflette alcuni aspetti del nostro mondo interiore, e i passi necessari per la nostra evoluzione dall’immaturità alla maturità. L’apparizione di un doppio è ricollegabile ai periodi di vita critici che richiedono una riorganizzazione dell’identità, del proprio modo di vedersi e di sentirsi.

Di là della porta Coraline incontra un’esistenza speculare alla sua, una versione alternativa della sua esistenza, certamente migliore, tutto è uguale ma insieme diverso. Tutto si raddoppia come in uno specchio e tutto è molto più curato e colorato e soprattutto gli Altri genitori sembrano perfetti, anche troppo (Inizialmente Coraline è diffidente, la seduzione procede per gradi). Tutto appare meraviglioso, perfino Whyborn finalmente tace, e a parlare è ora il gatto che diventerà la sua guida, il suo protettore. Anche i vicini di casa sono senza difetti e tutti disponibili, insomma Coraline può soddisfare il grande desiderio: tutti sono “orientati” a lei, pronti a ogni suo bisogno e desiderio. Ritroviamo il tema del doppio anche nel nome della protagonista che nell’altro mondo finalmente nessuno sbaglia.

Il doppio pertanto come l’altrove, l’ambivalenza come tratto tipicamente umano che sempre ci accompagna, soprattutto in epoche di vita in cui la necessità di affrontare nuovi compiti evolutivi ci spaventa, ci disorienta, ci rende incerti e per questo se da una parte vogliamo, dobbiamo evolverci, dall’altra cerchiamo di resistere conservando le nostre posizioni ben conosciute e pertanto rassicuranti. Possiamo dire che Coraline incontra, attraversando la porta magica, il suo stato di conflitto. Coraline è una preadolescente e come tale proiettata verso un futuro da cui allo stesso tempo, inconsciamente, si ritrae cercando di conservare i privilegi dell’infanzia. Desidera l’autonomia, l’indipendenza ma allo stesso tempo le teme poiché si trova ad affrontare un’importante tappa, l’ingresso in un’età della vita di grandi rischi e grandi sfide, l’adolescenza. Un territorio ignoto dove le zone inesplorate sono assai più estese di quelle conosciute.

L’adolescenza intesa come processo organizzativo il cui compito è quello d’integrare i cambiamenti del corpo, che diventa un corpo sessuato, i cambiamenti nei rapporti con i genitori, separarsi dalla propria infanzia, in altre parole rifondare un nuovo senso di sicurezza di sé.

Gli adolescenti trovano nella rabbia, nella contrapposizione con cui “uccidono” i genitori, genitori anche idealizzati e in questo caso modelli irraggiungibili, la possibilità di affermare se stessi. Essi si vendicano della loro inquietudine costruendo nel loro immaginario genitori “altri”, perfetti per potere “fare a meno” di quelli reali e come tali imperfetti e frustranti. Il viaggio di Coraline è anche il suo incontro con la lotta per la conquista della propria femminilità rispetto alla quale l’attaccamento alla madre ne rappresenta un pericolo. Un’allegoria della competizione con la figura della Madre e con il femminile, colei che accoglie e nutre ma anche divora e distrugge. Una sorta di caduta degli Dei che restituisce ai genitori dimensioni più umane, non più onnipotenti.

Coraline scopre ben presto che la seduzione del doppio ha però un prezzo molto alto: la perdita della libertà e dello sguardo perché al posto degli occhi sono cuciti dei bottoni. Il messaggio è chiaro: la dimensione illusoria non può che escludere la possibilità di vedere e anche di sentire perché se è vero che lo sguardo è lo specchio dell’anima facendosi cucire gli occhi Coraline venderebbe la sua anima.

Coraline prova però un sano sentimento di paura e ribellione. La paura è un istinto da riconoscere, ascoltare e usare a proprio vantaggio. Coraline lo ascolta e con coraggio si oppone ma l’Altramadre, ora nelle sue vere sembianze di strega-ragno, non è disposta a lasciarla andare e la rinchiude in uno specchio di là dal quale Coraline incontra i bambini-fantasma le cui anime sono prigioniere, ma soprattutto incontra se stessa. L’attraversamento dello specchio è il simbolo classico della transizione dall’infanzia all’adolescenza. Lo specchio riflette e riflettere ha un duplice significato, significa anche “impegnarsi a pensare”, ripiegarsi su di sé, ritrovare la propria identità. Lo specchio quindi come luogo di trasformazione e rinnovamento. La ricerca, la costruzione della propria identità accompagna l’essere umano lungo tutto il percorso della vita e significativo è a questo proposito lo scambio tra Coraline e il gatto parlante nel racconto di Neil Gaiman: “come ti chiami?” chiede Coraline al gatto, “io non mi chiamo, sono un gatto e basta. Voi umani dovete avere un nome perché non sapete mai chi siete…”. Coraline è ora consapevole della terribile trappola in cui si trova e, determinata, sceglie di recuperare la realtà della propria vita e dei propri genitori. Inizia la lotta tramite la sfida che Coraline lancia alla malvagia Altramadre che adesso si manifesta nelle sue orrende sembianze. Può farlo grazie agli strumenti che ha acquisito durante il viaggio, Coraline può, infatti, apprezzare le qualità insite nel suo mondo solo dopo aver vissuto, vissuto e non solo osservato, quelle dell’altromondo. Una dimensione alternativa, da sperimentare per crescere. I comportamenti degli adolescenti, talvolta così intensi da scatenare guerriglie famigliari, c’indicano quanto è forte il loro bisogno di uscire, anche in senso fisico, da esperienze consolidate ma diventate quasi claustrofobiche. Lanciare sfide agli affetti più vicini, per questo più sicuri, consente loro di affrancarsi dalla totale dipendenza da questi ultimi, uscirne e sperimentare il nuovo e differente rappresentano certamente una seconda nascita. L’adolescenza, quindi, come un’età di frontiera il cui attraversamento consente di generare nuove e preziose risorse, come una grande opportunità di risignificare e costruire la propria storia.

E può farlo anche grazie “ai compagni di viaggio” che nei momenti difficili l’hanno aiutata guidandola nella giusta direzione. Il gatto nero ricopre quello che nelle fiabe è chiamato “il protettore”, chi sostiene la nostra personalità conscia da quell’altro più vasto sistema che chiamiamo inconscio e diventa operativo nel momento dell’inizio della consapevolezza per rinforzarla, sostenerla. Incontri quindi trasformativi (come trasformazione è il significato atribuito alla malachite, la pietra-amuleto che aiuta Coraline a “vedere”). Conosciamo la funzione chiave insita nelle relazioni amicali e come la buona qualità di queste aumenta l’autostima dell’adolescente. Le relazioni di amicizia possono rappresentare un fattore di protezione o di rischio nel corso dello sviluppo.

Molte domande possono sorgere dalla storia di Coraline:

Coraline è ora consapevole dell’imperfezione come segno di autenticità? Cercare la perfezione significa cercare l’apparire e per questo dobbiamo cucirci gli occhi, non vedere la realtà e omologarci? E’ la rivincita dei difetti? Quanta quantità d’illusione ognuno di noi è in grado di tollerare pur di non guardare la realtà?

E’ il trionfo finale della famiglia lacunosa ma in fondo genuina?

Oppure Coraline interpreta la realtà dei bambini di oggi sempre più soli e quindi più esposti ai pericoli del nostro mondo? Un monito ai genitori?  un incoraggiamento a capire l’importanza degli ostacoli da superare, da sperimentare? E ancora, sono i genitori per primi a non sapere differire i propri desideri di autoaffermazione?

Il messaggio è chiaro: voler soddisfare sempre e subito i propri desideri, vivere pertanto ascoltando sempre e solo il principio del piacere, può portare alla rovina.

Voglio terminare con le parole, nuovamente tratte dal racconto di Neil Gaiman, di Coraline che a chi le chiede di restare perché così potrà soddisfare tutti i desideri così risponde: “tu proprio non capisci, vero? Io non voglio tutto ciò che desidero. Nessuno lo vuole. Non veramente. Che divertimento sarebbe, se potessi avere tutto ciò che desidero, senza problemi? Non avrebbe nessun valore. E poi che succederebbe?”.

Buio in sala 2012