Corpo celeste

Alice Rohrwacher, I, 2011, 98 min.

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Commento di Rossella Valdrè

"….Tra tutte le regioni italiane, la Calabria è forse la più povera; povera di ogni cosa: anche, in fondo, di bellezze naturali. Per duemila anni è stata sottogovernata ancora peggio che la Sicilia o il Napoletano, o le Puglie che, in molti periodi storici sono state delle vere piccole nazioni, dei centri di civiltà, in cui i dominatori risiedavano, almeno, ed avevano rapporti diretti con la popolazione: gli Arabi in Sicilia, i Normanni in Puglia, ecc.. La Calabria è stata sempre periferica, e quindi, oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata. Da questa storia millenaria non può che risultare una popolazione molto complessa, o per dir meglio, con linguaggio tecnico, ‘complessata’. Un millenario complesso di inferiorità, una millenaria angoscia pesa nelle anime dei calabresi, os sessionate dalla necessità, dall’abbandono, dalla miseria.
Nel popolo questi ‘complessi’ psicologici di carattere storico possono dare, nei casi estremi, i risultati più opposti: la più grande bontà – una bontà quasi angelica – e una furia disperata e sanguinaria (…). Una popolazione esteriormente umile, depressa, internamente drammatica". (corsivi miei)

(P.P.Pasolini, 1960)


Ho riportato, quasi per intero, l’accorata e dolente descrizione che poco più di cinquant’anni fa Pasolini fece della Calabria, terra priva di bellezze, bestialmente sfruttata e abbandonata, perchè la bella opera prima di Alice Rohrwacher, Corpo Celeste, ce la riporta in primo piano, in tutta la sua tragica fissità, o in una drammaticità che si è persino aggravata nel tempo.
Come abbiamo potuto creare tanta devastazione? Se è vero che i luoghi, o i non-luoghi, parlano, che il territorio abitato dall’uomo è portatore di un suo proprio linguaggio e che l’uomo che lo abita non può appunto prescindere anche da questo linguaggio, è un grido di dolore sommesso e antico quello che viene fuori da questo paesaggio. E’ l’oscena periferia di Reggio Calabria, infatti, la protagonista di questo film; la macchina da presa tenuta a mano, i piani stretti, rincorrono gli scempi ripetuti su un territorio martoriato negli anni, nei decenni, dall’abbandono e dalla corruzione, dai clientelismi e dal degrado, dallo sfruttamento bestiale e dal progressivo sventramento, dall’ignoranza e dalla povertà. La bretella autostradale dove non si può camminare, l’orrenda fiumara che raccoglie cadaveri di animali, resti di vita buttati lì, come i corpi dei clandestini che appestano il Mediterraneo, per cui "è meglio il pesce dell’Atlantico", paesi diroccati e abbandonati come dopo una guerra, e ovunque quelle facce sì umili, internamente drammatiche che descrive Pasolini, ma involgarite e segnate da cinquant’anni di finto benessere, di resa consumistica, di desolante ed irrecuperabile, credo, passaggio antropologico da un mondo arcaico perso per sempre, al non-luogo consumistico dell’oggi, e nel Sud in particolare.

Ad attraversare questo territorio è lo sguardo silenzioso e attento di Marta, ragazzina di tredici anni che fa rientro in Calabria con la mamma e la sorella, dopo dieci anni trascorsi in Svizzera da emigrante; iscritta al corso di catechismo in preparazione della cresima, i miseri e freddi locali della parrocchia diventano il luogo del film, il punto d’incontro tra i pochi personaggi e il baricentro aggregativo su cui si poggia questa esile trama che, come abbiamo detto, ha nel paesaggio, a mio parere, il suo primo attore. Ripercorriamola brevemente, questa piccola vicenda: Reggio Calabria, una periferia qualunque. Marta, con le giovanissime mamma e zia sono rientrate dalla Svizzera, ma di questo passato il film (che come detto ha un’impronta prevalentemente neorealistica) non ci dice nulla. Tutto accade lì, potremmo dire in un qui ed ora visivo, che ci cattura con le immagini e dà poco respiro alla storia. Marta si ritrova a frequentare il corso di catechismo pre-cresimale della sua parrocchia con poca convinzione, come del resto tutti gli altri ragazzini con i quali non ha nessuno scambio; ascolta, osserva, tenta di cantare, si adegua. Il parrocco è don Mario, che Marta avrà occasione di conoscere verso la fine del film, quando casualmente lo incontra per strada mentre questi sta andando a ritirare il crocefisso per il giorno delle cresime (nel tentativo, poi non riuscito, di sostituire l’orrido crocefisso al neon con quello tradizionale, rimasto in una chiesa diroccata di un paese vicino), e la catechista è Santa, forse il personaggio più riuscito del film, parrocchiana devota e a suo modo inquieta, che abita i locali della parrocchia con la sua fisicità goffa ed ingombrante (bravissima attrice non professionista Pasqualina Scuncia). Il giorno della cresima è il piccolo evento a cui Santa soprattutto, e questo ristretto gruppo di persone, dedicano tutte le loro stanche attenzioni, in un territorio che non offre nessuna forma di aggregazione o socialità alternativa. Non accade praticamente nulla…se non che Marta, poco prima della cresima, incontrando don Mario durante il tragitto alla chiesa abbandonata, lo accompagna, e proprio nella parocchia ridotta in macerie ha un breve, ma intenso incontro col vecchio prete quasi cieco rimasto lì, unico abitante, come una sorta di tragico sopravissuto allo scempio di una desertificazione selvaggia, e da questo incontro, unico significativo nel suo silenzioso percorso, trarrà qualcosa di importante per sè, su cui torneremo dopo….

Non siamo qui in presenza della Chiesa di Habemus Papam (é stato detto trattarsi di due film laici, quello della Rohrwacher persino anticlericale), e nel don Mario di Corpo Celeste non vi può essere niente del fragile personaggio morettiano, non ci desta alcuna tenerezza, alcuna simpatia; questa pare una Chiesa minima che esiste soltanto per la sua fisicità, per il suo esserci concretamente come luogo fisico, appunto, fatto di muri, e stanze e sedie dove la gente si deve incontrare, fare le prove in vista di un rito divenuto misero e obsoleto, che in questa mistura tra arcaismo e berlusconismo ha perso ogni traccia di sacro, e diventa quasi una prova di karaoke (Mi sintonizzo con Dio è la canzone-canto), un passerella di povere e appensatite veline, in quello che è pur sempre, tuttavia, l’unico polo sociale aggregante residuo. Marta ne fa parte e non ne fa parte, soggettività sempre un pò estranea, di confine, percepita come straniera, diversa dagli altri, coi suoi capelli biondi e il corpo esile, ma ormai irriducibilmente tornata al suo paese, un Paese che lei osserva senza giudizio, senza pena e senza gioia, occupata piuttosto dal travaglio fisico della pubertà, forse unico sfondo vitale alla miseria del territorio sventrato.
Pochi i personaggi, abbiamo visto: don Mario, parroco cinico e indaffarato al cellulare, che raccoglie consensi elettorali per cercare di essere trasferito ad altra sede; preti ottusi dallo sguardo vuoto (tranne il rapido guizzo di verità del vecchio prete semicieco); la catechista Santa che mette tutti i suoi sforzi a organizzare l’evento cresimale, terrorizzata all’idea che don Mario venga trasferito, perdendo così lei il suo ruolo (una ‘complessata’ del ritratto pasoliniano, dove il senso di inferiorità atavico può repentinamente volgere in durezza). Personaggi "d’azione", più che "di parola", in una trama che, come detto, vede l’elemento umano, in una prospettiva ribaltata, fare quasi da sfondo al paesaggio. E’ il territorio che parla. Quelle strade, quelle case che hanno sventrato la collina, quella spazzatura abbandonata, quel fiumiciattolo che raccoglie resti: tutto questo parla. E’ la poetica di Gomorra, è la scuola dei Dardenne elaborata e filtrata dallo sguardo personale e già maturo di questa giovane documentarista, è il neo-neorealismo, è stato scritto, della postmodernità.

Il non semplice riferimento al libro di Anna Maria Ortese, da cui è tratto il titolo, rimanda alla raccolta di scritti un pò immaginifici che la scrittrice pubblicò nel ’97, e non pare casuale. Vi si legge, ad esempio:

"….un paese, come non deve mancare di corsi d’acqua, di sorgenti, di nuvole, deve avere cura o consentire la crescita di anime, coscienze, grazia, linguaggi puri, ombre azzurre, altissime: o perirà. Si asciugherà al suolo, se mancano acque e foreste, se mancano anime e coscienze". (corsivo mio)

E’ un testo che parla di luoghi. Solo se contengono certe caratteristiche, certi linguaggi puri, i luoghi si umanizzano e vi possono crescere e maturare anime e coscienze. Anime e coscienze. In un linguaggio narrativamente del tutto diverso da quello della regista, la Ortese invoca la stessa esigenza: che il territorio consenta all’uomo di vivere, di crescere, di maturare un’anima e una coscienza.
Quali anime e coscienze possono sopravvivere nella devastazione che il peggior consumismo, il lato più torvo del progresso hanno provocato una volta innestati su un territorio arcaico, che mancava di un tessuto sociale connettivo, di una solida borghesia, persino di un dominatore vicino al popolo come scrive Pasolini? Sembra di vedere quelle tetre parabole sui tetti di case distrutte a Kabul, o nei vari luoghi di guerra che i telegiornali ci riportano: niente è più tragico dell’innesto del consumismo su popolazioni impreparate, incolte, in qualche misura arcaiche, su società corrotte e corruttibili, su povertà economiche e antiche miserie culturali. Un nuovo medioevo. Il mostro antropologico che ne viene fuori, metafora anche dell’Italia del berlusconismo, è tutto in questo film, intelligente debutto che esce dalla prestigiosa Quinzaine di Cannes, e che tuttavia non si esaurisce in un film neorealistico e tantomeno documentaristico. Corpo celeste, pur sostenuto da una trama esile, presenta volti e umanità densi, significanti: sono frutto di quell’ambiente ma, a modo loro, almeno qualcuno, ne cerca la fuga. Don Mario con i suoi traffici, Santa con la dedizione al catechismo (tra i momenti più riusciti del film), Marta, soprattutto, che non si rassegna, e mentre il suo corpo cambia, lei cerca la verità: cosa vogliono dire quelle parole del Vangelo che non capisce? perchè nessuno gliele traduce? Santa è troppo ignorante, don Mario troppo distratto e incattivito per darle ascolto, la mamma troppo stanca dal lavoro, ma il fortuito incontro col vecchio prete malato della chiesa abbandonata, le apre un velo sulla verità: quelle parole dicono, anzi gridano "Padre, perchè mi hai abbandonato?" e le rivelano la verità di un Gesù arrabbiato, lontano dall’iconografia stereotipata che lo vede angelicato e sereno….
La Verità. Questo accesso consentirà a Marta uno sviluppo diverso, un’anima e una coscienza?

Nel suo linguaggio quasi fiabesco, scrive ancora la Ortese nel libro, che la giustizia è
"…pietà del più giovane e del più antico, dell’assolutamente innocente e dell’incomparabilmente puro".